Incompiuto

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Stanze della memoria – Bozza

Si svegliò senza un motivo; nessun rumore e  niente che si agitasse intorno, neanche un filo d’aria a scarmigliare le tende che non aveva alla finestra. Non c’era una finestra. Si sorprese, scoprendosi in penombra; non aveva idea di quale fosse la qualità della luce che lo circondava, non aveva memoria di qualcosa chiamato luce. Ma una luce c’era, sebbene non sapesse individuarne la sorgente. Forse la sorgente era lui stesso. Non poteva dire quanto avesse dormito, ma certo molto a lungo.
Provò a muovere le gambe, ma le sentiva  come strette dentro un ghiacciaio.
Provò a flettere l’anima, che rispose con un suono cigolante.
In disuso, pensò distrattamente. Aveva urgente bisogno di fare esercizio.
Certo, una bella fila di non. Poteva cominciare da questo.
Una sensazione inattesa si fece strada dentro di lui. Le gambe che sembravano strette in un ghiacciaio iniziarono a mutare la loro condizione: una percezione che senza esitazioni definì: caldo. Scoprì di possedere mani quando le usò per toccarsi gli occhi, e nello stesso tempo capì che poteva muoversi.
E quindi si alzò.
Convenne con sé stesso che era bello muoversi; questo era l’inizio di un dialogo: a chi aveva detto che è bello muoversi?
A me, lo hai detto, a me che sono sempre stato qui ad osservare, in silenzio. A me… che sono te.
Una voce stupenda gli parlava dentro, e in qualche modo confuso lui capì che era la sua stessa voce.
Apri una finestra.
Aprire una finestra gli apparve una cosa importante, urgente, e quasi senza meraviglia guardò la sua mano che si alzava, compiendo un movimento circolare contro la parete che aveva di fronte.
Non sapeva cosa fosse una finestra, né se l’operazione appena ultimata avesse raggiunto il risultato desiderato, ma una quantità di luce -di qualità diversa senza dubbio- irruppe nella stanza attraverso l’apertura che il suo gesto aveva creato nella parete.
E adesso?
Adesso, guarda fuori.
Guardare fuori, era un concetto troppo complesso. Per quanto si sforzasse, non riusciva a capire che cosa gli venisse chiesto. Pensando che comunque fosse più opportuno fare qualcosa piuttosto che restare immobile, mosse un passo incerto verso l’apertura. La sua testa si immerse nella luce che proveniva da fuori.
Un tappeto verde si stendeva davanti ai sui occhi, ed era erba, lo vide e lo capì nello stesso momento. Si protendeva sterminata, arrivando sin dove i suoi occhi non potevano.
Tutto quello spazio gli provocò un senso di sgomento; sentiva qualcosa di inafferrabile nascosto appena dietro la parete del cielo. Sentiva una presenza. Distogliendo lo sguardo dall’orizzonte infinito, vide che l’erba di fronte a lui era costellata di innumerevoli oggetti.
Non oggetti, ma corpi. Il tuo.
Sentì le labbra incresparsi, e sfiorandole scoprì di possedere un sorriso. La consapevolezza del sorriso aprì uno spiraglio nella sua mente. Adesso non aveva bisogno della voce, per capire. Guardò la miriade di statue che aveva di fronte, individuando una per una la quantità di emozioni che si trovavano congelate nei cristalli di luce fredda: i suoi corpi. I corpi dai quali si era separato, nel corso di un ritmo di tempo che si accumulava nell’assurdo concetto di anni.
Il dolore, lo aveva tenuto separato da sé stesso. E adesso capiva che il dolore aveva una quantità di sfumature, ognuna fissata in una singola statua. Decine di statue di dolore, sparse sull’erba. Non c’era soltanto il dolore, certo. Ma sembrava impossibile numerare tutte le emozioni che vedeva. Ognuna un pezzo di sé. Sentiva adesso l’assenza di ogni cristallo abbandonato lungo il percorso della sua vita; strappi nel suo essere, che lo rendevano incompiuto.
Si stupiva di possedere ancora mani e gambe, quando tanta parte di sé giaceva trascurata.
Adesso, puoi riunire in te le tue parti negate.  
Chiuse gli occhi. Sentiva giusto fondere in sé sino alla più piccola scheggia di quella luce coagulata sull’erba; sentiva che c’era un motivo, per farlo. Un motivo, certo, per adesso inafferrabile come la presenza dietro le pareti del cielo. Avrebbe capito tutto una volta riunito alle sue parti mancanti.
E adesso?
Adesso, apri una porta.
Aprire una porta non doveva essere più difficile che aprire una finestra. Con un semplice gesto della mano una nuova apertura si sarebbe creata nella parete. L’azione era adesso ben chiara nella sua mente: una porta gli avrebbe consentito di uscire dalla stanza.
Camminando sull’erba, avrebbe potuto raggiungere le statue, e poi
 

33 thoughts on “Incompiuto”

  1. In scena noi e la nostra anima. Diversi livelli di coscienza entrano in dialogo con quel mondo segreto Toccare con i polpastrelli ogni parte più intima di se, sfiorare a mano piena il dolore carezzare le ferite ove sgorga ancora il sangue…avere la consapevolezza di essere e ritrovarsi finalmente in quel prato verde dove una nuova luce illumina il passo- Il finale? io ho trovato il mio dopo aver provato tutto quello che tu hai descritto nel post, anche se le ferite ancora sono dolenti. Il tuo lo leggerò…si che prima o poi lo scriverai.
    Mi piace i dialoghi interiori fanno uscire la parte più vera di noi, quella tanto fragile quanto bella.
    Una carezza che sia calore

  2. ciao max, mi sono fatta coinvolgere da un giochino su splinder. dovevo trovare 7 persone che avessero voglia di farlo anch’esse. io non conosco molti blogger….
    se ti va, prova a passare da me…e poi vedi tu
    baci
    🙂

    nina

  3. Che speranza, conoscersi.. scoprirsi.. E scoprire a propria volta ogni cosa, dentro e fuori di noi. Spesso siamo sicuri di vivere, ma ci stiamo solo “consumando”.. Un saluto..

