Non sembrava che quella mattina avesse qualcosa di speciale. Al risveglio il consueto tedio di una nuova giornata da vivere percorrendo i familiari ormai logori binari di una vita che pareva aver perso qualsiasi importanza. Una vita priva di avventura.
Il caffé, quasi antidoto contro la stanchezza che già prendeva il suo posto a tavola, affamata dei miei giorni come sempre.
Uno sguardo nello specchio, la barba vecchia di due o tre giorni iniziava ad irritare la pelle divenuta negli ultimi tempi così sensibile.
Uno sguardo al passato, mentre la mano saliva a massaggiare il mento alla ricerca della voglia di radersi che tardava a venire, che non sarebbe venuta, e a chi importava? Non a me. Era solo un giorno uguale a tanti altri.
L’aroma del caffé fresco cominciava ad invadere le stanze col solito pigro suo incedere, la macchinetta gorgogliava infelice sul fuoco che la bruciava.
Io restavo incollato all’immagine riflessa nello specchio, già avevo deciso e in quell’istante assaporavo il primo piccolo senso di sconfitta della giornata.
Nell’eseguire la pantomima dei gesti quotidiani, spegnere il fuoco sotto al caffé, versarne una tazza chiedendomi quanto zucchero sarebbe servito -una montagna- per diluire l’amaro parcheggiato nella bocca, mi resi conto che mancava qualcosa, notai in modo preciso il senso di un’assenza intorno a me.
Guardai lentamente in giro, ma niente di diverso c’era nella stanza. Aguzzai le orecchie, non riuscendo a percepire nessun suono provenire dall’esterno; questo era strano. Il mercato della frutta che stazionava fuori dalle finestre ogni mattina mi inviava suoni e voci e il ritmo della vita che si spandeva lieta appena fuori delle mura di casa, senza riuscire a coinvolgermi. In altri giorni era stato bello girare tra le bancarelle multicolori, tra mele e arance e risa e inviti all’assaggio.
Non più.
Guardando attraverso i vetri, vidi che uno spesso muro di nebbia aveva riempito lo spazio, coprendo di bianca lanugine strade e piazze. Aprii la finestra e allungai la testa fuori, ma lo sguardo rimbalzava su quel neutro senza tempo. Provai sollievo nel vedermi così isolato dal mondo, come se il bozzolo che aveva avvolto la casa mi esentasse dal nascere al nuovo giorno, nella noia e nella stanchezza.
Due cose avvennero nello stesso istante: un sorriso mi salì alla bocca e il campanello suonò. Borbottando qualche accidente verso i postini mattinieri che invadono in modo tanto inappropriato il felice senso di distanza dal mondo e dalle sue sfide, mi avvicinai alla porta.
Solo un’esitazione, una premonizione, ruotai la maniglia e l’anta scivolò silenziosa sui cardini.
Non vidi il postino, non la solita faccia da raccomandata che chiede soldi o da lettera in carta semplice, ma con sgomento registrai una fila di persone che si allungava partendo dalla soglia di casa fino a perdersi nella nebbia. La prima persona in cima alla fila aveva la mano alzata e il dito proteso bloccato nell’atto di suonare di nuovo il campanello. Un sorriso stampato sulla faccia, il tipico sorriso del lieto ritorno. E aveva la mia faccia. Le due cose insieme parevano incompatibili, ed io rimasi fermo incredulo, a chiedermi quale fosse la più incongrua: la mia faccia a ricambiarmi lo sguardo, o il sorriso che vi si spandeva sopra.
Mi scossi e guardai meglio: anche la seconda persona in fila aveva la mia faccia, ed anche la terza. La quarta. Le altre si confondevano pian piano nella nebbia, ma se anche la quinta e la sesta l’avevano, riuscii a dare per scontato che ogni membro di quella fila possedesse come caratteristica l’avere le mie sembianze.
Non ci fu un grido di benvenuto e neanche l’esultanza dell’incontro, ma ricordo che la cosa più opportuna mi sembrò in quel momento il farmi da parte. Quel gesto venne inteso come un invito, è evidente, visto che il primo della fila si mise in moto ed entrò in casa, seguito con ordine da tutti gli altri. Fu necessario sospendere il giudizio, mentre osservavo spuntare dalla nebbia decine di repliche di me stesso che si avviavano apparentemente felici verso la porta di ingresso, passavano due o tre volte i piedi sullo zerbino ed entravano in casa.
Riempirono ogni stanza.
Una volta che l’ultimo fu entrato, chiusi la porta e con un senso di irrealtà mi voltai ad osservare le persone che avevo intorno. A quel punto notai che c’erano delle differenze: ognuna di esse dimostrava un’età diversa, ed indossava differenti vestiti. Però la faccia era la mia.
Nessuno disse una sola parola: sembrava evidente il motivo della loro presenza. Forse lo era per loro. Io non mi azzardai a porre domande.
