Parigi, 1979

Uncategorized

A Pigalle c’era la pizzeria “Campo verde”, proprio di fianco al Moulin Rouge. Ad un prezzo irrisorio si poteva avere un primo, una pizza, vino e caffé.
Dal quartiere a luci rosse, vetrine piene di fruste e falli di plastica, si può salire sino a Montmartre, e ammirare il candore immacolato della cattedrale del Sacro Cuore.
Sembra l’allegoria di una ascesa alla purezza: partire dal luogo dove regnano gli istinti più animaleschi per salire a guadagnarsi il silenzio della contemplazione mistica. C’è una funicolare che porta in cima alla collina della “Butte”, ma io ho sempre preferito la meravigliosa e ripida e faticosa scalinata in stile liberty. Ha più senso, per me, spendere un po’ di sudore per raggiungere la serenità e la pace e il bianco immacolato di quella chiesa. La fatica col sorriso sulle labbra.
Le piazzette che frammentano il tragitto, il piccolo Teatro perso tra i negozi di vino e formaggio, le finestre a piombo sull’acciottolato che scende vertiginosamente, tanto calde e dorate nell’ombra fresca della prima sera.
Le strade di Parigi, in quel fine d’anno del 1979 erano nuove di zecca, per me.
Così pochi giorni, per assorbire l’impatto di una poesia che ancora sento vibrare nelle ossa.
Il pomeriggio del 31 dicembre l’abbiamo speso nell’affannosa ricerca di qualche canna, io, il mio amico Sauro e un paio di ragazzi di Riva del Garda raccattati per strada.
Quella è stata la volta in cui ho pagato la cifra più alta, per venti grammi di prezzemolo essiccato. Peccato, non c’era a disposizione una cucina, altrimenti avrei potuto utilizzarlo per insaporire un bel sughetto di pomodoro. Peripezie e manchevolezze della vita.
Abbiamo cenato alla pizzeria “Campo verde”, dove adesso c’è un Burger King, e poi via, per le strade fredde in cerca dell’anno nuovo.
L’approdo dove vivere la nascita del primo gennaio era certo, il modo di arrivarci, a piedi, presentava delle incognite.
A Parigi, se non parlate francese, non trovate uno stronzo che vi indichi la strada; è matematico.
Intorno alle dieci (di notte, vero?), giungiamo in una piazza dove troviamo un microscopico tendone da circo, reso magico dalla luce dorata dei lampioni. Al suo interno, uno spettacolo gratuito.
Io la vedo come Woody Allen, mi stanno sulle palle i mimi. Sarà quella faccia bianca, il costume scheletrico, sarà per come sanno muovere le mani. Sarà che li vedo molto tristi.
Ma l’artista che quella volta ci ha ammaliato era fantastico, straordinario. Eseguiva una serie di circonvoluzioni, col corpo infilato in una rete sottile e un uovo in mano. Ne ha fatte di tutti i colori, con quell’uovo, rigirandolo in modi inediti e cacciandolo nei più improbabili pertugi, per poi tirarlo fuori, trionfante, in mezzo a scroscianti applausi.
Serviva una canna, per gustare appieno la magia di quello spettacolo. E’ per questo che mi ritrovo fuori, prezzemolo e cartine in mano, per infilarmi in un carrozzone stile vecchio west; una tenda a forma di ferro di cavallo piazzata sopra un semplice assale. Mentre sono intento alla bisogna, compaiono in lontananza due tizi con dei mantelli da pipistrello. Cazz, les flic.
Sono bravo anche io, come mimo. Mentre i poliziotti transitano ignari, io mi esibisco nella perfetta imitazione di una pelle d’orso, aderendo in modo magistrale al pavimento del carrozzone.
Una performance epica. Il giusto preludio alla carriera nel mondo del teatro che sarebbe giunta pochi anni dopo.
E insomma, il prezzemolo, anche essiccato, non è gradevole da fumare; procura un forte giramento di palle. Ormai lo spettacolo è terminato, non resta che rimettersi in cammino.
Dalla piazza dell’Hotel de Ville si arriva a Saint Michel, quartiere latino, percorrendo due ponti, che nel mezzo della Senna in quel punto c’è una piccola isola.
E su quei due ponti, ragazzi, ce n’erano di canne! Volavano come farfalle impazzite a bassa quota, non era mica difficile acciuffarle al volo e trasportarle poco oltre, verso altre mani affamate.
Dopo una mezz’ora di apnea giungiamo alla fine del secondo ponte, proprio nel momento in cui scatta la mezzanotte e le bottiglie (vuote) ruotano felici per aria alla ricerca di qualche testa da frantumare e i baci schioccano su ogni guancia e anche su qualche bocca e la gente si diverte a ballare gioiosa sulle incaute automobili in transito mentre nei vicoli male illuminati si consumano quadruplici sbalorditivi amplessi!
Mi sento afferrare per la mano, appena il tempo di voltarmi e scopro una lingua che mi fruga in bocca. Una donna, per fortuna. Occhi di cerbiatta e seno prosperoso, culo da pattinatrice on ice.
E in quel momento esatto un esercito di pulotti in assetto di guerra, forse disturbati nel sonno dalla grande confusione di voci e musica e baci e bottiglie rotte, irrompe in una carica forsennata verso di noi. Ma i giochi ormai sono fatti. Lei abbranca di nuovo la mia mano e mi trascina in una corsa per vie e vicoli che scorrono guardandoci con un sorriso. Una volta in salvo, mi offre una cioccolata calda in un bistrot di fianco a Rue de la Huchette, che io non avevo un euro in tasca, pardon, una lira, pardon, un franco.
Poi mi invita a visitare il suo albergo, con un tono talmente gentile che sarebbe troppo scortese opporre un rifiuto.
Però, una volta arrivati, il problema che ci troviamo di fronte consiste nel fatto che ogni camera risulta ostruita da una selva di amici.
La situazione richiede gesti coraggiosi. Ho provato ad infilzarla sulle scale, ma la faccenda si rivela quanto mai rognosa; la capocchia scivola sempre di lato.
L’ho portata allora in uno di quei simpatici bagni posti tra un piano ed un altro, caratteristica saliente dei vecchi alberghetti parigini. Ma quando lei mi vede a braghe calate seduto sulla tazza del cesso, con Polifemo che la squadra minaccioso, se ne esce in una risata irrefrenabile, ed io mi vedo costretto a portarla subito fuori, per evitare che le escano le cartilagini dal naso.
Alla fine, riusciamo a liberare una stanza con un ignobile stratagemma. E allora, e poi, e insomma… non vorrei cadere in torbidi particolari. Ma la luce fu.
A giorno fatto, come in un film in bianco e nero, mi sono vestito nel silenzio interrotto dal lieve respiro di lei perso tra le lenzuola, e dopo averle poggiato un grato bacio sulla guancia sono uscito nell’aria fredda del nuovo anno.
A volte la ricordo, chiedendomi dove sia.
E ancora più spesso penso a Désirée. Ma questa è un’altra storia.
Raggiunto il metrò, mi sono infilato nel primo convoglio che mi è sembrato giusto, per ritrovarmi scaccolato nel bel mezzo del Bois de Boulogne, a secoli di distanza dal mio albergo.
E’ sempre stata un’avventura, Parigi. Occorrono più di mille parole, per descriverla.

