Nel romanzo “Novecento” Baricco ci dice, attraverso un suo personaggio, che non siamo finiti finché abbiamo una storia da raccontare. Qualcosa del genere.
Questa affermazione mi procura un senso di disagio; l’ho sempre trovata troppo impegnativa, per me. Ogni volta che mi soffermo a pensare a dove possa portarmi la voglia di scrivere, ammesso di averla, mi viene in mente quella frase. E scavando dentro scopro con sgomento la totale mancanza di storie da raccontare. O quasi. Anche lo stesso Baricco non mi pare ne abbia poi tante, di storie da raccontare, ma forse la mia è solo invidia. Del resto, stanno preparando un film tratto dal suo romanzo “Seta”, una delle storie più belle che ho mai letto, da sistemare tra le prime di quelle che mi sono piaciute senza riserve. Sarà che subisco il fascino del “non consumato”, e c’è qualcuno che lo sa bene quanto lo so io. Lasciamo stare.
Io trovo più congeniale alla mia natura scavare alla ricerca di singole emozioni da dipanare attraverso lo strumento della scrittura, forse più per mostrarle a me stesso, magari per capirle, piuttosto che per farle leggere a qualcuno.
Viaggio alla ricerca di frammenti sparpagliati nel territorio inesplorato delle sinapsi del mio cervello, per trovare elementi ricorrenti, situazioni contingenti, salienti, poi le pongo sul piano della mia scrivania e dopo averle osservate a lungo mi faccio da parte, lasciando spazio alla persona che scrive senza stare tanto a pensarci su.
Appena finito, pubblico sul blog quello che lui ha scritto e solo allora rileggo.
Molto spesso è una piacevole sorpresa; ritrovo gli spazi e i tempi e i momenti che non ho saputo gestire, le emozioni che mi hanno sballottato qua e là lasciandomi così poco tempo per pensare e respirare, per agire di conseguenza.
Leggendo, mi accorgo che non sono andato alla ricerca di una storia, ma forse di un sentiero. Di un cammino.
Ogni tanto scivolo in senso inverso, percorrendo controcorrente il fiume di parole che compone questo blog, soffermandomi a considerare gli argomenti scaturiti nei post persi nelle pagine che solo io ho voglia di ripescare dal calderone della memoria e a volte mi sembra di intravedere un senso più esteso, una ricerca con un fine preciso. Una storia. La mia.
Una storia incompleta, densa di rimandi e considerazioni fumose che io soltanto posso capire e inutili a quanti volessero trovarvi un filo conduttore. Una non-storia.
E se ancora insisto nel cercare di scrivere quanto mi passa per la mente, è forse perché in questa ricerca non ho ancora trovato la spiegazione alle emozioni, così contrastanti, che muovono il mio agire, la conseguenza delle quali è il dipanarsi della storia che ogni giorno vivo costruendola pezzetto per pezzetto nel quotidiano.
In ogni singolo post c’è un pezzetto di me, e nella costruzione di questo mosaico potrò forse un giorno raccogliere e racchiudere per intero la mia storia. E forse su questa, potrò inventarne un’altra.

Innamorati di te stesso, Max… la tua “non-storia” diventerà una storia da raccontare. Come un temporale. :o)
Ti voglio bene
Un bacio
Chiara
Riesci ad intrometterti ovunque sia dentro che fuori di te e questo, caro Max, ti fa onore.
I risultati si vedono e si leggono nei tuoi post che raccontano tutto di te fino nei minimi dettagli.
Un saluto.
non dirmi che leggi Baricco! Credevo di essere ormai isolata
te la fai, te la conti e te la dici (lol). bene, ti sei dato da solo le risposte: ne hai eccome di storie da raccontare. Bel post.
Quanto al “non consumato”, cerca su google la poesia di Gozzano “Le non godute” (se non la trovi, dimmelo che te la mando; forse è sepolta anche nel mio blog, ma non ne sono sicura, spesso scrivo post che poi non pubblico)