La metamorfosi – parte seconda (Kafka Remix)

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“Uno non dovrebbe mai fermarsi su una piazzola dell’autostrada senza motivo,” rifletté M.
Cercò di distogliere gli occhi dal volto di sua madre, quasi che questo bastasse a farla svanire, e nello stesso tempo si ripeteva che una calma, calmissima riflessione era più utile di ogni decisione precipitosa.
Colse un movimento nello specchietto retrovisore. Guardando meglio vide sua sorella uscire dalla stessa vettura e procedere a passi esitanti verso di lui, per poi piazzarsi con espressione affranta di fronte al finestrino opposto a quello così inopinatamente occupato dalla madre, la quale, per colmo di sventura, prese di nuovo a picchiettare con le nocche sul vetro. “Max, figlio mio disgraziato! Che cosa stai facendo?” chiese a gran voce.
M. intanto si era fatto molto più calmo. Dunque, eravamo a questi fatti. Non soltanto lui per primo non si raccapezzava della situazione, ma gli veniva per giunta domandata una spiegazione alla quale non poteva offrire risposta. In ogni modo, era evidente che sua madre riteneva che in lui vi fosse qualcosa di non regolare, e sembrava disposta ad aiutarlo.
Lentamente M. girò la manopola che abbassava il vetro e risolutamente volse lo sguardo verso la madre, che forse per il freddo si premeva il viso fra le mani.
“Che cosa stai facendo, mamma? Fa molto freddo, siamo distanti chissà quanto da casa e tu stai rallentando il mio viaggio.”
M. sciorinò in gran fretta questo discorso, quasi inconsapevole di quel che diceva. La madre alzò uno sguardo inorridito e quasi a cercare conferma o conforto volse gli occhi verso la sorella di M. “Sei riuscita a capire una sola parola?” le chiese. “Per carità, mamma,” rispose la sorella dall’altro lato: si scambiavano discorsi attraverso l’automobile di M. “Forse è ammalato gravemente, e noi lo tormentiamo.” “Era una voce di bestia,” disse la madre in tono stranamente smorzato.
Quindi, gli altri non capivano le sue parole, benché a lui fossero parse abbastanza chiare, più chiare di quando aveva risposto al telefono poco prima, forse perché il suo orecchio vi aveva fatto l’abitudine. “Mamma, mamma, “ disse M. sottovoce guardando su a lei. All’udirlo, la madre parve ritrovare la prontezza di spirito. “Che ci fai qui, Max,” la sua voce aveva la gentile premura di un tempo “è necessario il tuo rientro immediato a casa. Devi trasformarti in uno scarafaggio”.
Questa affermazione colse M. di sorpresa: ciò che gli si chiedeva sembrava possedere le caratteristiche della follia, di certo aveva frainteso le parole di sua madre. Volse gli occhi a guardarla, è poi girò il capo a incontrare lo sguardo della sorella che, scoprì, annuiva.
Benché M. continuasse a ripetersi che non stava succedendo niente di speciale, all’infuori di un evidente traslazione della realtà verso la pazzia, confusamente pensava che non gli restava il tempo di verificare le buone intenzioni di quelle due donne. Il suo sguardo cambiò quattro volte direzione, poi si risolse a tentare di spiegare il suo operato. “Sono in viaggio, mamma,” disse sommessamente, e non riuscendo a guardare in faccia la madre, quasi si sentisse colpevole di chissà quale mancanza, cercò negli occhi della sorella un’improbabile segno di comprensione, trovandovi solo sgomento. “Non so dove sto andando,” riprese “non capisco come mi sia trovato su questa strada, della quale non conosco l’ubicazione. Vado verso una voce che mi chiama, suadente, sebbene ancora non sappia come raggiungerla, né se vi sia davvero una persona che possa dare corpo a questa voce. Forse inseguo una chimera, e confesso che non sono del tutto certo del fatto mio, e di quale senso abbia questo viaggio. Però quel che tu mi proponi, ne converrai, è ancora più folle: perché dovrei trasformarmi in uno scarafaggio?”
La madre lo guardava senza riuscire ad articolare una parola, era evidente che non aveva compreso niente dell’accorato discorso pronunciato dal figlio, ma nello sguardo che M. le rimandava forse  intuì l’affranta domanda finale.
