Ronin

Adesso è l’alba. Questo è il giorno nel quale mi affranco dal mio padrone, per diventare un guerriero onda. Contemplando la linea sottile con la quale il sole inizia a dividere il cielo dalla terra, assaporo questa definizione. Sarò un guerriero onda, oppure un guerriero alla deriva, come altri affermano.
Ma per me è importante essere un guerriero senza padrone.
Che un Ronin cavalchi l’onda o se ne lasci trascinare, la scelta è comunque quella di abbandonare il padrone per rimanere in perfetta solitudine. Quando la solitudine di un guerriero è una scelta non produce dolore, ma sottintende l’atto di guardarsi dentro per stabilire i propri valori ed affidarsi alla propria arte. Diventare dei Maestri.
Un Samurai diviene un Ronin quando il padrone muore, nella maggior parte dei casi.
Io credo che il mio padrone sia morto, e questo pensiero mi dona serenità e gioia, ma soprattutto la certezza di essere davvero e finalmente libero.
Io non ho avuto un padrone che pagava per i miei servigi, ma che piuttosto sottraeva valore alla mia vita.
Ad essere sinceri, ho avuto molti padroni.
Per lunghi anni sono stato dominato dalla paura, e questo per un guerriero è un padrone tragico. Non c’è spazio né tempo per coltivare la propria arte, quando la mente è impegnata a fuggire da ogni cosa. La paura del buio sostituisce la paura della luce, a seconda che sia giorno o notte; e questi divengono dei contenitori per altre infinite paure. Si può avere paura per un raggio di sole; si può avere paura per un sorso di luna. L’unica preoccupazione è quella di fuggire da ogni situazione che si presenti impegnativa, che comporti delle variabili impreviste, o dei rischi. E quando si ha paura è tutto un rischio, tranne tapparsi in casa per evitare di incontrare sguardi da sostenere. Tranne sbarrare ogni accesso. E ogni via di fuga.
No, la paura non è stata un buon padrone. Non mi ha mai chiesto di combattere, ma soltanto di ritirami, finché non ho più avuto terra alle mie spalle, ma solo mare. Un guerriero che ha alle spalle il mare si trova in posizione svantaggiata, soprattutto quando l’unica arte che ha coltivato è la fuga.
Un giorno la paura ha cessato di essere il mio padrone, ma non credo sia morta. La paura non muore, si limita a prendere possesso di altre terre, si sposta a distruggere altre vite.
L’indifferenza è subentrata come padrone. Ha avuto buon gioco nel sottomettere uno spirito che desiderava ritirarsi da qualche parte a leccarsi le ferite. Ha promesso serenità e distacco, e queste condizioni sembravano favorire la possibilità di avere tempo per coltivare la propria arte. Ma ho dovuto coprire la mia corazza con panni che mi separassero dal mondo. Sotto le vesti leggere si celava l’armatura, e questo spaventava chiunque osasse avvicinarsi sino a toccarmi. In effetti, trovare un cuore duro come una roccia sotto abiti colorati e leggeri può impressionare molto. Ma l’armatura era severamente imposta dall’indifferenza, che è un padrone caparbio. La paura può lasciare spazi liberi, a volte, concedendo un tempo anche breve ma nel quale ci si può permettere di vivere un po’. Bere un bicchiere di vino; andare a puttane. Credere nell’esistenza dell’amore. Sperare. L’indifferenza invece occupa tutto il tempo che trova. Non esiste altro. Ogni persona ed ogni cosa si trasforma in un “di fuori”. Non c’è niente che abbia una reale importanza, tutto diviene occasionale e di nessun pregio.
E persino coltivare la propria arte risulta una fatica inutile e transitoria.
Anche l’indifferenza non è stata un buon padrone. Mi ha impedito di avanzare, costringendomi a restare immobile. Un guerriero immobile è una statua inutile, solo il vento e le intemperie gli daranno battaglia, e alla fine lo uccideranno.
Poi l’indifferenza è morta. Di questo sono sicuro. La paura è un fantasma che si aggira per il mondo e aggredisce a suo piacere, cogliendo anime a spizzichi. La paura ha lo stesso abito per tutti. Mentre l’indifferenza è un fantasma personale, il suo vestito ha i colori e la forma appropriata alla persona che ne è dominata. La mia indifferenza non avrebbe potuto vivere fuori di me; la mia paura è la stessa di molti.
Quindi, la mia indifferenza è morta.
Credo che sia stata la rabbia ad ucciderla, e infatti non appena dentro di me ho sentito svanire l’indifferenza, la rabbia si è fatta avanti a grandi passi impadronendosi con decisione dello scettro, e del trono.
Mi sono inchinato ed ho accettato il nuovo padrone.
La rabbia ha rovistato in ogni angolo del regno, accatastando e bruciando ogni più piccolo residuo di indifferenza e paura. Ha abbattuto ogni statua, spianato ogni piazza. Poi ha iniziato il puntiglioso elenco dei nemici.
Ma ogni persona o cosa è nemico della rabbia. Dove abita la rabbia, non c’è posto per niente altro. Le energie sono impegnate continuamente nell’opporsi ad ogni circostanza, situazione, evento. Persino un mobile nel quale si può sbattere il piede per distrazione diviene un nemico da distruggere.
La rabbia dirige tutte le energie contro il mondo intero, non rimane forza per coltivare la propria arte. Avere come padrone la rabbia significa non credere in niente e contrastare tutto.
La rabbia è stata il peggior padrone. Mi ha costretto a tagliare ogni pianta che avessi intorno, ha bruciato il terreno affinché non vi crescesse niente. Riteneva necessario avere la visuale sgombra per prevenire ogni attacco e distruggere ogni essere che si muovesse nei paraggi. Poi mi ha impegnato in strategie di attacco verso nemici immaginari, persino contro le ombre delle nuvole spinte sulla strada dalla luce della luna. E un guerriero che combatte contro le ombre disperde inutilmente le proprie forze. I ripetuti attacchi privi di senso e direzione portano allo sconforto e alla disillusione.
La rabbia ha costretto il guerriero a sedersi per la fatica infruttuosa, e con questo ha decretato la propria condanna a morte. Nell’immobilità della stanchezza, la rabbia si è spenta come un fuoco privato di nuova legna.
E adesso non ho un padrone.
Mi siedo sulla sponda di questa alba, a sperimentare la potenza del respiro che si muove comandato unicamente da sé stesso, dal semplice fatto di esistere, di essere necessario e naturale.
Mentre il sole sorge, stabilisco un mio codice di comportamento, la mia nuova legge. Questo mi rende leggero, fiducioso e ardito. Un guerriero con tali caratteristiche può dedicarsi con gioia e dedizione al perfezionamento della propria arte.
Mi alzo e abbozzo nuovi movimenti di attacco e difesa secondo il principio della nuova legge; le gambe si muovono agili e la liquida forma della mia azione assume il significato di una danza. Non c’è un nemico da combattere, all’esterno, ma solo dentro di me.
Ed io adesso sono un Ronin, un guerriero senza padrone.
Oggi, forgerò la mia spada.

