Congedo – parte prima

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La Nera Figura si staglia abbastanza nitida da poter essere, diremo, intravista contro il vano illuminato della porta. La luce è debole, giallognola, delinea a malapena la scura forma che, avvicinatasi, adesso troneggia al centro della stanza, no, più vicino a me: ai piedi del mio letto. Inerte. Immobile.
Un vago tremore, un’impercettibile tremolare e mutare nel chiaroscuro dei contorni sembra imprigionare, racchiudere la massa fumosa dalla quale essa (essa?) è composta, eterea compagna del mio delirio, se tale è, perché un simile termine, in questo momento di tremenda afflizione, mi appare pregno, carico, saturo di dolce eufemismo se confrontato – quasi come una carezza su un volto duro, cupo, vuoto di spiragli – con ciò che avviene in me senza sorrisi: con caparbietà.
Bene, non voglio precisare oltre. Un fischiettio lontano, di sicuro qualche anima randagia. In strada, in penombra, appena fuori dalla portata della debole luce di un lampione. Oltre questo, buio completo.
Penombra e buio, ecco: sono questi gli elementi essenziali, le indispensabili fondamenta dei miei incubi. Non sono molti, suppongo: non mi sono mai preso la briga di contarli. Soltanto, mi riesce difficile dimenticarli. Ed allora ecco che vengono a contendersi amabilmente i miei tramonti e le mie sere, le mie notti; uno dietro l’altro, l’uno diverso dall’altro.
Forse è davvero così, fatemi pensare. Si susseguono senza sosta, i miei incubi, inarrestabili, occupando uno spazio tutto loro. Ognuno con un proprio inizio, una fine, uno specifico svolgimento, evoluzione, una particolare intensità. Proprio così: intensità. Non c’è niente di strano, credo. Comunque, non ha importanza: ormai ci sono abituato. Non mi impressionano più o, almeno, non tanto.
Quanto mi impressionino poi, voglio dire, non vale la pena di parlarne: sono così importante io, disteso su questo sudicio letto, ma che dico, fossa, sì, fossa è più appropriato, sudaticcio pagliaccio preda dei propri fantasmi, da sollevare tanta curiosità? Non credo. Ben più importanti sono, invece, i miei incubi. Bene, sarà mia cura non confonderli. Di alcuni, forse, non parlerò neanche. Vedremo. Primo incubo, in ordine di tempo, la Nera Figura. La conoscete già, credo. Come descriverla? Non vorrei ripetermi. Del resto, non posso fare altrimenti.
In questo caso dirò semplicemente che aveva un qualcosa di umano, nella forma, che pure rimaneva vaga: né uomo né donna, priva di capelli, dei seni, dei genitali. Nessun accenno di muscolatura. Tutto qui. Imperscrutabile come un’altezzosa Sfinge, presiede a questo solitario sfogo già da molto tempo: mesi, anni. Non saprei.
Diciamo che forse col passare del tempo ho in essa idealizzato la figura della Morte, nei momenti in cui la sento. Perché a volte non la sento, come ora. Ora che è giorno. Prima la sentivo, voglio dire, poco fa. Quando? Ma quando ho iniziato. Che cosa? A quale scopo? A saperlo, ve lo direi. Ho iniziato, tanto basta: tutto il resto agli sciacalli, amabilmente. Non fermiamoci adesso.
Sentivo, come si dice, il suo freddo respiro sulla nuca e le sue gonfie natiche premere sul mio stomaco, mentre con l’esile dito esplorava lentamente il mio foro. Lentamente, molto lentamente. Con andamento voluttuoso. Non saprei dire in quale posizione io mi trovassi, dato che tutto intorno a me era nero profondo, se vogliamo fare eccezione per quella strana Macchietta Bianchiccia, credo di non avervi mai accennato, che ballonzolava instancabilmente davanti ai miei occhi.
Questa Macchietta, non so se mi spiego, non è proprio uno dei miei incubi, non uno dei soliti. Ha l’evanescenza lattiginosa di un fantasma, uno dei tanti, e presa a sé non muove altro che la mia curiosità. Pura e semplice. Rappresenta soltanto un componente, e dico questo sperando che sia vero, un accessorio dei miei, dei vostri, dei nostri incubi.
Abbiamo qualcosa in comune? Ma certo: l’oscurità, la penombra, la rigida compostezza di quella paura che ci trattiene e ci ha trattenuto, nei diversi momenti della nostra vita, in posizioni difficili da descrivere, in oscurità più o meno profonde.
Del resto, l’ho detto, mi è sempre riuscito difficile, al buio, stabilire l’esatta posizione o postura del mio corpo. Allo stesso modo, la pur semplice percezione di una qualche unità esistente tra membra, ossa, cartilagini e tutto quel che ancora c’è in un corpo, svanisce inesorabilmente in una dolcissima dissolvenza. La volontà? Spacciata.
All’orgastico rilassamento che scende in me nella misura in cui cala l’oscurità, il mio corpo si abbandona ansioso, fremente; il mio corpo sembra godere della perdita di contatto col cervello: non ubbidisce più. Si lascia andare. Nel frattempo io, rinchiuso nell’inutile involucro, attendo, impotente ed ansioso.
Perché è qui, nel momento in cui la penombra affoga nel nero completo, che si fanno avanti i miei incubi, sicuri di avere un pubblico attento e composto, una vittima poco chiassosa.
Così, non ho potuto gridare quando la Morte si è seduta sul mio stomaco. Non ho gridato neanche mentre mi penetrava… anche se Dio sa quanto volessi dar libero sfogo all’orrore che turbinava in me e all’angoscia che attanaglia il pensiero ed estingue la ragione, io tremante innanzi alla terribilità degli dei, o di chi al momento ne eseguisse le direttive.
Questo, prima che la luce si accendesse nella stanza accanto e che la Nera Figura passasse da quella stanza a questa, nella quale mi trovo.
Però pensando a quel che ricordo di aver detto prima, cioè pensandoci bene, mi vedo costretto a contraddirmi, e voi non sapete quanto mi costi tornare sui miei passi. Già, perché la Nera Figura non può essere la Morte, mi dico. La Morte è passata da poco: si è seduta, ho sentito il suo freddo respiro e mi ha messo un dito nel culo.
Quindi, un’ipotesi da scartare, ancora una Mio Dio.

2 thoughts on “Congedo – parte prima”

  1. Perdindirindina, credevo mi fosse scomparso il Max e invece eccolo in gran forma: mi è piaciuto un sacco, questo, ma proprio tanto. Sono passata dalla tristezza alla paura, dallo stupore alla malinconia, e ho finito con una grassa risata. Bravo Maxettino, ti lascio un bacio. Cate

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