Congedo – parte seconda

Uncategorized
Chi sei, dico io, e non ottenendo risposta ripeto la domanda con tono demente e poi ancora, e ancora, e ancora… come fosse un gioco, uno strano ritornello con varie pause e gorgoglii poco interessanti fino a che la voce assume un tono metallico, gracchiante, fatto questo che non manca di spaventarmi. Ed allora mi interrompo ansante, esausto, sfinito. Che altro? Ah, sì: terrorizzato.
Sarei per le cose spicce, sarei; la lentezza mi esaspera. Se colei che mi ha sodomizzato con tanta cura non fosse che un’abile mistificatrice, se non quella ma questa Nera Figura fosse la Morte, perché non farsi avanti, infine, perché non presentarsi apertamente? Perché? Gridami in faccia chi sei, avanti, fatti sentire! Grida il tuo nome, maledetta, maledetto, maledetti tutti quanti! Voi che siete nascosti da un velo d’ombra, voi che non vi mostrate, che non conoscete il suono della vostra voce, voi che non ascolto perché non mi parlate, venite in questo tempo a domandare questa Cosa Nera cosa sia: un uomo, una donna, un demonio?
Niente la tradisce: non un movimento o un respiro. Nulla che lasci intuire vita e pensiero nell’ammasso scuro.
Fuori piove, ne sento il lieve rumore contro il vetro della piccola finestra, come di dita che battono con ritmo indefinito, ma dentro di me il silenzio si è fatto pesante, assoluto. Sono stanco ed ho già perso gran parte del mio interesse. Verso cosa? Al diavolo: non durerà molto, lo so. Da parte mia, non riesco a stare zitto. E’ un male, mi dicono, ma di quel che mi dicono, mi importa molto? Non so. Non voglio certo farvi intendere, vediamo, che io sia un gran chiacchierone, no, è solo che il silenzio mi opprime, mi angustia, devo combatterlo. E se non ho niente da dire alle persone che mi sono vicino oppure, come è più facile, non ho nessuno vicino, ho sempre qualcosina da parte per me stesso, qualche storia da raccontarmi.
Storie inventate, si capisce, magari un po’ inverosimili ma quando si ha fame, fame davvero, si mangerebbe anche la merda. Così faccio io: mi accontento, mi nutro di sogni. Non chiedetemi quali, vi prego, se possibile eviterei di parlarne. Sono soltanto fantasticherie partorite chissà come dalla mia mente malata, non hanno certamente più valore di me ed io, l’ho già detto, non sono importante. Neanche un po’.
E se mi capita, come capita, di parlare di me, cioè di dire: Conciòcheavvieneinme, oppure se talvolta mi azzardo in affermazioni più o meno categoriche come: Nondirò, Nonparlerò (non parlerò!), apparentemente sorrette da un carattere deciso, bisogna capire subito che tali affermazioni vanno prese per quel che sono. Epitaffi. Parole per descrivere quel che è stato.
Perché se c’è stato (e non lo nego) un tempo in cui mi ritenevo interessante, almeno per me stesso, non privo di un certo fascino e magari anche un tantino intelligente, se vogliamo, devo purtroppo confessare che questo tempo, questo eden psicologico è rimasto sopraffatto e soffocato dal succedersi incessante dei minuti, delle ore, dei giorni spesi nel cercare di capire i miei incubi.
Adesso la Nera Figura è scomparsa: un po’ di sollievo, una tregua. Perché tornerà, io lo so, torna sempre e sempre puntuale. La luce nella stanza accanto si è spenta, lasciandomi nel buio completo. Non ho mai saputo cosa c’è nella stanza accanto alla mia, o forse l’ho dimenticato, né quante stanze vi siano oltre queste due… a formare un unico blocco di stanze? Ma ve ne sono altre, di stanze? Ecco una domanda interessante. Oppure queste due stanze sono le uniche esistenti? Non direi. Andiamoci piano, con le ipotesi fantasiose. Nei miei rari momenti di lucidità, vediamo, cioè quando i miei incubi mi lasciano in pace, cosa che debbo dire non avviene spesso, sento dei rumori filtrare attraverso le pareti, il soffitto, il pavimento.
Ciò mi fornisce il modo di supporre, ammesso che ci si possa fidare delle mie percezioni, l’esistenza di altre stanze oltre questa che occupo e l’altra, che riesco solo a vedere.
Che poi altre stanze ci siano davvero, questo, non sono in grado di affermarlo con assoluta certezza, ma mi consola l’idea di avere qualcosa in comune con qualcuno, sia pure soltanto una parete.
Una parete o un sogno, che differenza fa? L’essenziale è il non sentirsi soli, credo.
Ed allora ben vengano i rumori di porte sbattute, di stoviglie e bottiglie frantumate. I fragorosi sospiri di orgasmi consumati su letti disfatti, perché anche di questi suoni mi nutro, oltre che di sogni.
E un tale panorama sonoro che ad altri risulterebbe, temo, un po’ esiguo, si da il caso che basti a farmi sentire… o meglio, avvertire… e dato che sono qui che sembro in simbiosi col mio letto o quasi, forse ancor più immobile e spigoloso di quanto lo sia il letto stesso… insomma è la Vita che sento e avverto in quei suoni sgraziati o dolci o misteriosi che siano, ed essi compensano la mia forzata inattività e forse anche soddisfano la mia voglia di vivere, rendendomi partecipe di un numero considerevole di esistenze vissute come si deve, collaudate.
Inoltre questi suoni, e specialmente le voci, forniscono solidi sostegni e spunti per i miei sogni, per le storie che mi racconto, dato che, si capisce bene, essi rappresentano per me l’unico aggancio con la realtà, la quale io interpreto liberamente.
E visto che io non sono un tipo particolarmente esigente (e come potrei?) mi dico che una realtà così poco appariscente è già qualcosa, in fondo, e che posso farmi bastare ciò che ho senza pretendere altro, in fondo. Comunque sia, mi sono preoccupato di dare un nome ad ognuna di queste voci, anche se spesso le confondo, ed ho popolato in questo modo il vuoto che mi circonda, quando i miei incubi riposano.
Così mi capita a volte di sentire George che litiga con la moglie, e mi ricordo e sogno l’ultima volta che ho visto George, cioè nel bosco, cioè quella volta che mi sono arrampicato su per la collina, cielo coperto e grigio, a piombo, sapendo che andavo da George o meglio intuendolo, pur senza avere la minima idea di come arrivarci né quale strada prendere, per andare da George. Ma ciò non scalfiva la mia sicurezza: in quanto a decisione ne ho da vendere, nei miei sogni. Ottengo sempre le vittorie che mi prefiggo e sempre in maniera gloriosa, di una gloria direi smodata.
Non si può dire lo stesso in altri momenti e in altri luoghi, temo. In questo senso non mi resta che aspettare, sì, tirare avanti nei limiti del consentito, senza lasciarsi andare, badando bene di non cedere, o cedendo e anche lasciandosi andare, se è il caso. Perché intanto le cose si muovono e il tempo passa e in qualche luogo si finisce per approdare, bello o brutto o indifferente che sia, non ha importanza, migliore o peggiore del precedente, non ha senso, e talvolta si finisce col trovare ciò che inizialmente si cercava, quando ormai la ricerca era dimenticata.

2 thoughts on “Congedo – parte seconda”

  1. Beh, qui da ridere non c’era proprio niente, però, così come ho smaniavo per leggere la parte seconda, mi piacerebbe sapere che esiste anche una terza. Semplicemente perchè rimango come in attesa d’un finale che non percepisco qui. Ne hai di cose da dire, tu. Un bacio, Cate

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *