Alla stazione

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Perso in mezzo alla folla che alla stazione venne a salutarti, forse ad invidiarti per l’avventura che stavi per vivere, ho cercato sul tuo volto almeno un barlume di indecisione. Ma tu avevi solo sorrisi, e dal tuo corpo sprigionava una energia a stento trattenuta, la stessa che ti fece volare sul treno, un solo balzo, e superare con un gesto atletico perfetto quella asticella posta tra te e il tuo sogno.
Il sorriso e l’energia del tuo alzare gli occhi al cielo, felice, nel ricevere e poi mostrare orgogliosa ad un pubblico in delirio la medaglia che ti eri guadagnata.
Era già tutto presente, nel giorno della tua partenza. Le nuvole gridavano al sole di non avere la forza sufficiente ad oscurarlo, accontentandosi di restare in contemplazione, sorridenti, anche loro; il sole brillava come la medaglia che, tutti lo sapevamo, avremmo visto sul tuo petto.
Ho cercato il tuo sguardo, a lungo, tenendo pronte le parole che avrei voluto gridarti.
Nel momento in cui ti sei voltata verso di me, la mia anima ha gridato, sì, ma dalla bocca solo un flebile fiato, e sulle labbra la muta pantomima delle parole che sentivo esplodere dentro.
“Ti prego, non mi dimenticare”.
Non ho visto nei tuoi occhi la comprensione, e sul tuo viso neanche la più piccola piega del distacco; mi hai guardato, e basta. Poi, sei salita su quel treno.
Io sono tornato qui, ogni giorno, nell’ultimo posto che ci ha visto insieme, a interrogare quei binari, chiedendo conto della loro supina disponibilità al trasportarti lontano da me.
Sono rimasto fermo, in tutti questi anni, seguendo da lontano la storia delle tue vittorie, nella vita e nell’amore.
Ho guardato infinite volte il tuo volto, sul giornale e in televisione; ho la tua immagine in rilievo, sulla mia pelle. Ma credo che non saprei riconoscerti, una volta di fronte a te.
L’emozione potrebbe velare il mio sguardo, o forse le lacrime lo farebbero scivolar via.
Ho scavato questo mio amore per te, sotto le pietre di ogni strada che ho percorso, con la cura che si riserva ad un fossile antico, tanto fragile e con una sua storia; una storia che sembra non appartenermi. L’ho portato alla luce con l’infinita pazienza dell’attesa, l’ho pulito dai residui di speranza, ho reso flessibile ogni sua parte, bagnandolo col pianto della rassegnazione. Trattenendo il fiato, ho tolto la terra che lo frenava.
"Ti prego, non mi dimenticare".
Vorrei che tu avessi letto sulle labbra, e nel respiro sospeso, l’intero libro della mia vita, racchiuso nelle parole che mi hanno donato a te senza riserve, con lo stesso slancio del tuo corpo flessuoso, gettato oltre ogni limite e speranza.
Sono vuoti, i miei giorni. Il mattino inizia come l’ansito di uno stacco di corsa su una pista immaginaria, dove cerco e vengo inseguito dai tuoi occhi. Alla sera, le mie mani indagano nel buio ovattato dell’assenza, brancolando verso un ostacolo da poter superare, per giungere sino a te. Scalerei la montagna più terribile, affronterei i lupi dai denti di ghiaccio e i briganti sfregiati nell’anima, per poterti vedere.
Ma non ho la forza di salire su quel treno, non ho il coraggio di lasciare che scorra e si allontani la strada che saprebbe portarmi da te. Così banale e sciatto, senza medaglie da porre ai tuoi piedi. Inutile e perso per ansie quotidiane, frammentato e riflesso nelle mille facce anonime e spente che incontro per via, lavate da quel niente che ormai soltanto hanno da offrire, nel fugace lampo negli occhi, nell’istante del rapido incrocio di sguardi, muta testimonianza di una felicità perduta, mai posseduta, dispersa nell’Oceano senza tempo. E senza luogo. Per andare subito oltre, di nuovo dimenticati, sprecati a sé stessi.
