Solitudine

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C’è una striscia di arancio intenso poco sopra la linea dell’orizzonte, le nubi non riescono a mascherarla, ad annullarla. Si stende lieve a ricordo del sole appena caduto, si stende come stirata sulla tela dalle dita di un pittore. L’azzurro intenso che traspare appena sotto la velatura ne accentua il tono. Potrei riprodurla, se non avessi riposto colori e pennelli. Mi fermo, cercando di calcolare l’esatta percentuale dei colori che servirebbero. Sopra una base di blu ceruleo essiccato, un velo, Giallo di Napoli, forse, unito al rosso carminio e una punta, l’idea, di viola.
Questo mi porta lontano. Troppi conteggi per assaggiare un colore, rendono remoto il sentimento di struggente nostalgia che mi aveva provocato.
Riprendo a camminare.
Il mare è una tavola di blu profondo, increspata di rughe che non lo fanno apparire vecchio. Sempre nuovo nei suoi antichi movimenti. La forma perfetta di un primitivo rituale, un movimento, inspiro, una pausa, espiro, un movimento.
Mi fermo sotto ad un lampione scoppiato e morto di troppa luce; nero, terra di siena bruciata, bianco. Mi accendo una sigaretta, guardo verso l’orizzonte, dove l’arancione ha lasciato il posto ad un rosso di labbra mai baciate. Appena sotto, una riga sottilissima di viola. Hai visto che c’era? Sorrido.
Questo giorno che muore, così simile e diverso dall’infinità venuta prima e dalla moltitudine di istanti ancora a venire, non ha in fondo niente di speciale.
I miei passi affondano nella sabbia di una spiaggia sulla quale ho dormito nei giorni di sole accecante; giallo di Napoli, bitume di giudea a sporcare un poco e rendere il tono più profondo, bianco.
Qui ho acceso fuochi su terra d’ombra bruciata, lingue di giallo brillante, giallo limone e rosso arancio. Ho cantato, mentre la notte si infittiva allontanandosi da me, dove la luce si affievoliva sfocando in un blu oltremare scuro, più indietro si intensificava nel blu di prussia aggiunto al rosso, e in lontananza diveniva spaventosa al margine estremo del bruno Van Dyck. Sullo sfondo, le luci giallo arancio dei lampioni lontani, le scie bianche dei fari delle auto in corsa, stelle vaganti rasoterra.
Una figura in lontananza si muove verso di me, affondando i piedi nel medesimo stil de Grain scuro, ondulato di giallo ocra con un tocco di terra d’ombra, cesellato da scintille di blu cobalto e terra verde antica.
E’ una donna. Occhi nero avorio come i capelli, disperde i propri passi forse nella mia stessa ricerca
di un verde smeraldo, così freddo e lontano, di un rosso primario, così caldo e vicino. Qualcosa che rifletta una parte di luce tenendo per sé tutto il resto.
Non il nero che tutto assorbe o il bianco che tutto respinge.
Nel guardarla passarmi accanto, provo il desiderio di donarle un colore. Vorrei diventare un colore. Farmi guardare. Mostrarle la mia tavolozza dei rossi, dei gialli, dei blu. Ma dovrei poi guardare la sua, per scoprirvi dei grigi, forse. Il rosso della passione scurito dal viola dell’abbandono, reso traslucido dal giallo della rabbia. Il verde dei suoi prati in fiore sfiorito nel grigio di Payne. Gli strati di lacca brillante stesi a mascherare sfiducia e solitudine.
Prendere atto di questi colori, spiegarmeli e capirli, stemperarli in tinte consolatorie o tentare di conferire loro nuova vita con inediti accostamenti, è un processo troppo faticoso per me, che non sono più un pittore.
Non conservo il ricordo dei colori primari e dei rispettivi complementari. Non ho il giallo da stendere ad alleviare e rendere piacevole il viola. Non ho rosso per punteggiare e far sorridere il verde. Non ho l’arancione per donare profondità al blu.
Potrei dipingere un quadro che spicchi per contrasto dove avrei voluto creare armonia.
C’è un colore che manca, oggi, che sia un verde o un rosso ha poca importanza. Nella sua assenza si perde il senso di un dipinto che potrebbe risultare soltanto incompleto, creando il desiderio e la ricerca di un qualcosa di altro, distante, incompreso, ma desiderato come niente al mondo. Un sentimento che non è qui, un colore che non sta in un tubetto, che non richieda accostamenti, valutazioni, giudizi.
Adesso che la notte è davvero calata sono di nuovo solo. Cammino a fatica nel verde ossido di cromo annegato in qualcosa che sembra nero, assenza di luce.
Mentre la mia tela, è bianca.

14 thoughts on “Solitudine”

  1. La tela è bianca perchè forse sei arrivato a te stesso. Solo in quel caso la tela è bianca: quando si è attraversati tutti i colori e si è arrivati all’essenza.
    Che scrivi in maniera da prendere “l’anima” non te lo dico più. Lo sai già 🙂

  2. Coma si fa ad abbandonare i colori ?
    Quando li si conosce come li conosci tu poi…credo sia una scelta perdente.
    Questa fantastica profusione di colori e di sapere…sprecata perchè non condivisa… non mi faccio una ragione di tante solitudini, no! non ci riesco.

    ali

  3. Il mio parlare di colore sta al tuo parlare di colori come le noccioline dell’aperitivo a una tiella di pasta al forno fumante.
    Non mi chiedere come mi è venuto il parallelo.
    Noto però che citi la sigaretta come io avevo accanto mezzo bicchiere di rosso 🙂
    Tanto alle coincidenze mi sono abituata da subito. Chissà se un giorno avrò modo di raccontartele

  4. fantastico il tuo mescolare le luci del colore al bianco della tua tela, alla magia dei sapori e degli odori, ti è mai capitato di associare odori ai colori? Io lo faccio spesso, ed è una tavolozza magica…

  5. Ciao Max,
    si ho visto il filmato e letto il tuo racconto del Cammino (esperienza che sono certa cambi molto la vita), evento che accadrà nel mio futuro (anche io sono stata aiutata nella mia ispirazione dai libri di Coelho e dalla McLaine… ma pensa un po’ te!) e che sono certa vivrò nel modo più giusto per me, in quel preciso momento! ;))

    Il libro di Bottura, per come l’ho percepito io, è un grande esempio di forza di come, dal nulla si possa, VOLENDOLO, creare un futuro più che meraviglioso! Tutto sta nelle scelte che uno decide di fare… Ecco perchè a me ha lasciato molto… Ha lasciato proprio questa conferma… ;))

    Namastè!
    SitaRam

  6. invaso di colori e emozioni, invaso di ciò che brulica attorno in trasformazione, come il giorno che “muore”..come noi.

    e poi quel fermare quasi il tempo, l’immagine su quel freddo bianco che parla di cosi tante altre cose, in un riassunto…

    in un abbagliante nuovo giorno..

    mi piace.

    m.

  7. Il tuo scritto è un’introspezione colorata e solo per il miracolo di queste pennellate non sprofonda nella malinconia ch emerge da ogni riga. La tela bianca è una metafora stupenda:il resoconto.

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