Graffi(a)ti Livorno Cronache immaginarie

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Ettore

Se avesse voglia di guardare al passato, scoprirebbe che soltanto una cosa, nel corso degli anni, lo ha sempre sostenuto e guidato: la potenza evocativa del proprio nome. Tiene costantemente presente la figura dell’eroe sereno, impegnato nella difesa della città, pronto ad accettare una sfida che sa di non poter vincere, e che affronta la morte a viso scoperto, conoscendo in anticipo l’esito del duello: impossibile contrastare il mostruoso invulnerabile Achille. Questa immagine informa ogni suo respiro.
Certo: l’eroe sconfitto fallisce il tentativo di salvare i suoi affetti più cari, e neanche riesce a immaginare l’inganno che presto aprirà le porte al nemico: la sua stessa dignità gli impedisce di figurarsi un atto tanto meschino, e forse in cuor suo accoglie la morte con la dolce accettazione di chi sa che gli verrà risparmiata l’immensa amarezza finale.

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Loriana

Loriana ha deciso: vuole smettere di fumare. Nella tasca del giaccone ballonzola quello che nelle sue intenzioni dovrà essere l’ultimo pacchetto. All’interno, cinque sigarette ciottolano come dadi pronti ad essere lanciati. Tutto sommato, un suono rassicurante.
Loriana cerca di sondare la profondità della propria convinzione. Con cinque sigarette non arriva neanche all’ora di cena. Magari potrebbe comprare un pacchetto e tenerlo di scorta, perché sua madre cucina troppo bene, e la sigaretta dopo aver mangiato è una delle migliori in tutta la giornata.
Si ferma in mezzo all’incrocio di piazza Cavour, fruga nelle tasche, estrae lo stretto cilindro, accende.
Quattro sigarette.
A guardarla bene, questa schiavitù è davvero insopportabile e mortificante, pensa, mentre con gli occhi socchiusi aspira una profonda boccata.
Lo sguardo le cade sulla punta delle dita: anche mangiarsi le unghie è una cattiva abitudine. A lungo andare, sta arrivando al sangue. Dovrà porvi rimedio. Magari dopo aver smesso di fumare.

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Gente

Benvenuti in piazza della Repubblica. A causa del forte vento, non ci sono molte persone in giro. La città ha beneficiato di alcune splendide giornate, calde e soleggiate, sicuramente qualcuno ne avrà approfittato per gli ultimi bagni di sole, e alcuni irriducibili avranno azzardato un tuffo in mare, ma adesso i primi freddi stanno spingendo le persone a casa.
Attilio è da poco transitato con la sua bicicletta, tagliando la piazza in diagonale. Si è infilato in via Garibaldi, diretto a casa, però non ha mancato di catturare gli ultimi scampoli di colore della giornata.
Claudia, a cavallo della sua bicicletta carica di pacchi e pacchetti, segue inconsapevolmente le tracce di Attilio. Pensa di aver sbagliato a mettere il piumino: la lunga pedalata l’ha scaldata e adesso non vede l’ora di arrivare a casa per toglierlo. Ha molta fretta: deve ancora preparare la cena di compleanno per il marito.

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Felice

E’ felice, di nome e di fatto. Lo è sempre stato, fin da quando era bambino. Per quanto indietro lui riesca ad arrivare sulla linea del ricordi, si scopre sempre con il sorriso in bocca. A frugare nella scatola che contiene le sue vecchie fotografie, si può soltanto trovarne la conferma. Questo, naturalmente, togliendo dal tavolo le inevitabili tragedie che ogni tanto la vita ci rifila. Di certo nessuno l’ha visto sorridere al funerale del padre, tranne in brevi occasioni, quando un amico di vecchia data proponeva il racconto di un qualche aneddoto con lo scopo di evidenziare la bellezza di carattere del defunto. Come si dice?
Non c’è matrimonio senza pianto, né funerale senza riso.