6 thoughts on “Parigi, 1979”

  1. Svegliata nel mezzo della notte passeggio un po’ tra i vari blog ed eccomi ancora qui a leggere e sorridere. Parigi. :o) Ho passeggiato un po’ in lei tra le tue righe, e ti ringrazio. Lo sai quanto amo quel posto magico.
    Dici bene: occorrono più di mille parole per descriverla, anche se tra le tue mille parole non le hai tolto nulla.
    Un’avventura… capita anche che mentre passeggi in Place du Tertre qualcuno ti prenda per mano e ti chieda di sposarlo :o)
    E quant’é vero, Max… ho parli il francese o lo parli!!! :o)))
    Ciao c. :o) Buonanotte

  2. Fantastico narrare, caro MaxWeb… 🙂 mi ha catturata completamente… il prezzemolo lasciamolo alle patate lesse, viva le canne d’altro genere… viva Parigi… vive la France!

  3. Ricordo la prima volta a parigi, era per un ultimo dell’anno, ricordo cn due amiche le lunghe passeggiate credo di averla percorsa a piedi per giorni interi, avevo sognato così tanto quella città che volevo respirarla fino in fondo, la seconda volta andai sola non volevo limite al mio penetrarla…

    Ho respirato l’essenza di Parigi in questo racconto, e ho sorriso alle tue avventure…
    grazie per questo viaggio…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *