Congedo – parte terza

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Ma nei miei sogni vinco sempre e trovo quel che cerco nei tempi dovuti, per caso o per fortuna, per entrambe forse, o perché sono io a volerlo, Signore delle mie fantasie. Ma guarda. Una nota romantica. Non me ne credevo capace.
E adesso non so più se andare avanti o meno, eppure ho detto che bisogna farlo, e infatti si dovrebbe, ma a che pro? Non ricordo.
Sarebbe lo stesso, voglio dire, fa differenza se invece torno indietro? Se mi sposto di lato, sulla sinistra, sulla destra, prima sulla sinistra e poi sulla destra, o viceversa? Probabilmente, sì, fa differenza, nel senso che questi spostamenti mutano la prospettiva, se c’è, ed anche la direzione.
Ci fosse un orizzonte sconfinato, sia davanti che dietro, o di lato, ovunque… ma qui si tratta di un bosco e di George, e non deve essere la stessa cosa. Infatti adesso la prospettiva è limitata, direi entro chiazze di colore più o meno intense, macchie gialle e verdi, piccole e grandi, sospese a mezz’aria, basse al suolo, alte sopra la testa a nascondere il cielo e il sole, astratte, indistinguibili. In mezzo a questo inferno di colori c’è il sentiero sul quale procedo: due strisciate parallele di terra battuta, bianca, divise da una striscia di erba rada, stenta. Segni di zoccoli e di ruote di carro ed escrementi di cavallo, secchi.
Tutto si confonde, nella mia testa e altrove, e resta soltanto una gran confusione, nessuna certezza di ciò che è, di ciò che deve o non deve essere, di quel che è stato e non sarà mai più, di quel che non è stato.
Trovo difficoltà a proseguire, stasera, sdraiato su questo letto e sul sentiero che porta da George, perché da George sto ancora andando, dopo tutto questo tempo, anche se lui, ammesso che sia lui e non un altro, in questo momento sta litigando con la moglie o con l’amante, con una troia, così l’apostrofa infatti, con una donna qualsiasi. Ma a costo di risultare indiscreto, o di sentirmi indesiderato, giuro che lo troverò, in questo bosco di merda o in un qualsiasi altro luogo immaginario, perché nei miei sogni non posso mancare il bersaglio. Ad ogni modo spero che sia solo, come me, solo da sempre, come quando si nasce, come quando si muore.
Armato di tale decisone mi avvio spavaldo, leggero, abbandono il sentiero e mi immergo nell’intrico di colori, procedendo in posizione eretta finché posso, carponi quando non posso più, strisciando quando è necessario, e, Lo troverò, mi dico, da qualche parte questo inizio avrà una fine, questo procedere una pausa e lì sarà George, fortunosamente solo, come deve essere.
E intanto striscio dentro un fossato, nell’acqua stagnante, esco dal fosso e proseguo carponi sotto un albero inclinato al suolo, corro schivando istintivamente gli ostacoli sul mio cammino senza neppure vederli, sferzandomi il volto con piccoli arbusti, bassi, esili, che mi rigano le guance e si spezzano con un lieve crepitare.
E mi fermo a pensare. Posso farlo, nei miei sogni, sicuro. Posso farlo quando voglio. E mi fermo, dicevo, e così ha termine la mia ricerca. Sì, perché, penso, perché perdere tempo a cercare George dato che posso trovarlo nell’attimo stesso, o quasi, in cui prendo questa decisione, di trovarlo appunto, in virtù del fatto che sono io stesso a creare le mie fantasie?
Basta poco, alle volte, per scoprire delle verità interessanti. Per evitare delle lungaggini che, in fin dei conti, risultano troppo spesso troppo noiose, da evitare per amore della brevità. E siccome sono un tipo al quale piacciono le cose spicce, l’ho detto, una simile constatazione mi appare come una rivelazione, un orgasmo lungamente atteso e sospirato e invocato.
Così mi rimetto in marcia e fatti pochi, pochissimi passi, uscendo finalmente da quella babele di colori, eroe vittorioso e insanguinato, vittima della propria gloria, mi ritrovo in una specie di grotta, ne ha tutta l’aria, le cui alte pareti a volta sono composte da un intreccio incredibile di rami, rametti e foglie, tanto da non lasciar passare che poche gocce di luce, piccole stalattiti luminose, e seduto per terra stava George, lo sguardo spento e gli occhi socchiusi, ammesso che sia possibile avere gli occhi socchiusi e, contemporaneamente insomma, lo sguardo spento. Ma via, non sottilizziamo, lasciamo le cose come stanno. Sono come devono essere, le cose, nel loro modo, nel giusto modo direi. Forse, sì, forse sono disposte in maniera… vediamo: un po’ caotica, no, disordinatamente, ecco, ma che possiamo farci?
Dovrei dimenticarmi di me stesso, credo, agendo in qualche modo sulla volontà e costringermi, ai fini di una maggiore coerenza, o analisi, a riflettere, per gridare poi che George non può avere gli occhi socchiusi e, contemporaneamente insomma, lo sguardo spento. E che non so come sia possibile che George… e che le pareti, peraltro vegetali, di quella grotta erano così fitte, ma così fitte, ci passa poca luce, piccole stalagmiti luminose, e ammettere che i miei sogni, a scendere nei particolari, risultano poco convincenti, che non hanno significato, che io stesso non ho significato e allora, sì, le cose acquisterebbero una loro coerenza, un sapore di realtà inconfondibile, inconfondibile.
E a me, che rimarrebbe, a me? Tolti i miei sogni, perché disordinati e inconcludenti, non resta altro se non la consapevolezza della mia solitudine, del vuoto attorno a me, spazio limitato ma vuoto, e dentro di me, senza George né nessuno, con niente altro che i miei incubi per riempire la mia stanza e niente per riempire la mia anima.
In questo modo prendo congedo dai miei sogni e li abbraccio tutti, tutti quanti, col pensiero: le mie fantasticherie, le mie glorie mai vissute.
Lancio un brusco saluto a George, volto i tacchi e mi allontano, indifferente, lui pure indifferente, e torno sul mio letto, forse per l’ultima volta, in penombra, immobile, in attesa dei miei incubi, immobile, forse ancor più immobile di quanto lo sia il letto stesso.  
 
(continua)

4 thoughts on “Congedo – parte terza”

  1. Ciò che ho letto fin ora è di grande spessore letterario. Questo racconto, dai contenuti mirabili, offre grandi spunti di riflessioni. Si aggrovigliano sogni e pensieri, paure ed emozioni tutte nella mente del protagonista che rappresenta poi la mente umana universale, stilisticamente parlando lo trovo perfetto nella forma e, ripetendomi, nei contenuti, ma mi riservo di ampliare il mio commento, penetrando l’intero racconto, quando apporrai la parola fine.
    Un sorriso

  2. ancor più immobile del letto stesso…questa, Max, è VERA. Questo è il punto, con te. Tu scrivi, racconti, parli, anche magari di personalissimi cazzi tuoi, e io mi ci ritrovo sempre…è così che si scrive. A presto, Cate

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