Prima che cada la notte

Prima che cada la notte

Sgusciando tra una raffica di vento e l’altra raggiungo la porta del bar, in una giornata qualunque ma grigia e carica di promesse di pioggia, e del tutto ignaro spingo la porta per entrare e mettermi al riparo da un cielo che sembra prepararsi a cadermi addosso.
Entro sorridendo, io qui ci bazzico da anni, è un posto privo di sorprese; trovo sempre le stesse facce, la stessa piacevole atmosfera.
Mi guardo intorno con aria fiduciosa e all’improvviso, no, non è un lampo nel cielo che sconquassa, ma una lacerazione della mente subito accompagnata dall’apprensione, nel momento in cui registro la tua presenza.
Sei in piedi, poco distante dal bancone. Mentre ti guardo cercando di credere ad un miraggio non posso fare a meno di considerare, come sempre, che non hai perso il tuo aspetto felino, anche a distanza di tanto, tanto tempo.
Il tuo sguardo sembra dolce, ma io lo so che puoi graffiare; lo hai fatto in passato, puoi farlo ancora, e ne avresti le ragioni.
Cerco di risalire al nostro ultimo incontro mentre mi muovo impacciato verso di te, e rammento una strada quasi deserta, nella fortuita coincidenza di intravederci da lontano, gli occhi a misurare i passi che ci separano, come per un duello, ai capi opposti della strada.
Ti raggiunsi camminando su un pavimento di gomma, e la tua voce quel giorno fu come un pezzo di ghiaccio che scivola lungo la schiena, ti bastarono poche parole per liquidarmi; a me, che ero quasi contento di vederti, io che per anni non ho atteso altro che l’occasione di incontrarti.
E non c’era speranza o possibilità per chiedere di meglio, nessun riscatto e l’assenza di un qualcosa che potesse vagamente somigliante al perdono. Io ne ero consapevole; avevo ben presente come nacque e finì la nostra storia. Come eravamo, anzi, come ero io.
Tu eri radiosa, venivi verso di me e sembrava che tu mangiassi l’aria intorno, lo spazio implodeva nel tuo corpo, che restava l’unica presenza visibile. Una calamita cosmica, polarizzata verso la serenità.
Avevi una coda sbarazzina e due occhi che mi cercavano dolci; ma io mi chiudevo, come oggi, nel mio tempio di forzata delusione. Il mio corpo, la mia anima, sembravano volersi allontanare dallo spazio che occupavano. Sono ancora vivide le immagini di lunghe notti nelle quali, dopo aver trovato nel contatto dei nostri corpi la risposta a mille domande, queste stesse cadevano come macigni su di noi, quando dopo interminabili silenzi spesi sul letto a guardare le ombre che le luci delle auto lanciavano sul soffitto, mi chiedevi di parlare. C’era sempre una musica in sottofondo, ma nella testa mi frullava una musica diversa, che si imponeva e vinceva su tutto. Silenzi tremendi, per te; inevitabili, per me. Provavi a parlare, mi guardavi e tacevi, e fissavi la stessa pantomima di ombre sul soffitto, tanto uguali quanto diverse. Non piangevi, perché eri forte come la roccia sulla quale poggiare le fondamenta di una casa. Non piangevi, ma la distanza che ci separava diveniva uno spazio di disperazione.
Tu lo sai che non dipendeva dalla tua presenza. Poteva esserci chiunque, al tuo posto, e la situazione non sarebbe cambiata di molto. Tu eri perfetta, anche in quei momenti. Ero io che, per anni, ho tenuto viva la stessa smania; quando mi trovavo in un posto, desideravo fuggire altrove. Non potevo spiegare dove fosse questo altrove, e non ne ho mai parlato. Mi avresti chiesto spiegazioni, interessata e felice di approfondire e capire, ma io non avrei saputo darti nessuna risposta.
Tu mi chiedevi conto del silenzio, e io sentivo soltanto una musica in ripetizione continua, a ronzarmi nella testa. Anche questo è un modo di non pensare, mi dicesti.
Un modo di non pensare.
Mi piacevi, ho persino creduto di essermi innamorato di te, eppure ho lasciato che la parte più insulsa di me, forse la più vigliacca, distruggesse tutto.
Avrei potuto consentire ai miei sentimenti di vivere, gioire della tua vicinanza e accarezzarti l’anima come carezzavo il tuo corpo. All’inizio fu così. Poi le cose cambiarono.
Non saprei darti una spiegazione, non ho mai saputo farlo, ma per fortuna oggi tu non mi chiedi.
I passi che ci portano vicini hanno perso l’incertezza che ha reso i nostri ultimi incontri un esame nel quale vengo bocciato. Ci avviciniamo sicuri, tu del tuo sorriso, io del tuo sorriso.
Hai gli occhi ridenti, sembra davvero che provi piacere, e una dolce sorpresa, nel vedermi.
La tua voce è tornata dolce, mi avvolge accarezzandomi e guarendo le ferite che ti ho procurato.
Abbiamo scambiato parole, di questo sono certo. Io ti ho detto qualcosa, tu mi hai risposto; poi hai detto qualcosa a tua volta, io credo di aver riso, tu mi hai seguito nella risata, o forse mi hai preceduto. Ma di quel che ci siamo detti, io non ricordo niente.
Ma le sensazioni, sì, non potrò mai dimenticarle. Pensare che mi hai perdonato è forse non essere precisi. Tu sei andata oltre; hai azzerato. Si potrebbe dire che sono uscito dalla tua vita, e questo ti ha permesso di incontrarmi di nuovo. E io posso guardarti ancora, come eri, come sei. E infatti ho provato le stesse emozioni di allora, quelle che la tua presenza e il tuo modo di accogliermi mi regalava. Per un magnifico e breve spazio di tempo siamo tornati quelli che eravamo, e nella ferita che guarisce ho ritrovato l’intensità di sguardo che mi trafiggeva, e al quale non ho mai ceduto. E’ nato un nuovo giorno, separandosi col suo fulgore dalla notte ormai trascorsa. Tu hai ancora il sole, dentro, e me ne hai fatto dono. E adesso è bello vedere come i nostri giorni perdano di importanza.
Queste righe che forse non leggerai mai, sono il modo tardivo di chiederti scusa. Per la mia leggerezza, per la voglia di tutto distruggere che mi assale in certi momenti, ancora oggi. Anche oggi. Forse è la musica che sto ascoltando, a riportarmi negli stessi stati d’animo di alienazione universale. La colonna sonora di quelle notti. E’ questa? Il sentirsi ancora su quel letto.
Non lo so. Mi domando da dove vengono queste lacrime che sento premermi dentro e che non verserò, perché oggi sono lontano da tutto. Di nuovo. E’ stato bello vederti, ma è doloroso constatare che per me le cose non sono cambiate. Con in più la tristezza di tutti questi anni trascorsi, finiti chissà dove.
Io abito ancora nella stessa casa, ora è molto cambiata. Una volta era vuota, tranne per un letto, un armadio e una certa quantità di libri, ti ricordi. Adesso è arredata di tutto punto; è comoda, asfissiante.
Ogni volta che penso al passato e rivedo il mio modo di pormi verso il mondo e le persone, mi piace credere che molte cose siano cambiate, ma non è così.
Tu mi hai regalato un nuovo giorno, nel giorno in cui ci siamo incontrati. E’ bastato il tuo sguardo, è bastato il tuo sorriso, a cancellare la tristezza con la quale ti pensavo. E questo è bene. Quel giorno nuovo che mi hai donato, l’ho portato con me per un pezzo, e avevo la presunzione di farlo durare a lungo. Volevo farne qualcosa, volevo cambiare qualcosa, prima di veder cadere la notte.
Ma sono lento, e forse la notte è già caduta.
Io, non l’ho sentita arrivare. 