Questa distanza che ci separa, fatta di pietre che sono familiari ai miei passi e che ho indagato nella loro intima durezza, saggiandola con colpi taglienti a spezzare i binari che mi avrebbero permesso di incontrarti. Non ho mai conosciuto la tua forza; la stessa che ti ha consentito di salire su quel treno per correre verso gli ostacoli che la vita ha seminato. Io, sono rimasto immobile.
E quindi sei tu, a dovermi raggiungere.
Io sono qui, a forare l’aria seguendo con gli occhi il percorso di binari che si perdono in un punto vuoto dello spazio, e del tempo, alla ricerca di un brandello della tua immagine.
Con tale ansia ti cerco, da credere davvero di poterti vedere in questa donna che mi viene incontro con movimenti di pantera avvezza a saltare ogni ostacolo.
Un cagnolino ti trotterella accanto, e tu lo guidi a camminarti di fronte spingendo in avanti il guinzaglio. Sembri sorpresa di vedermi; nel tuo incedere sicuro un lieve accenno, subito mascherato, di insicurezza.
Ed io sono una pietra.
Sei tu, che ti fermi di fronte a me. Sei tu che possiedi questi occhi che hanno rubato il colore della profondità all’Oceano che ci ha separato.
Io sono acqua che scivola sul tuo corpo senza bagnarti.
Nel tempo infinito in cui le labbra si schiudono, sento la potenza nel vento delle tue parole, un uragano che frusta il mio corpo, lo frantuma, lo scioglie e lo dissolve e lo trascina per poi ricomporlo nella paura di averti di fronte.
"Non ti ho dimenticato".
Sei tu, che lo dici.
Ma c’è tristezza, nella tua voce. Le tue spalle sono piegate in una curva che non avevano, quando spezzavi l’aria sopra il limite di un’asticella posta tra te e la tua vita.
La mano che sale a sfiorare la mia guancia, lasciando cadere a terra il guinzaglio che trattiene il cane al tuo fianco, è piegata nella stessa forma dolorosa dei miei giorni.
Ed io guardo il cane, che nel suo istante di libertà, con uno scarto improvviso inizia a correre, sempre più lontano, lanciato in una caccia senza scopo apparente. Scatti di mascella a mordere l’aria vuota.
Non è triste soltanto ai miei occhi, lo sguardo che segue quella folle corsa.
Un sospiro. "Tornerà," sembri dire a te stessa.
Poi, ti volti di nuovo a guardarmi.
Una voce meccanica che annuncia la partenza di un treno ci consegna di nuovo alla realtà, fatta di binari sui quali correre senza mai fermarsi, freddi e duri come le promesse che la vita non ha mantenuto.
E’ vissuto un solo istante, lo sguardo che sembrava riconoscermi e gratificare di un significato la mia attesa. Adesso tu guardi altrove, poi sembri rammentare qualcosa, e mentre il sorriso si spegne raddrizzi le spalle, con un gesto di tale precisione da tradire il costante allenamento, l’esausta ripetizione consapevole. Quante volte nello specchio hai esaminato le tue spalle curvate? E quante volte ti sei imposta l’attenzione necessaria, la continua vigilanza, per riuscire a non lasciarle piegate di fronte agli occhi impietosi del mondo?
Io lo vedo, adesso, che l’abito di pantera col quale ti mostri, altro non è che una maschera da indossare per scendere nell’arena di un circo terribile, che io non conosco. E che adesso sono felice di non aver conosciuto.
Con l’abilità che l’amore mi dona, osservo la tua snella figura, individuando le tensioni che sei costretta a mettere in gioco per restare in piedi. Ci sono parti consumate, nella tua anima, che tu hai dovuto rattoppare, imbellettare e fingere che fossero nuove. Tu leggi sul mio volto il dolore che provo nel vederti così provata; intuisci l’enorme quantità di amore che ho riversato in ogni istante nel quale ti ho atteso. Vorresti anche solo per un attimo farmi un regalo: essere ancora quella di una volta, e ritrovare la forza che avevi nelle splendide gambe con le quali sei salita sul treno, le stesse che ti proiettarono nella storia, e forse oltre l’unica asticella che sei riuscita a superare. Probabilmente è soltanto la mia immaginazione, a dipingere sul tuo volto il mesto sorriso che sembra rispecchiare e rendere nuova emozione, in te, l’invocazione che per anni ho inviato con tenacia a raggiungerti, spinta con la forza della disperazione sui binari che soli sapevano dove trovarti.
“Ti prego, non mi dimenticare”.
Io non ho dimenticato, e dentro di me conservo intatta l’immagine del sorriso e della determinazione che possedevi mentre saltavi sul treno e nella vita. Tu sei la stessa, per me.
Mi sembra che stia calando la sera, e invece è ancora pieno giorno. Ti guardo e non riesco a dire una parola, mentre dentro di me si frantumano le certezze che mi hanno sostenuto nel corso degli anni; però la mia dedizione non potrà mai trasformarsi in pietà.
Con la velocità che l’amore mi dona, mi affretto a sostituire le fantasie con le quali mi ero raffigurato il nostro incontro; non sarai tu a salvarmi da una vita che mi ha lasciato intatto nella sua caparbia volontà di non sfiorarmi. Sarò io a salvare te da una vita che ti ha spezzato nel suo ostinato cercarti e raggiungerti.
Tu adesso mostri di ignorarmi, ma io non mi lascio ingannare; sono certo che avverti potente la mia presenza, l’adorazione nei miei occhi, la speranza compiuta e incredula di averti vicino, e tutto questo, ormai lo sappiamo entrambi, potrebbe rappresentare l’ultima difesa contro il crollo rovinoso della tua vita.
In silenzio ti incammini, ed io ti seguo a poca distanza, con l’atteggiamento e gli occhi del cane che sembra tu abbia appena perduto, e che forse si è allontanato vedendo in me il suo naturale successore.
Il bar della stazione ci accoglie col suo abbraccio fumoso. Ci facciamo strada tra scoppi di risa, parole sussurrate e sguardi che ci ignorano – quanto dolore nei tuoi occhi – fino a raggiungere un tavolo libero. Non ho bisogno del tuo invito per sedermi di fronte a te, e tu non hai bisogno del mio sostegno per iniziare a parlare.
E mentre mi descrivi le stazioni della tua vita, nel momento in cui dovrei seguire il dipanarsi di un racconto, io mi scopro a guardare i tuoi capelli, e poi a seguire la linea del tuo corpo, a cercare la forma del tuo seno.
Ed infine esplode la fantasia che a lungo ho trattenuto, ogni volta che l’ho sentita partire, come un treno sui binari della mia testa.
Ti porterò su un letto e affogherò la mia, la tua disperazione, con i baci più caldi che tu abbia mai avuto. E vorrò i tuoi occhi nei miei, quando affonderò dentro di te, con la stessa forza e dolcezza che mi ha permesso di superare mille anni di assenza. E vorrò leggere lo stupore nei tuoi occhi, quasi a cancellare desiderio e passione. Lo stupore di una donna che scopre di giungere a concedersi oltre ogni aspettativa, oltre ogni esperienza.
Il tocco della tua mano mi trascina fuori dal letto della meraviglia, ma non è una doccia fredda, perché scopro che mi sorridi e nei tuoi occhi leggo una luce di consapevolezza. Di certezza.
Poggio il gomito sul tavolo, e la guancia sul palmo della mano.
E aspetto di ascoltare la tua storia.
 

7 thoughts on “Alla stazione”

  1. Wow!!! Vorrei fare uno di quei commenti in cui si capisce che sono rimasta colpita dal tuo racconto… forse mi basta dirti che lo rileggerò anche domani! 🙂
    La bellezza dell’attesa. Giusto.
    La certezza di un incontro. Vero.

    Ti auguro una bella settimana!
    Ciao, ciarissimo!:))
    Anna 🙂

  2. scrivi bene, non arrenderti, spero che nel tuo racconto ci sia qualcosa di vero, di vissuto, ho un certo presentimento, forse ti conosco meglio di altri. ciao da red

  3. Chissà perchè ho l’impressione che tu non abbia bisogno di ascoltare la sua storia per conoscerla….chissà perchè sento che in fondo, anche se a distanza, tu hai vissuto quella storia in qualche modo…l’hai rapita ai suoi occhi, alle sue mani, al suo corpo…..così adesso è un po’ anche la tua storia…….

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