  4. Grazie, Dovtiporta, come vedi non ho un mio modo di chiudere la storia. Lo lascio a voi. Buon inizio settimana. :0)

    Lo so che lo sai, Cye. :0) Il finale me lo hai raccontato in altre occasioni, quindi… (la senti la pernacchia?)

    Soffio, mi spiace per le tue ferite ancora dolenti. Vorrei fare qualcosa, ma posso solo dirti che ti sono vicino. Spero che col tempo possano rimarginarsi. Grazie per lo splendido commento, come al solito. Una carezza è calore.

    Searching, il ringhio non ti si addice. fammi un sorriso, dai. :0)

    We, Licaoni! Macché grazie… è un piacere. :0)

    Nina… io ho già avuto il mio con le cinque strane abitudini… ci penso, ok?

    Dipcadeave, mi piacerebbe avere una descrizione di quello che definisci “consumarsi”. Davvero, sono interessato. Un saluto.

    MsKappa, lo so che è anche sì, ma io vorrei che fosse no. A volte quello che leggo sul tuo blog mi intristisce. Un bacio.

  5. grande max, sempre magnifico leggerti

    che mi dici se ti dico che l’ho sentita dal vivo, una marea di anni fa, in località “La Rotonda”, proprio sul mare della mia città?
    dai!! spettacolo!! chissà che emozioni 🙂
    un abbraccio, notte amico
    L.

  6. … E poi? :)) Splendido il tuo dipinto, mi piace davvero tanto! Rende l’idea della Realtà, quella vera, quella che tutti ignoriamo… Un bacio della buonanotte *

  7. …e poi le abbracciò tutte insieme e disse: “non vi lascerò più!”… magari voi, dolori, però…
    Un saluto 3D anche a te, il tuo blog è una piacevole scoperta.
    A presto,
    cybilla

  8. Ciao Luca, è sempre bello vederti. Eh, sì: una serata di tantissimi anni fa, splendido concerto. Lo ricordo ancora. :0)

    PortamiVia: un vero peccato: il post è così, il finale dovresti metterlo tu, non ti piace l’idea? Dove sono le tue statue?

    Grazie, Collega Astralia. La realtà multidimensionale? Quella che con i nostri occhietti infrarossi e ultravioletti non vediamo?

    Ciao, Cybilla… i dolori li metti da parte? Li escludi? E’ una negazione: ancorati ai nostri dolori ci sono talmente tante cose da risolvere…

    Grazie, Gioiaspenta. Se cerchi bene, son certo che la ritroverai. :0) un bacio solidale.

    Sì, Dolce: lascerò tutto così. Non ho intenzione di spostare una virgola. L’ultima pennellata può rovinare il quadro. :0)

  9. ..c’era una volta…una volta non c’era..e chissà se ora c’è ancora..secondo me si…ora però non chiedermi cosa….shh..è un segreto fra me e il mio cuore che fra poco forse svelerò a qualcuno che sappia…ascoltarmi in silenzio abbracciandomi un po’!!!

    un sorriso a te…piacere di conoscerti!!!

    ….njara

  10. penso di capire ciò che scrivi.

    io ti racconto questa cosa piccolina: mi sentivo tante donne insieme. non sempre in armonia. donne vere, ognuna così forte da esigere parte della vita che vivo. non mi piaceva rinunciare a nulla di me. ovunque mi portasse la cosa. i mille volti della vita. le mille strade polverose.

    poi un giorno fui davanti a mia madre che stava morendo.
    poi un giorno fui in un letto a spingere per far nascere da me la mia bambina.

    in quei momenti assoluti io sono stata una cosa sola.
    un solo essere. fatto di passato e presente. ero il punto di convergenza di luci e ombre. il punto di convergenza di me stessa.
    lì ho posto un segno, una boa, un piccolo faro. per non perdere mai più la strada che porta dentro di me

    un bacio.

    nina

  11. Sì, Cybilla, i dolori son statue di bronzo pesantissime.

    MrsOlga, secondo me, tutti quanti ci intendiamo di queste cose.

    Njara, cos’è che svelerai a qualcuno che sappia ascoltarti in silenzio abbracciandoti?
    Piacere mio.

    Ciao, Nina, splendido commento. Riesci ancora a vedere questo segno, questa boa, questo piccolo faro?

    Astralia, parliamone di queste radici cosmiche! :0)

    Thewhitestangel, solo la nostra psiche?

    Grazie Luca! Me lo prendo, il tuo complimento, che credevi?

  12. Oggi mentre leggevo qua e là alcune righe mi hanno riportato alla mente le tue “stanze della memoria” e sono tornata a leggere, te ne faccio dono.

    “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza patire mai lo strazio del ferro ritorno che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.”

    J.Hart – Il Danno

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