(Da un incipit tratto dal libro omonimo di Mark Haddon, esercizio di scrittura del mercoledì di apostrofo, del forum Apostrofo. L’incipit scelto è in corsivo)
Quelli che vanno nella mia scuola sono stupidi. Solo che non mi è permesso dirlo, anche se è vero. Vogliono che dica che hanno delle difficoltà nell’apprendimento o hanno esigenze particolari. Il termine esatto è gruppo H. Questa sì che è una cosa stupida, perché tutti hanno dei problemi nell’apprendimento, perché imparare a parlare francese o capire il principio della Relatività è difficile, ed è altrettanto vero che ognuno ha le sue esigenze particolari, come mio padre che deve portarsi dietro le pillole dolcificanti da mettere dentro il caffè per non ingrassare, oppure la signora Peters che gira sempre con un apparecchio acustico color crema, o Siobhan che ha degli occhiali talmente spessi che ti fanno venire il mal di testa se li provi, e nessuna di queste persone viene classificata come gruppo H, anche se hanno delle esigente particolari.
Ci ho pensato per un po’, a questa cosa, perché in fondo in quella scuola ci vado anche io.
E allora forse questo significa che sono stupido. A me non sembra, ma come posso esserne sicuro? Anche quando andavo nella scuola in fondo alla strada mi sentivo diverso dagli altri, così come mi sento diverso in questa. Nella scuola in fondo alla strada mi sembravano stupidi, in modo diverso, certo, ma stupidi altrettanto. Avevano differenti difficoltà di apprendimento rispetto ai miei attuali compagni, ma le avevano. C’era chi non riusciva a ficcarsi in testa le più elementari regole della matematica neanche a sparagliele addosso con un cannone; e la matematica è così semplice. Io sono bravo a contare le cose: potrei dire quanti chicchi di riso ci sono in un vaso, anche se questa per Siobhan non è matematica. Ma è vero che le operazioni più complesse, per gli altri, mi si spiegano davanti come disegnate sullo sfondo del cielo. E questa è una forma di intelligenza.
I miei compagni di oggi sono diversi da quelli che avevo nella scuola in fondo alla strada. Quando percorriamo il tragitto insieme, nel pulmino, molti hanno lo sguardo fisso nel vuoto, sembra che niente di quello che vedono abbia un qualche valore o interesse. Un giorno ho scoperto un filo di saliva che scendeva dall’angolo della bocca del mio vicino di posto. La bocca aperta. Questo mi ha spaventato. Siobhan mi ha detto che è l’effetto delle medicine, che non è niente di grave. Io però ho cambiato posto, dal giorno dopo. Le medicine mi fanno paura, non voglio avere niente a che fare. Credo che troverei il modo di sputarle, se volessero costringermi a prenderle. Anche questa è una forma di intelligenza. Ho provato a consigliare al mio compagno di sputarle, ma non credo mi abbia sentito. E’ rimasto per tutto il tempo a guardare il riflesso del sole sul vetro della finestra. Ho guardato anche io, ma non c’era niente di particolare. Solo il riflesso del sole. Mi sono stancato e l’ho lasciato alla sua contemplazione. Diverse ore dopo stava ancora nello stesso punto, a differenza del sole che si era spostato e non si rifletteva più nel vetro. Quindi forse non stava guardando il riflesso, ma qualcos’altro, o forse niente. Spero di non aver mai bisogno di medicine che ti imbalsamano in una posizione per ore.
