La metamorfosi – parte prima ( Kafka Remix )

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Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, M. si trovò alla guida della sua automobile. Lanciato sull’autostrada come una saetta in direzione Firenze – Perugia, i capelli (quei pochi) scarmigliati, gli occhi sbavati sul parabrezza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi riflesso nello specchietto retrovisore, e spaventarsi del proprio aspetto.
“Che cosa mi è capitato?” pensò. Non stava sognando.
La sua automobile, una normale automobile, anche se un po’ piccola, gli rombava sotto il culo, che stava poggiato sul ben noto sedile, tra le due ben note portiere. Sopra al cruscotto, sul quale erano sparpagliate varie carte stradali, vibrava inquieto il biglietto di ingresso dell’autostrada.
M. girò gli occhi verso il finestrino, e al vedere il brutto tempo, sentì un improvviso senso di freddo alle gambe. Desiderò di dimenticare quelle stravaganze, ritenendo più opportuno farsi un’altra dormitina. Ma non riuscì a mandare a segno il suo proposito: era abituato a dormire sul letto, e in quella situazione risultava impossibile risolverne la mancanza.
Sentì aumentare il senso di freddo alle gambe e chinando il capo scoprì con orrore di trovarsi in mutande.
Le spalle si curvarono con un sospiro. “Queste levatacce abbrutiscono” pensò. “Un uomo dovrebbe poter dormire, quando gli occorre”.
Volse gli occhi all’orologio che brillava di un verde digitale, al centro del cruscotto. “Santo cielo!” pensò. Erano le sette e mezzo. Il conteggio dei secondi scorreva tranquillo.
Che fare, ora? Non si vedevano indicazioni di prossimi svincoli e del resto, anche riuscendo ad imboccarne uno, l’imbarazzo di scendere dall’auto in mutande non glielo cavava nessuno, e restare troppo a lungo nascosto dietro i sedili sarebbe risultato un ripiego sgradevole.
Mentre in gran fretta svolgeva questi pensieri, non riuscendo a decidersi se uscire o meno dall’autostrada, dall’interno del vano cruscotto sentì pigolare il telefonino. Dopo un breve intervallo si decise a rispondere. “M.” chiamò una voce – la voce di K. – “Sono le sette e mezzo, sei partito?” Bellissima voce! All’udire la propria in risposta M. inorridì: era senza dubbio la sua voce, ma vi si mescolava, come se in bocca avesse più di una caramella, un insopprimibile gorgoglio disordinato, così che solo all’inizio le parole uscivano chiare, ma poi si trasformavano in una cascata di suoni senza senso. Avrebbe voluto rispondere esaurientemente, ma vista la situazione si limitò a dire: “Sì, sono in viaggio, tutto bene”. Evidentemente la quasi totale assenza di campo non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, perché K. proseguì: “Ti aspetto”. E il contatto si chiuse.
“Prima che siano passate le sette e tre quarti” disse tra sé “Devo assolutamente capire cosa cazzo ci faccio qui, per giunta in mutande.” E si dispose a cogliere la prima segnalazione che indicasse una piazzola di emergenza, ritenendo, forse a ragione, di poter meglio riflettere su come ordinare la situazione e quali mosse compiere una volta disimpegnato dalla necessità di guidare. Nel momento in cui pose più attenzione attorno si avvide che stava procedendo sulla corsia di sorpasso, fatto che gli era sino ad allora sfuggito perché nessuno gli aveva chiesto strada, con la consueta sfanalata impertinente. In effetti, non ricordava di aver visto alcun veicolo transitare, sia nella sua direzione che in senso opposto. E più per l’agitazione causatagli da questi pensieri, che non obbedendo ad una decisone consapevole, M. sterzò in tutta fretta, portandosi nella corsia di destra. Ci fu un sottile lamento che individuò provenire dalle gomme, ma non un vero e proprio stridore. Le sospensioni assecondarono il movimento e la manovra risultò più fluida di quanto non pensasse. Aveva però dimenticato di badare alla posizione del capo e l’aveva picchiato contro il vetro del finestrino: dalla rabbia e dal male lo girò e rigirò, sfregandoselo col palmo della mano.
