(Ispirato da un brano di José Saramago, tratto da "Memoriale del convento", nel corsivo).
…dei giudizi del Santo Uffizio non si parla qui, che quello tiene gli occhi ben aperti, invece della bilancia un ramo d’ulivo e una spada affilata dove l’altra è smussata e ammaccata. C’è chi ritiene che il ramoscello sia offerta di pace, quando è ben chiaro che si tratta di fuscello della futura catasta, o ti taglio o ti brucio, è per questo che, se si vuol offendere la legge, è meglio pugnalare la moglie, per sospetto d’infedeltà, che non onorare i cari defunti, il problema è avere buoni padrini che giustifichino l’omicidio e mille cruzados da mettere sulla bilancia, non per altro la giustizia la regge in mano.
Molti misfatti non potrebbero aver luogo, se non per l’operato di quei tristi figuri che con disprezzo ritengo di poter definire delatori. Parola che nella sua accezione più antica significa, oltre a recare notizia, portare da un luogo ad un altro. E infatti le notizie, la maggior parte menzognere, dettate da invidia o acredine o semplice crudeltà, fornite da queste scure figure, altro non fanno che trasportare uno sventurato dalla pace e tranquillità di casa sua, alla prigione e alle torture degli inquisitori.
Questi, per canto loro, non hanno alcun bisogno di affannarsi in giro nella ricerca di eresie, stregonerie e quant’altro sia passibile di severa punizione, secondo la legge del Signore nostro Dio, ampiamente rivisitata e conformata alle attuali esigenze dell’esercizio del potere. C’è chi si presta volentieri alla bisogna, scorrazzando in lungo e largo per le strade alla ricerca dell’empio, o semplicemente accostando l’orecchio alla parete, per ascoltare e scoprire nella conversazione del vicino di casa quanto di nefando vi si possa intendere, o più spesso immaginare.
Ma quando parlo di misfatti, intendo chiarire, non mi riferisco al furto di qualche pollo messo in opera da un disgraziato per sfamare una progenie smisurata, e neanche al sacramento involontario che possa sfuggir dalla bocca distratta di uno sventurato che si è appena pestato il dito con un martello. Non sospetto la pratica della stregoneria nell’esercizio dell’antichissima arte erborista, per quanto essa, esercitata in maggior luogo da donne, si presti evidentemente a simile accusa.
I misfatti ai quali alludo si compiono nelle segrete stanze del potere, ove vengono allestiti strumenti di tortura di tale orrida evidenza, da incutere il più disumano terrore anche alla semplice vista. Un uomo – o donna – portato al repentino cospetto di tali strumenti, nella maggior parte dei casi si rende immediatamente disponibile a confessare i più sordidi reati, e quando ciò non avvenga, è facile per l’inquisitore sopperire a tale mancanza mettendo in opera, spesso con piacere, le tecniche sopraffine dell’arte sua.
Ottenuta in tal modo una confessione di splendida e incontestabile verità, supportata da documenti redatti all’uopo in lingua sconosciuta e indecifrabile alla popolazione comune, si può procedere alla consacrazione della cerimonia conseguente, con declamazione ufficiale della condanna e arrostimento sulla pubblica piazza del malcapitato.
Ora, se è vero che nella maggior parte dei casi le confessioni estorte altro non sono che il risultato della sofferenza di un povero cristo, portato dall’eccesso di dolore a confermare e convalidare qualsiasi frase gli venga sussurrata nell’orecchio, ne consegue che la cerimonia dell’interrogazione del reo altro non è che l’affermazione di un atto di potere, al fine di perpetuarne la stabilità nel tempo. Nell’atto di giudicare e condannare si rende chiara una scala gerarchica, coi suoi intermedi passaggi e competenze, al cui vertice siede soddisfatto l’inquisitore.
Mentre invece, come appare evidente, la cerimonia durante la quale vengono punite le colpe immaginate, ma non per questo meno gravi, è necessaria da una parte per distogliere il popolo dal pensiero delle miserevoli e ingiuste condizioni di vita nelle quali versa, dall’altra per consentire al popolo stesso di sfogare in modo violento l’insoddisfazione e la rabbia che può provare nei confronti delle caste privilegiate, e trarne insegnamento. Perché si può ben capire come tale cerimonia, durante la quale si assiste alla cremazione di una creatura vivente, sia un monito quanto mai ponderoso per ogni singola persona che vi assista, la quale viene portata a considerare con ansiosa precisione le conseguenze delle proprie gesta.
Rimane soltanto da considerare, adesso, come nella manifestazione più estrema delle disgrazie altrui ognuno trovi la propria personale consolazione, in modo che lo spettacolo al quale si assiste, oltre a situare nella giusta scala di valori le avversità personali, rende ampiamente consolatoria la zuppa di aglio, e niente più, che verrà consumata quella stessa sera.
Come si può ben vedere, il cerchio si chiude con estrema soddisfazione e sollievo di ogni intervenuto.
Tranne colui che viene investito del ruolo di colpevole, e ingiustamente giustiziato.
Come è ovvio.
