Les bonnes (come eravamo 2)

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1987 – Livorno,  Jean Genet, "Le serve"
 
La qualità di questo video è piuttosto scarsa (ma non per chi, come me, lo considera uno splendido ricordo). Le luci non erano adatte ad una telecamera, ma studiate per creare una certa atmosfera sul palco. Il tutto risulta un po’ buio, ma si attaglia al senso di questo dramma scritto da Jean Genet: “Les bonnes” (Le serve).
Non è facile ritrovarsi tra le mani questo spettacolo di tanti anni fa, quando internet, così veloce, faceva parte dell’immaginario di pochi e mai avrei supposto di poter distribuire un pezzo di spettacolo in questo modo. E non è facile anche perché oggi vi trovo pensieri e considerazioni ulteriori, risvolti che non avevo ben chiari quando, tanti anni fa, ne curai la regia.
E’ questo un dramma tutto centrato sulla volontà di distruzione, che mai cessa di albergare nell’animo umano. Le serve odiano la padrona in quanto inarrivabile: la dea che abita una realtà per loro inaccessibile. In sua assenza si alternano a impersonarla, in lotta col tempo che scorre inesorabile verso il momento in cui la padrona farà ritorno, sempre con la paura di essere scoperte. Smascherate nella misera pantomima. Vivono la loro realtà come una prigione. Si sostengono a vicenda alla ricerca di una volontà che non posseggono, ma che permetterebbe loro di uccidere la padrona e mettere fine alle sofferenze. Non possedendo questa volontà, falliscono, e la padrona è libera di recarsi alla nuova e splendida festa che la vita ha tenuto in serbo per lei. Rimaste sole, si agitano e si interrogano disperatamente in merito alla loro posizione, a quanto abbia intuito la padrona, a quali pericoli stiano correndo. 
In realtà sono due voci di una stessa faccia; a volte l’una sostiene l’altra, a volte nell’incertezza dell’una, l’altra deve prendere il sopravvento. Ma sono due voci che dicono la stessa cosa: non c’è speranza. Tanto vale far crollare del pareti del tempio.
Così le serve, incapaci di uccidere la padrona, decidono che una di loro dovrà morire, e l’altra pagarne le conseguenze. Questo è il punto interessante: oggi vedo queste due donne come una sola, che nell’atto di uccidere una parte di sé, accetta di spalancare le porte di una prigione alla parte che resta in vita. Non facciamo così, anche noi, quando rinunciamo a qualcosa? Un sentimento, una speranza, uccisi dalla voce interiore che giudica troppo alto lo sforzo. Troppo difficile l’obiettivo, richiede una capacità di mettersi in gioco fuori dalla nostra portata. O dalla mia, non so voi che ne pensate. Ma forse anche voi vi siete trovati nella situazione in cui, non riuscendo a distruggere l’oggetto o la persona che non potevate avere, odiata, forse amata, avete tentato di distruggere una parte di voi stessi. Adesso penso: quella che spera?
In questo modo costruiamo le nostre prigioni interiori: ogni rinuncia è una sbarra. Quando pensiamo di distruggere e quindi allontanare mettiamo in atto soltanto una fuga. Però è una fuga che assomiglia alla morte. E’ uno scappare dentro, e non fuori.
Ma questa è soltanto la parte finale di uno spettacolo perso nella memoria, nella quale una delle serve beve il tiglio avvelenato preparato per la padrona.
Questi eravamo noi, nella primavera del 1987, poco prima di partire per il Grande Sogno.

   

5 thoughts on “Les bonnes (come eravamo 2)

  1. bellissimo post. meccanismi ricorrenti per molti, le fughe in avanti e le prigioni (anche le paure sono prigioni).Sono talmente tante e multiformi, le prigioni quotidiane, da aver dato vita ad un blog collettivo. perchè non ti iscrivi anche tu?

  2. anche regista teatrale!!! E magari hai scritto dei testi che sono stati rappresentati, scommetto.
    Qualcosa stai dichiarando , piano piano…belle sorprese.
    Sulla domanda che poni: ci sono molti tipi di rinunce e molti modi di rinunciare. Alcuni legati al non coraggio, alla confusione, alla debolezza, alla paura, e questi uccidono una parte di noi.
    Altri invece sono legati alla matura accettazione della realtà, alla consapevolezza dei limiti, alle necessarie battute d’arresto ecc.
    Questi sono sani, non tolgono nulla anche se nell’immediato sembrano aprire voragini di solitudine o nuove pagine di fallimento.
    Non tutto può essere e soprattutto non come lo si desidera.
    Riflessioni in corso d’opera, certo.
    Mettersi in gioco e provare non è in discussione, è invece opportuno e giusto.
    Mi sto chiedendo quale sia l’anno del mio “Grande Sogno” :-)))

  3. A giudicare dagli applausi direi che lo spettacolo deve essere stato entusiasmante.
    Sì credo anch’io che si uccidano parti di sè per aprire nuove porte… 😉
    Saluti e buon we.

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