Avevo ancora in mano la tazza e giusto per mostrarmi disinvolto iniziai a bere il caffé a piccoli sorsi. L’intera faccenda rappresentava una novità di discreto spessore, pensai.
Avevo la casa piena di repliche di me stesso che si aggiravano con aria interessata, alcune annuendo con l’aria di riconoscere un oggetto, un quadro o un libro, altre che si fermavano perplesse chiedendosi dove mai avessi potuto acquistare quel certo soprammobile di dubbio gusto. E perché. Sentivo il bisogno di giustificare alcune scelte di arredamento, o il disordine complessivo che imperava in casa, ma i loro sguardi complici e consapevoli mi frenavano.
Notai con un certo disagio che ogni volta il mio sguardo si fermava su una di queste persone in particolare, questi si volgeva a guardarmi, quasi sentisse di essere osservato. Appariva evidente che si creava un senso di aspettativa, l’attesa di una scintilla di pensiero rivelatore.
Stavano aspettando che io comprendessi il motivo della loro presenza.
Incominciai a guardarli meglio. Nel riconoscere i vestiti riuscii pian piano a posizionarli nei rispettivi periodi della mia vita. La tazza era ormai vuota, con attenzione eccessiva la posi sul tavolo.
Un sospetto iniziò a farsi strada in me, un concetto assurdo ma non certo più strano dell’esperienza che stavo vivendo. Pensai a tutte le decisioni che avevo preso nel corso degli anni, le disillusioni, le rinunce e le fratture che ogni singola scelta aveva creato in me, nel profondo dell’anima. Era forse possibile che ognuna di queste scelte fosse tornata a trovarmi? Sembrava plausibile. Di certo questa ipotesi non contrastava con quanto stava accadendo. Forse avevo bisogno di tornare in contatto con ogni parte di me lasciata cadere lungo la strada. L’occasione di tornare intero. Ma come avrei potuto, cosa avrei dovuto fare?
Adesso tutte le repliche di me stesso mi stavano guardando, forse ero sulla strada giusta.
Mi posi al centro della stanza ed iniziai a ricordare. Il volto gentile di una ragazza si affacciò alla memoria, il vento freddo di una sera d’inverno gareggiava col gelo delle mie parole. Le lacrime di lei. Ricordavo. Vidi una delle mie giovani facce farsi largo nell’assembramento della stanza e porsi di fronte a me. Mi guardava, in attesa. E adesso? Mi frugavo alla ricerca di un gesto congruente, di un’emozione che potesse pormi in contatto con quel ragazzo che avevo di fronte. Mi chiedevo come avrei potuto risolvere. Lui non apriva bocca, era chiaro che la cosa doveva partire da me. A quel punto una voce che proveniva dal mio interno mi parlò. La riconobbi immediatamente: quante volte l’avevo sentita! Quante volte l’avevo ignorata. Anche in quella lontana sera mi aveva parlato, esortandomi a riflettere, ad abbattere quel muro che stavo frapponendo tra me ed un’altra persona, tra me e lei, tra me e il mondo.
La voce mi disse: perdonati.
Alzai gli occhi a guardare la mia immagine, ed essa, come riflessa in uno specchio, ricambiò il mio sorriso. Poi sollevò la mano e sfiorò di una carezza la mia guancia, fece un passo in avanti e mi entrò dentro. Qualcosa di simile ad un incastro prese posto dentro di me, felicemente. Raddrizzai le spalle come scrollandomi da un peso e mi guardai attorno. I sorrisi erano più intensi.
Tornai a ricordare.
Nella mia mente, con ordine esatto, iniziarono a scorrere le immagini di ogni singolo momento nel quale avevo strappato una parte della mia anima per inviarla solitaria a spasso per il mondo, aliena, distante, piccola entità sofferente privata della sorgente, della gioia, della vita.
Il vuoto che mi ero creato intorno. I gesti mancati, le parole non dette. Le parole dette. Le inutili rinunce. Le arroganti forzature. Il cinico distacco. Ogni ricordo mostrava i singoli pezzi dell’armatura che mi ero cucito inutilmente addosso, nella viva carne.
Ad ogni ricordo una faccia si faceva largo tra la folla e si piazzava di fronte a me sorridendo, pronta a porgermi la sua dolce carezza.

Ciao… buon fine settimana…
Invito
Nuovo blog
Les Folies
GRANDIOSO!
carezze,schiaffi,pugni……….
Me lo sono riletto con gusto estremo.
mancano solo le attese estenuanti. poi c’è tutto.
Lo sai che è bellissimo quello che hai scritto…? E’ come un sogno, è come un quadro surrealista, un Magritte un Enscher…
Perchè tutte questi te da perdonarti?
Scusa la curiosità. Puoi anzi devi non rispondere, scusa…
ali
Oh, il perdono… Che spinoso argomento.
Forse basterebbe trovare la giusta espiazione, perchè il perdono incondizionato verso noi stessi è improbabile, vero Max?
bello! davvero bello! e ricordati anche tu di perdonarti :-)))