Molti misfatti non potrebbero aver luogo, se non per l’operato di quei tristi figuri che con disprezzo ritengo di poter definire delatori. Parola che nella sua accezione più antica significa, oltre a recare notizia, portare da un luogo ad un altro. E infatti le notizie, la maggior parte menzognere, dettate da invidia o acredine o semplice crudeltà, fornite da queste scure figure, altro non fanno che trasportare uno sventurato dalla pace e tranquillità di casa sua, alla prigione e alle torture degli inquisitori.
Questi, per canto loro, non hanno alcun bisogno di affannarsi in giro nella ricerca di eresie, stregonerie e quant’altro sia passibile di severa punizione, secondo la legge del Signore nostro Dio, ampiamente rivisitata e conformata alle attuali esigenze dell’esercizio del potere. C’è chi si presta volentieri alla bisogna, scorrazzando in lungo e largo per le strade alla ricerca dell’empio, o semplicemente accostando l’orecchio alla parete, per ascoltare e scoprire nella conversazione del vicino di casa quanto di nefando vi si possa intendere, o più spesso immaginare.
Ma quando parlo di misfatti, intendo chiarire, non mi riferisco al furto di qualche pollo messo in opera da un disgraziato per sfamare una progenie smisurata, e neanche al sacramento involontario che possa sfuggir dalla bocca distratta di uno sventurato che si è appena pestato il dito con un martello. Non sospetto la pratica della stregoneria nell’esercizio dell’antichissima arte erborista, per quanto essa, esercitata in maggior luogo da donne, si presti evidentemente a simile accusa.
I misfatti ai quali alludo si compiono nelle segrete stanze del potere, ove vengono allestiti strumenti di tortura di tale orrida evidenza, da incutere il più disumano terrore anche alla semplice vista. Un uomo – o donna – portato al repentino cospetto di tali strumenti, nella maggior parte dei casi si rende immediatamente disponibile a confessare i più sordidi reati, e quando ciò non avvenga, è facile per l’inquisitore sopperire a tale mancanza mettendo in opera, spesso con piacere, le tecniche sopraffine dell’arte sua.
Ottenuta in tal modo una confessione di splendida e incontestabile verità, supportata da documenti redatti all’uopo in lingua sconosciuta e indecifrabile alla popolazione comune, si può procedere alla consacrazione della cerimonia conseguente, con declamazione ufficiale della condanna e arrostimento sulla pubblica piazza del malcapitato.
Ora, se è vero che nella maggior parte dei casi le confessioni estorte altro non sono che il risultato della sofferenza di un povero cristo, portato dall’eccesso di dolore a confermare e convalidare qualsiasi frase gli venga sussurrata nell’orecchio, ne consegue che la cerimonia dell’interrogazione del reo altro non è che l’affermazione di un atto di potere, al fine di perpetuarne la stabilità nel tempo. Nell’atto di giudicare e condannare si rende chiara una scala gerarchica, coi suoi intermedi passaggi e competenze, al cui vertice siede soddisfatto l’inquisitore.
Mentre invece, come appare evidente, la cerimonia durante la quale vengono punite le colpe immaginate, ma non per questo meno gravi, è necessaria da una parte per distogliere il popolo dal pensiero delle miserevoli e ingiuste condizioni di vita nelle quali versa, dall’altra per consentire al popolo stesso di sfogare in modo violento l’insoddisfazione e la rabbia che può provare nei confronti delle caste privilegiate, e trarne insegnamento. Perché si può ben capire come tale cerimonia, durante la quale si assiste alla cremazione di una creatura vivente, sia un monito quanto mai ponderoso per ogni singola persona che vi assista, la quale viene portata a considerare con ansiosa precisione le conseguenze delle proprie gesta.
Rimane soltanto da considerare, adesso, come nella manifestazione più estrema delle disgrazie altrui ognuno trovi la propria personale consolazione, in modo che lo spettacolo al quale si assiste, oltre a situare nella giusta scala di valori le avversità personali, rende ampiamente consolatoria la zuppa di aglio, e niente più, che verrà consumata quella stessa sera.
Come si può ben vedere, il cerchio si chiude con estrema soddisfazione e sollievo di ogni intervenuto.
Tranne colui che viene investito del ruolo di colpevole, e ingiustamente giustiziato.
Come è ovvio.

Argomento profondo e scritto benissimo, ma du’ palle…guarda la tua posta, va’. Un bacino, Cate
…sono contento che ti sia piaciuto, Cate. :0)
Beh… narrare di argomenti di storia-costume come tu fai in questo post non è facile. E poi mancava (o almeno io non ne avevo letti).
Noto che le letture che fai influenzano le tue argomentazioni… oppure è il contrario?
In ogni caso hai capacità di immedesimazione davvero invidiabili. E ammirevoli.
Hai talento, caro Max, oramai credo sia davvero innegabile ciò.
Ora dico un’eresia ( spero di non essere condannata al rogo..): credo che dovresti dedicare alla scrittura molto più tempo…. facendo ciò nn so davvero dove potresti arrivare!
Che dire? Enchantée!!!
Continua cosi caro Max.
Prima o poi scriverai un saggio.
Già vedo iltuo successo e te lo dico con ilcuore.
Un saluto e buon sabato sera!