Facciamo finta che adesso mi metto a scrivere senza tenere conto che qualcuno leggerà queste mille parole suddivise in tot sonasega righe.
Anzi, che davvero nessuno le leggerà.
La domanda è: sono più libero, più sciolto; posso scrivere con minore ansia di risultare o insomma di mostrarmi coerente, originale, geniale, concupiscente, ammaliante, sensuale, interessante, affascinante(?).
Se dovessi scrivere solo per me stesso, che già a volte mi sembra di farlo, ma forse mi sbaglio, potrei calarmi nella parte di uno Sherazade (maschio, quindi peloso, che volete farci, non mi depilo per la vostra bella faccia) e raccontarmi mille e una storia di mille parole per mille e una notte.
Le storie che mi racconto quando sogno ad occhi aperti, quelle che tengo per me, nell’intimo e privato giardino così ben recintato nella mia testa, quelle che mi farebbero arrossire, se dovessi cantarle a voce alta.
Sono storie che si agganciano alla realtà di un passato oggi indimostrabile, a variare situazioni nelle quali non mi sono mosso oppure mi sono mosso male. Alcune.
Altre sono il parto completo della mia fantasia.
Molte non sono neanche vere e proprie storie, ma soltanto il momento e l’anelito e l’ansia di essere migliore, di portarmi secondo regole di comportamento che trovo giuste e adeguate, in un uomo.
Uno con le palle.
Ma non le palle che ti fanno scontrare col mondo, non quelle che ti pongono a muso duro contro le persone col piglio aggressivo di colui che ti sfascia il grugno.
Anche quelle, quando serve, è chiaro.
Ma le palle che ti consentono di affrontare il mondo con lo sguardo sereno e lo spirito pronto ad ogni evenienza.
Le palle del Samurai.
Un Samurai è il tipo che coltiva un’arte nella quale raggiunge risultati spettacolari. Il Samurai affronta ogni giorno pensando che potrebbe essere l’ultimo. Quindi si lava e si veste con l’intenzione di farsi trovare in ordine per ogni evenienza, fresco e pulito. A me a volte invece puzzano i calzini. Be’, succede a tutti, mica c’è tanto da ridere.
Menomale che questa cosa non l’ha letta nessuno, sai che figura.
E insomma, io il Samurai lo vedo sempre che procede lungo una linea dritta con grazia solenne e minimi spostamenti del capo, quando deve evitare i colpi di Katana.
Il maggior risultato col minimo sforzo.
Comunque, le storie nelle quali sono sempre senza macchia e senza paura, sono le migliori e quelle che preferisco, è chiaro.
E’ così difficile essere senza macchia e senza paura, per un uomo normale. Ed è difficile restare costanti nei propri impegni, anche quando non puoi fare a meno di vedere quanto sia soddisfacente proseguire lungo una buona tendenza, e quanto questo ti faccia stare bene.
C’è la pigrizia, che ti frega. Il dolce sprecare il tempo rigirandosi i pollici, sino a seccare il tunnel carpale.
Facciamo finta che queste righe le leggerà soltanto Barbara.
No, mia cara compagna di strada, non sono costante nella pratica del Daimoku, non quanto lo sono nell’andare in palestra oppure a correre sul mare. E neanche, oggi, quanto lo sono nell’ostinarmi a scrivere almeno mille parole ogni giorno.
Io li ho visti i risultati, sì, nei mesi in cui ho praticato.
Ma che posso dirti. La pigrizia è una scusa che si accampa spesso a sproposito. Mi capita invece di pensare che di questa pratica io non ne ho bisogno, in fin dei conti. Che sono forte e ganzo e ho tutta l’energia dentro di me, ho l’universale conoscenza intessuta nell’anima, e il potere di muovere pianeti dalle loro orbite e mandarli a cozzare tra loro, poi contarne i pezzi e tirarci fuori i numeri da giocare al superenalotto.
Se sono così bravo, mi dirai, perché allora non lo faccio? Bella domanda.
Non lo faccio perché non ne sono capace; magari potrei riuscirci se praticassi per mille vite.
E’ solo la presunzione, che mi porta ad accantonare ciò che nella vita non può farmi che bene.