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Angela

Angela rientra a casa con la schiena a pezzi. Persino attraversare il ponte dell’Angiolo è una fatica. Rallenta il passo. Man mano che si avvicina al portone, più forte prova il desiderio di fuggire via. O almeno rimandare. Ciò che la piega, più della stanchezza, è la disperazione. Forse non è la parola giusta.
Rassegnazione.
Angela ha bene in mente i rituali da compiere prima di giungere al precario oblio che la attende in camera da letto, quando finalmente potrà distendersi sul materasso e abbandonarsi al sonno inquieto che per poche ore la separerà da un nuovo giorno, fatto di scale da pulire e pianti da reprimere. Non sa più quale sia il suo vero lavoro: se pulire interminabili serie di gradini o cancellare le lacrime che le salgono agli occhi.

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Anna

Anna si ferma a guardare la vetrina attraverso la grata della saracinesca tirata giù, poi alza gli occhi come a fissare l’insegna del negozio ancora accesa. La sua amica resta con un piede rasoterra, frenata nello slancio e resa incerta dagli occhi forse tristi di Anna, nel breve lampo di un attimo, persi in un vuoto di cui non conosce il nome.
Sembra guardi l’insegna, Anna, ma non è così: solo a piccoli scatti si concede di indugiare col ricordo a vivere oltre il vetro della finestra che sormonta il negozio. Attraverso spessi strati di polvere riesce a intravedere lunghe file di scatole accatastate alla rinfusa, appoggiate a pareti che conosce bene. Spigoli di cartone tagliano le ombre come coltelli.
E’ solo un attimo. Una sbavatura sulla vernice. Ma è come una nuova crepa in un muro che non sa più come tenere in piedi.

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Attilio

La panchina sulla quale è seduto è fredda, ma Attilio a questo non presta attenzione, così preso ad ammirare i nuovi colori che decorano l’ultimo scorcio della sua vita. Non ricordava fossero così belli.
Il verde sporco delle palme gli sembra meraviglioso. E le sfumature bluastre della statua alla sua destra disegnano il percorso di fiumi immaginari. Persino i colori delle odiate automobili appaiono incantevoli nella loro lucentezza. Si chiede pigramente perché non ha mai voluto prendere la patente: adesso una macchina gli farebbe comodo. In fondo, odiava le auto soltanto perché, quando attraversava la strada, non era in condizioni di vederle arrivare.
Attilio è stato catturato da una profonda meraviglia, quando si è liberato dalle perniciose cataratte che offuscavano lo splendore intorno, mascherandolo con l’assenza di luce.

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Isolina

Isolina scende dall’autobus che l’ha raccolta davanti al cimitero chiamato “ai Lupi”. Prende il nome dalla famiglia che possedeva quell’immenso terreno. Adesso invece dei cavoli ci crescono le lapidi.
Ogni mercoledì Isolina si reca in visita alla tomba del marito, morto da più anni di quanti lei abbia voglia di ricordare.
Scende dall’autobus e non si volta a guardare la maestosa figura della Fortezza Nuova, come un tempo faceva. Non l’ha dimenticata: in fondo è il luogo dove ha ricevuto il primo bacio, anzi spesso si è soffermata ad ammirarla sorridendo tra sé, perché quel bacio non l’ha avuto dal tizio che sarebbe diventato suo marito.
Ma era tanto giovane, e in fondo nelle cose che contano soltanto il suo povero marito è riuscito a conoscerla davvero.
Incamminandosi verso casa, si chiede perché questa sera è scesa così tante fermate prima della solita. Dovrà percorrere l’intera via Grande, e questo le sembra un incredibile atto di coraggio.
All’aperto si sente vulnerabile, e le risulta difficile affrontare i ricordi. Anche se per ricordare davvero quella via, la sua mente dovrebbe spingersi un’eternità indietro nel tempo.

L’inizio 5

L’inizio

Comincia tutto qui. Al calar della sera. Sorseggio il mio caffè e accendo una sigaretta. Mi guardo intorno: qualcosa mi ricorda l’atmosfera di Parigi. Sarà la musica indo-pop trasmessa da piccoli altoparlanti, o le voci sguaiate di un gruppo di magrebini seduti a un tavolo alla mia sinistra, parole che sembrano fare a cazzotti con l’aria…