La Topa (traduzione)

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Dovendo con rammarico prendere atto delle lamentazioni di coloro che non riescono a leggere correntemente l’idioma originale della Tribù degli Uomini (indiani Lakota), mi sento invitato a concretare una traduzione, quantomeno approssimativa, del post precedente. Naturalmente, nel traslare l’originale in italico odierno si perdono fondamentali elementi catartici, e l’intera opera risulta menomata di alcuni dei significati pregnanti che la caratterizzano.
Nel procedere di questa traduzione, mi sono avvalso ampiamente dell’Opera Omnia del filosofo Oreste Scaramellozzi, che come tutti sanno si condensa nel famoso saggio "Filologia della pòtta", ed ho inoltre consultato il misconosciuto trattato filosofico "Sull’ovvio e sul nonsenso", di Eugenio Puppa.
Alcuni termini risultano comunque non traducibili nella lingua corrente, e in questi casi mi sono visto costretto ad utilizzare blandi sinonimi, a scapito di fluidità e ritmo del linguaggio nel suo complesso. Me ne scuso.
 
 
 
 
La Topa è un dolce. E questa non è una sottile metafora come a indicare che la Topa è il premio dell’uomo al termine del pranzo. No, la Topa è veramente un dolce, che si presume di origine contadina, visto che in effetti è un semplice filone di pane simile a quello francese, la baguette, però dolce e pieno di zibibbo, e che non si trova in pasticceria mentre invece lo si può acquistare facilmente dal panettiere.
Lo zibibbo è l’uva sultanina, e non ci è dato sapere perché venga chiamata così, è una cosa che si perde nella notte dei tempi.
A Lucca hanno un dolce molto simile alla Topa, ma lo chiamano Buccellato, e questo non ha la forma a filone di pane, ma rassomiglia piuttosto ad una ciambella molto grande. Adesso potremmo analizzare il motivo per il quale l’uno si chiama Topa e l’altro Buccellato, ma saremmo costretti a deviare dall’argomento principale. Si ritiene comunque che il Buccellato venga chiamato così perché caratterizzato da una parte esterna molto dura; infatti la Topa in genere è più morbida del Buccellato.
Si apre qui una querelle filosofica che da secoli angustia l’uomo, definita da aspri dibattiti sul motivo per il quale gli abitanti di Livorno si ostinano a chiamare Topa un dolce lungo e all’apparenza nodoso, mentre a Lucca un dolce tondo e con un buco in mezzo viene inopinatamente chiamato Buccellato. Taluni sostengono che ciò abbia a che vedere con una mistificazione degli Archetipi avvenuta in epoca arcaica, e con alcuni aspetti non congrui del pensiero occidentale. Personalmente ritengo che in filosofie orientali quali la giapponese, ad esempio, un dolce tondo e con un buco in mezzo verrebbe senz’altro chiamato Topa, mentre un dolce lungo e all’apparenza nodoso si meriterebbe a buon titolo l’appellativo di Buccellato. Ma è noto come in Giappone resti viva la ricerca della perfezione del gesto e del concetto. Sembrerebbe quindi che, quantomeno nella definizione di certi termini, la civiltà occidentale risulti molto approssimativa.
In ogni modo la Topa è un dolce molto gradido dalle popolazioni locali, e viene normalmente acquistato ad uso dei bambini.
La mia esperienza personale mi porta col ricordo ai tempi nei quali infatti ero un bambino, e mia madre spesso la acquistava per me. Ma rammento anche con dolore che in quei giorni, per avere la Topa, si doveva pagare un piccolo balzello, il quale poi forse così piccolo non era, almeno per il sottoscritto. A volte giungo a pensare come alcuni fatti mi abbiano verosimilmente procurato alcuni problemi di carattere psicologico.
Infatti, quando mi recavo con mia madre al mercato per acquistare il pane, lei eseguiva puntualmente la stessa pantomima, dicendo: …buongiorno, sposa (un tempo fra di loro le donne si chiamavano sposa, e nelle panetterie a servire il pubblico sono quasi sempre donne), vorrei un pezzo di pane di campagna, due panini morbidi… e una fetta di Topa per il bambino. Che poi ero io.
In quei frangenti, la commessa della panetteria, con significativi ammiccamenti e sorrisi smaglianti, provvedeva a tagliare un pezzo di questo pane dolce, ridendo a crepapelle nel constatare come il mio viso si colorasse di un bel rosso brillante.
Questi episodi hanno lasciato in me come una forma di titubanza nei riguardi della Topa, devo confessarlo.
Però, voglio affermare, non appena mi arrivava a portata di mano, io l’afferravo in fretta, perché la Topa mi è sempre piaciuta.

24 thoughts on “La Topa (traduzione)”

  1. …ovvia, occhidipervinca, mica è così tragica. :0)
    Il blog è anche un divertimento, e io mi sono divertito parecchio a scrivere la prima versione della Topa, e anche la traduzione con relativa presentazione. Olé.

  2. l’altra versione mi ha ricordato “Quer pasticciaccio” di Gadda 🙂

    Max, i tuoi commenti vivono di vita propria, talmente sono belli: sono essi stessi post, e posso solo inorgoglirmi nel pensiero che, bene o male, ho fornito uno spunto sia pur minimo ai tuoi pensieri

    ribadisco: scrivi da Dio
    un forte abbraccio, notte
    L.

  3. Grazie ancora! Sono un giovanottino inesperto del mondo e finalmente mi hai svelato l’arcano.
    Adesso mi potresti spiegare anche che cosa si intende per “potta”?
    Perchè a scuola tutti mi prendono in giro…

  4. Uhm. …potta è un po’ più difficile. C’è bella potta; da potta e da culo; potta e ponci; pottina; pottasia; potta moscia, pottina incipriata… e credo altre ancora che non mi sovvengono. Però, dé, ma voi siete i Licaoni! Dovreste essere voi, a insegnarlo a me. Gioventù indolente.

  5. non c’è storia! molto meglio in livornese!
    e poi chi capisce, capisce, gli altri a scuola! come me, che dopo mesi di vernacoliere e pratica sul campo col compagno di strada, mi ci sto proprio appassionando (be’, devo dire che ho un maestro eccellente 🙂

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