“E’ necessario, Max,” disse con voce rotta dalla commozione “la tua trasformazione in scarafaggio fornirà a tutti noi l’occasione di riscatto all’inutilità delle nostre vite. Tu ti trasformerai in qualcosa di terribile e noi, nel tentativo di correrti in soccorso, sacrificando la nostra stessa esistenza all’amore che ti portiamo, rintracceremo una ragione che ci aiuti a superare lo sconforto del trovarsi a vivere in questo mondo privo di significato.”
M. si sentì pervadere da una profonda tristezza per le condizioni di vita che gli venivano prospettate, non riusciva ad immaginarsi in veste di occasione di riscatto complessivo e collettivo. Non capiva cosa gli si stesse chiedendo.
All’improvviso, quasi per un tacito segnale, le due donne si scambiarono di posto: M. si trovò a fronteggiare il sorriso suadente di sua sorella.
“Max, fratello mio adorato, non vedi in quale condizione imbarazzante ti sei cacciato? Sei in mutande, alla guida di una vettura lungo una strada che non conosci, perso nella disperata ricerca di un sogno. Guardami: sono una giovane donna, ma già mi sento sopraffatta da un senso di stanchezza, priva di entusiasmo, e quando torni la sera mi trovi seduta in poltrona, in vestaglia, oppure a misurare a passi lenti le stanze di casa. Non ho uno scopo. Tu puoi aiutarmi: ti trasformerai in uno scarafaggio, in qualcosa di orribile e detestabile, che più niente avrà di somigliante con quello che sei stato fino ad ora. Io ti accudirò superando il disgusto che la tua vista mi procurerà, passerò attraverso le fiamme di un tremendo calvario sorretta solo dalla mia dedizione e ne riemergerò nuova e purificata. Nei miei occhi si leggerà una grande forza, troverò un marito che si riterrà fortunato di avermi incontrato, e la sera suonerò per lui tristi ma consolatorie melodie con il mio violino.” E, quasi a confermare quei nuovi sogni e buoni propositi, al termine del discorso la ragazza si alzò, stirando le giovani membra.
M. restò a lungo immobile, guardando davanti a sé, pensando con amore commosso ai suoi familiari. Della necessità di quel ruolo che gli si proponeva andava man mano convincendosi, e se possibile, ancor più fermamente della sorella.
Rimase in quello stato di vacua e tranquilla riflessione finché non sentì la propria mano, come mossa da intenzione inconsapevole, sfiorare la chiave di accensione.
Mise in moto, con un ultimo sguardo sfiorò la mamma e la sorella. E in quel modo se la svignò presto, non badando nemmeno al silenzio generale che accompagnava la sua ritirata.
Lungo la corsia di accelerazione che di nuovo lo immise sul rettilineo confortante dell’autostrada, M. sorrise.
Al prossimo svincolo sarebbe uscito, e avrebbe continuato a procedere per strade secondarie, poco battute, piene di curve e impegnative. Con grandi salite. E al momento di uscire dall’auto per esplorare nuovi spazi e luoghi, poca importanza avrebbe rivestito l’essere in mutande.
“Non sono uno scarafaggio,” pensò.
Questa considerazione lo riempì di speranza.

7 thoughts on “La metamorfosi – parte seconda (Kafka Remix)”

  1. Salve!
    Grazie x il benvenuto ma non sono nuova nè ho abbandonato vekki blog diciamo che per il momento preferisco bloggare in modo diverso e mi spiego. Ho vari blog su msn e uno anche qui su splinder ma permeati su grafica unita a pensieri. Anche se meno continuo a curarli. Ultimamente poca voglia di graficare mi ha riportata alle origini o melgio alla mia passione originaria cioè scrivere! Scrivo da sempre i miei pensieri quindi ho creato questo spazio su invito di amici dv esternarli semplicemente senza grafica correlata. Il tutto è molto soddisfacente 🙂 Vedo che te sei un lettore appassionato…non ho letto questo libro rimedierò visto che adoro leggere…x ora sul mio comodino c’è New Moon il seguito di Twilight di Stephenie Meyer conosci?
    Cmq vado non prima di averti augurato un buon pomeriggio e grazie ancora 🙂
    AlBaNuOvA

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