M. cercò di figurarsi se anche ad altri sarebbe potuto succedere di trovarsi in una situazione simile a quel che stava capitando a lui, concludendo che tutto ciò appariva quanto meno incongruo per non dire inverosimile. Ma come a significare un’aspra replica alla sua congettura, proprio in quel momento un’altra automobile si piazzò dietro alla sua, iniziando ad inviare segnalazioni con i fari. M. comprese immediatamente che gli si chiedeva di fare qualcosa, ma al momento non si sentiva propenso a prendere in considerazione le esigenze di altri, seppure proposte con tale veemenza. “Sono indisposto, signori, credetemi. Come altrimenti potrei trovarmi in simili frangenti?”
M. non capiva come potesse essergli piombato addosso quel caso difficile. Aveva sino ad allora condotto una vita molto ordinata, non avendo altro per la testa se non il lavoro e non uscendo quasi mai la sera. Certe volte si arrabbiava con sé stesso nello scoprirsi quasi ogni sera seduto al tavolo zitto zitto, a leggere il giornale o a studiare la programmazione di Sky. La massima distrazione che si concedeva era qualche lavoro di modellismo: in due o tre sere, ad esempio, aveva fatto un bel veliero; com’era carino, riposto nel cassetto del mobile in salotto.
Dall’auto che lo seguiva ripresero insistenti le segnalazioni luminose, ma M. decise di non angustiarsi per questo. Guidava adagio e circospetto, per non perdere la minima indicazione che segnalasse un luogo ove poter sostare. Nessuno che fosse a conoscenza della sua situazione avrebbe potuto pretendere attenzione. Forse gli si chiedeva di fermarsi, ma ad M. sembrava più ragionevole, adesso, che lo lasciassero in pace, anziché infastidirlo con mute pretese.
Prestando ancora maggiore attenzione alla strada, vide finalmente l’indicazione per un’area di sosta, chiamata Colfiorito. Con grande attenzione si immise nella corsia di disimpegno, dimenticandosi però di azionare la freccia, così che l’auto dietro, colta di sorpresa, si vide costretta ad una brusca frenata.
M. si portò con calma al centro della piazzola di sosta e con un sospiro di sollievo spense il motore, contemporaneamente rilassando i muscoli della schiena che, si rendeva conto solo adesso, aveva mantenuto in costante tensione. Si guardò attorno senza quasi vedere ciò che lo circondava, nel momento di rilassamento tanto simile ad un torpore stordito. Ma si riprese quasi immediatamente rendendosi conto dell’auto che lo aveva seguito, ferma adesso poco distante dalla sua. Con eguale se non maggiore sgomento M. ne vide scendere sua madre, che si avvicinò con passi frettolosi e le spalle strette come per un gran freddo o un forte vento. Non ebbe quasi tempo di sbattere le ciglia, che si trovò a fronteggiarne il volto corrucciato, oltre il vetro del finestrino.
“No,” pensò M.
Ma sua madre stava già picchiettando con le nocche della mano sul finestrino, nell’evidente richiesta di vederselo aprire.

 

(continua?)
 

11 thoughts on “La metamorfosi – parte prima ( Kafka Remix )”

  1. …non ne sono ancora del tutto certo, Perla, ma credo si tratti di una metamorfosi inversa: non è M. che si è trasformato, ma il mondo intorno a lui. :0)
    Poi ti faccio sapere.

  2. Non amo moltissimo le prose lunghe, ma questa tua val la pena d’essere letta!

    … ho come l’impressione che tu sappia già linkare i blog! ;)… nulla da insegnarti in merito, quindi!

    Ciao, E.

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