5 Comments

  1. soffio
    gennaio 8, 2007 alle 3:18 am

    Lo leggo in una notte molto particolare, forse perché proprio la paura mi è stata amica nel giorno passato travolgendo in negativo la mia , e non solo vita.
    La paura è una delle emozioni fondamentali con cui noi nasciamo e che, come ogni emozione, ci serve per strutturare il nostro mondo, la nostra vita. Chi dice di non avere paura è semplicemente un incosciente,e non sincero con se stesso.
    Oggi ho compreso una grande lezione: non bisogna che essa superi certi limiti, altrimenti ci porta a sgretolare ciò che possediamo di più bello.
    Parli di emozioni che ci abitano, ancora una volta ti metti a nudo con grande umiltà e questao è già forgiare la spada…
    Un guerriero che finalmente ha vinto una grande battaglia
    M’inchino davanti a tanto
    E ne rimango incantata

  2. anonimo
    gennaio 8, 2007 alle 3:41 am

    “Un guerriero della luce é schiavo del proprio sogno e libero nei propri passi.”
    Che tu possa, forgiando quella spada, trovare nei tuoi passi la libertà di sognare. Sempre e comunque.
    Perché non esiste una strada senza che vi sia un sogno ma esistono sogni senza strada.
    Ronin… che tu sia sempre quello che sei. Questo ti renderà sempre vittorioso. E questo é quello che ti auguro di cuore.

  3. lucamadeus
    gennaio 9, 2007 alle 11:36 am

    mi viene in mente il bellissimo, omonimo film di John Frankenheimer con Bob De Niro: cupo e desolato, con una fotografia da sballo
    “…speravo di trovare una nuova musica, che tu azzecchi sempre i miei stati d’animo!”
    eh, sempre meno tempo, ahimè, ma verso metà settimana prometto che troverai qualcosa di nuovo
    un abbraccio, buona giornata carissimo
    L.

  4. cyrano56
    gennaio 10, 2007 alle 12:26 am

    E’ la cosa migliore che tu abbia scritto sino ad oggi, non solo nella forma, ma anche nei contenuti. E’ “denso”, un susseguirsi serrato di verità che sono più profonde di quanto possa apparire ai più: “il fiore che sboccia nel silenzio, ma non sai quando”, è ormai gemma, l’anima ha trovato la via per emergere dalle viscere della terra, ora è un rivolo, che diventerà un grande fiume e arriverà al mare, se non lo fermerai. Avanza sempre con coraggio

  5. anonimo
    luglio 17, 2008 alle 2:54 pm

    E’ un racconto fantastico, amo i Ronin da sempre, li reputo i veri samurai…
    Me lo sono appeso in salotto (ovviamente specificando: “un racconto di…”)
    Grazie!

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