Invece nel pulmino che ci portava nella scuola in fondo alla strada c’era sempre più movimento. I compagni maschi non facevano altro che spintonarsi praticando il gioco del Chi è più forte e riesce a fare più confusione, mentre le femmine si perdevano nei disegni di cuoricini e fiorellini sul diario di classe, dove al posto dei compiti per casa infilavano le foto dei cantanti più belli. E questo non è intelligente. Forse nel gruppo H ci starebbero meglio loro. Io trovo che sia stupido perdere tempo a costellare le pagine del diario di classe con le foto dei cantanti e degli attori, gente che non vedrò mai in vita mia. E ancora più stupido è scrivere frasi di amore e di passione verso questi sconosciuti. Infatti quella volta che mi è capitato tra le mani il diario di una mia compagna di classe, nell’ora di ricreazione, mi sono nascosto dietro l’albero grande, in fondo al giardino, e ho cominciato a sfogliarlo, un po’ per curiosità ma anche perché in fondo volevo capire che cosa ci trovasse di buono e di bello in quei personaggi. Certo, alcuni erano davvero belli, però io mi ricordavo le loro canzoni più famose, che ho sempre trovato impossibili da ascoltare. Non ho mai capito come si possa trovare piacevole una musica basata su ritmi ripetuti e ossessivi. A me viene la tremarella, quando ascolto quelle canzoni. Sento subito martellare nella testa il ritmo che si ripete all’infinito e mi spinge contro la parete, o nell’angolo più lontano della stanza, nel tentativo di sfuggirgli. Ma non c’è scampo, almeno finché quella musica si spande nell’aria come un’onda capace di ucciderti. In quei casi ho imparato a dominarmi, comunque, anche se il desiderio di fracassare tutto si fa strada prepotente. Perché quella volta che l’ho fatto, mio padre mi ha detto che non mi avrebbe più comprato niente fino a che non avessi pareggiato il costo dello stereo volato fuori dalla finestra, e del relativo vetro rotto. Io l’ho capito che si era arrabbiato sul serio, e da quel giorno ho evitato di ascoltare.
Comunque, dietro l’albero grande in fondo al giardino, io stavo sfogliando il diario della mia compagna di classe, e trovavo comica tutta la passione verso quelle persone che non facevano altro nella vita che spararti addosso la loro cacofonia così irritante, chiamandola musica.
Ho pensato che avrei fatto un favore alla mia compagna, togliendo di mezzo quello stupido diario. Le avrei permesso di ricominciare da capo, magari questa volta avrebbe evitato di disperarsi nel desiderio di conoscere qualcuno che molto probabilmente nella sua vita non avrebbe mai incontrato.
Allora ho tirato fuori i fiammiferi che porto sempre in tasca, non so perché, ma sapere che li ho con me mi procura un senso di potenza. Li ho tirati fuori e ho dato fuoco al diario. Mentre lo tenevo in mano ammirando le leggere lingue di fiamma ho sentito un grido lacerarmi le orecchie. La mia compagna di classe mi si è avventata contro, fermandosi però a distanza di sicurezza una volta visto il fuoco che divorava il suo diario, ed ha iniziato ad urlare fortissimo. Non ricordo le parole, ma il ritmo e il volume sì, lo ricordo bene. Mi martellava nella testa come quelle odiose canzoni. Io ho iniziato ad arretrare, come spaventato, e allora lei si è fatta più vicina continuando a gridare sempre più forte.
Quanto il tutto è diventato intollerabile, le ho gettato contro il diario. Prendi.
Siobhan mi ha spiegato dopo, che la camicetta di lei era fatta di un tessuto sintetico, e che per questo è risultata così infiammabile. Di certo io non volevo, ma appena il diario l’ha toccata ho visto la faccia e i capelli esplodere in una fiamma fortissima, quasi un incendio che l’ha presa alla sprovvista, e quando ha iniziato a correre per il giardino, sempre gridando, sembrava che le fiamme fossero alimentate da quella furia.
Dopo quel fatto mi hanno lasciato a casa per qualche giorno. Mio padre era molto arrabbiato con me, lo capivo da come si aggirava per casa colpendo con rabbia ogni oggetto che incontrava, ma non mi ha detto una parola.
Poi, mi sono ritrovato sul pulmino che mi porta alla nuova scuola, poco distante dalla vecchia in fondo alla strada.
I miei nuovi compagni sono stupidi, ma tranquilli.
Il cane morto l’ho scoperto alcuni giorni dopo, infilzato dal forcone come un’oliva col suo stuzzicadenti.
Ma questa è un’altra storia.

Notevole ciò che ho letto.
Sei riuscito a delineare e marcare alcuni tratti fondamentali di questa “patologia”, che in realtà, ancora oggi, rimane un’incognita, un puzzle da ordinare nell’enigma della mente. Non mi dilungo ulteriormente sui contenuti (diverrei prolissa), che per altro trovo molto significativi e descritti mirabilmente. Perfetto il linguaggio usato, un linguaggio semplice, ingenuo nel narrare l’incapacità di comprendere quali possono essere le conseguenze alle nostre azioni.
Un plauso grande, te lo meriti tutto!
non voglio leggere questo incipit…perchè questo libro certamente lo leggerò. ho già stabilito che lo leggerò. forse so anche quando. ma proprio per questo non leggerò questo tuo incipit, scusa.
aliper