Poi i giorni passano stolidi, e con essi la volontà.
La verità è che sono preda di desideri contrastanti dai quali vengo dominato; sono lontanissimo dall’essere un Samurai. Non riesco neanche a somigliargli.
La giornata di oggi ne è un esempio classico.
Mi domando spesso come può accadere che quasi ad ogni passo, si potrebbe ben dire, dentro di me si formino pensieri tanto in contrasto tra loro.
Fosse solo un problema di essere o non essere, forse sarebbe tutto più semplice. In fondo L’Irresoluto (Amleto), le idee la aveva ben chiare. Lo stronzo dello zio, un bel pomeriggio avvelena il Re, suo fratello e padre di Amleto, versandogli del veleno nell’orecchio mentre questi dorme, per prendere il suo posto sul trono e nel letto della moglie. Questa è una situazione chiara, non ci sono cazzi. L’unico problema consiste nel fatto che la notizia dell’efferato delitto gli viene fornita da un fantasma che afferma di essere il Re, suo padre. Bisogna vederci chiaro. Lo sapete quale stratagemma ordisce l’Irresoluto per appurare la verità, vero? Altrimenti, andate a leggervi la storia, mica vorrete la pappa scodellata.
Sì, lo so, l’Irresoluto si poneva la domanda del perché e percome le persone in genere preferiscono condurre vite miserevoli invece di affidarsi al sonno della morte.
Ma questo non è il nostro caso.
Noi qui siamo ben felici di vivere; io lo sono e così spero di voi.
I nostri problemi sono di ordine, per così dire, più quotidiano.
Partire o non partire.
Restare.
Prendere o lasciare.
Sedersi di fronte al mare per assorbire l’energia positiva di un Universo che mi ama, io lo sento questo, recitando il Sutra del Loto. O lasciar perdere.
Scrivere queste fottutissime mille parole al giorno, a volte tanto leggere, a volte pesanti come macigni.
Avere qualcosa da raccontare, crederci, o sentirsi delle merde prive di talento.
E’ solo una questione di scelta. Io credo.
Si può dipingere la Cappella Sistina come se fosse un cartone animato, giusto perché ci siamo costretti, oppure si può infondere l’amore in ogni pennellata, quasi il soffio divino della creazione e snocciolare un’opera che sorreggerà l’anima di chi la guardi, nei prossimi cinquecento anni a venire.
Per poi urlare al mondo che, cazzo, questa non è l’arte mia!
A saperlo, quale è l’arte mia.
Forse questa.

Un -auguri- per un 2007 con le palle ma non troppo, un -auguri- al Samurai che cammina dritto come un fuso, e anche all’uomo con i calzini puzzolenti.. Un augurio per un 2007 così come lo vorresti, un -auguri- all’uomo!
è davvero un bel post, c’è tanta “ciccia” e molto umorismo: mi sono anche divertita :-). quanto all’argomento capzioso del “non he ho bisogno”…lo conosco bene: è un bel demone, grande e grosso e molto astuto (ha fregato persino alma); soffro per entrambi, che vi siete fatti fregare, perchè vi amo, perchè “ho visto” in voi e in me la differenza e so che sono cazzate (si, hai letto bene: è rarissimo che io utilizzi il turpiloquio per iscritto, ma quanno ce vo’ ce vo’ e lo ripeto pure: SONO CAZZATE).
Che la tua natura illuminata riprenda il sopravvento: questo è il mio augurio per te, per l’anno che verrà , con tutto il cuore 🙂
…ehm, scusa Cye, ma, “cazzate” è turpiloquio?
Non sempre ho voglia di leggere cose impegnative, vuoi per la fretta, vuoi per la stanchezza: ma quando sento il desiderio di immergermi in uno scritto profondo, bello, ampio e ricco di poesia, so perfettamente dove andare. Esistono due o tre luoghi su Splinder che mi catturano con la loro magia. Questo è uno di essi. Ma già lo sai.
🙂
Facciamo finta che qualcuno abbia letto, facciamo finta che finga di non capire una volta di più. Facciamo finta che non ci sia nulla di più vero del falso e del negato.
E poi il finto e il vero diventano una cosa sola. Da vivere
M.