
…come nel racconto Il pozzo e il pendolo cammino alla cieca nel buio, rasente al muro e con le mani a sfiorarlo, sia per non cadere, sia per cercare un’apertura che mi consenta di uscire.
Vedo lame di luce tagliare l’aria, in alto, eppure intorno a me l’oscurità rimane fitta.
Forse sarà che non riesco a credere a questa luce. Non esistono fogli argentati che si spiegano, ondulati e dai mille riflessi, come ragnatele luminose che il vento sospinge a forare le tenebre, in una danza sinuosa.
Ma per quanto io vi creda o meno, una tela di luce si muove e si estende come un mare calmo appena fuori dalla portata delle mie braccia.
Continuo a camminare tenendomi nei pressi del muro, e se non scopro la presenza di angoli vuol dire che lo spazio nel quale mi trovo è circolare. Sembra non portare a niente, questo procedere, ma so perfettamente che al centro di questo spazio c’è un gran buco profondo, una voragine nascosta dal buio, ed io preferisco non correre il rischio. E’ meglio restare ai margini.
Ormai ho fatto il giro completo, ne sono certo, e probabilmente più di una volta. Ho sfiorato ogni centimetro di questo muro, ed ho acquisito una certezza: non ci sono uscite.
Non oso guardare in alto, perché sono consapevole che questa luce da qualche parte deve pur provenire, ed io temo che l’apertura dalla quale si riversa la speranza sia troppo alta per le mie forze.
Forse riuscirei a rimpicciolirmi abbastanza per uscire attraverso un buco da topo, ma non arrivo ad estendermi oltre la mia altezza.
Potrei costruire una scala, ma la ricerca dei materiali necessari mi porterebbe pericolosamente vicino alla voragine, della quale non conosco la grandezza, né la profondità. Non voglio toccarne i bordi nemmeno con la punta delle dita, non voglio avvicinarmi neppure strisciando.
Può darsi che anche adesso io stia rasentando l’orlo del precipizio, e forse soltanto l’evitare una sia pur piccola deviazione mi protegge dal vuoto assoluto.
Resto qui: ho la progressione di un muro come percorso, sul quale avanzo con passi privi di pericoli anche se inutili, seguendo le mie tracce nello stesso buio perenne. Roba sicura.
La porta, lassù, non voglio neanche guardarla.

Altissimo livello…come sempre 🙂
🙁
no…non guardarla…
Ho letto nel blog di Anne Heche che lei ti considera uno dei tre migliori autori di Splinder. Immaginerai la mia curiosità! E devo dire che non si sbagliava perchè da quanto ho letto sei proprio bravo. Ciao!
Come una falena…
… era così bella. Peccato.
Ti abbraccio caro Max…
Foto Splendida. Elaborata benissimo. Il talento c’é. Lo sapevamo… ma ora sta dando frutti sempre più belli :o) Complimenti al fotografo/grafico ;o)
Il tuo scritto l’ho letto almeno dieci volte e per quanto sarei tentata di “sbrodolare” la mia ciaccola anche su queste righe, ho deciso di lasciarti un semplice abbraccio lieve. Ché a volte dice più di tante altre cose. :o*
E’ interessante il tuo metodo di scrittura. Nel racconto si avverte una percettibile ansia di claustrofobia psichica..