6 Comments

  1. keishia
    gennaio 16, 2007 alle 8:01 pm

    mi è scesa una lacrima.
    E’ splendido leggerti… non so scriverti altro, per il momento.
    Troppo emozionata.
    Francy

  2. lucamadeus
    gennaio 17, 2007 alle 12:57 am

    veramente, Max, hai un dono descrittivo e narrativo che mette i brividi: sarà poi che ti ho letto con Glazunov nelle cuffie, ci sta troppo bene sotto
    “E se bisogna scavalcare qualche argine, tanto meglio.”
    quasi di holderliniana memoria
    notte, grandissimo
    un forte abbraccio
    L.

  3. daphnee
    gennaio 17, 2007 alle 11:15 am

    Conosco bene questi silenzi… è difficile capirli ,è difficile accettarli e fanno male. Un muro difficile da abbattere persino con la costanza dell’amore. C’è una guaina dura a proteggere quel cuore e se chi ce l’ha messa non vuole toglierla, non vuole farsi aiutare quel muro crescerà ancora. E dopo la notte torna la luce, tocca a te volerla vedere, accettarla.

  4. Antonio
    gennaio 21, 2007 alle 7:37 am

    “ognuno uccide ciò che ama” chi non lo ha fatto nell’incertezza e nella bramosia di essere unico regista del proprio presente e del futuro, sensazioni vibrazioni che fanno rivivere ricordi che non meritano critiche, icone del passato incastonate con arte nella memoria belle perché riescono a suscitare ancora emozioni che risvegliano dal torpore la tua anima irrequieta.
    Grazie
    Amico Antonio

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