Dream

Dream

Con la mano libera dalle borse della spesa ho frugato nelle tasche in cerca delle chiavi, poi ho aperto la porta e mi sono fermato interdetto sulla soglia: quella non era casa mia.
Metto un punto e vado a capo.
Ci stanno delle nuvole al posto del pavimento, vorrei vedere chi avrebbe il coraggio di azzardare un passo o più cercando di sostenersi su dei fiocchi di rarefatto vapore, ma io sì.
Due punti: sono un coraggioso, anzi, un temerario, anzi, un cretino.
Tant’è che le nuvole mi sostengono: sarà anche questa una forma di premura che l’universo mi elargisce, ogni tanto.
Entro, questa casa non sembra la mia, però le chiavi hanno girato senza sforzo convincendo la serratura a ruotare su se stessa, quasi un capitombolo, e la porta alla fin fine si è aperta.
C’è un punto e virgola qui, uno spazio appena più lungo di un sospiro ma non così lungo come un punto, che è poi una linea retta infinita, però, vista di fronte. Giusto il tempo per guardarsi un po’ intorno, poi torno.
Aggiungo una parentesi, se non mi capisci, non posso farci niente, a volte faccio fatica anche a capirmi da solo, anzi, quasi sempre, anzi, non mi capisco mai.
Sono tanto carine queste bianche nuvolette, devo fare uno sforzo per ricordare il colore del pavimento che pure sono certo di aver avuto, in un tempo non lontano, ieri. Sarà un affaraccio tenerle pulite, penso, oppure lavarle, nel caso si sporchino. C’è qualcuno che ha mai tentato di lavare un cirro? Non credo, lo avrei saputo. Quindi, cerchiamo di non smerdare, quindi di tenere pulito, sarà il caso, per favore.
Mentre ero via qualcuno mi ha fregato il tavolo, disgraziato, così resto incerto: se le nuvole non sostengono gli oggetti inanimati mi perdo pure le borse con tutta la spesa, il pane, la polenta già pronta, gli asparagi che comunque non mi piacciono e le mele Fuji, come il monte, o la macchina fotografica, costo simile, resa differente. Mi azzardo e poso la somma degli involti sul bianco pavimento.
Ci stanno bene, qui, dei puntini di sospensione, perché il tutto sprofonda verso terra, suppongo, cazzo.
A questo punto e ormai digiuno mi avventuro alla scoperta delle meraviglie della mia non più mia casa mia.
Le porte non sono al loro solito posto e si aprono su stanze che non conosco, nel senso che prima non ci stavano, non c’erano insomma.
In quella che un tempo era la stanza da bagno è rimasta solo la vasca, i rubinetti sono aperti e l’acqua scorre con un lieto gorgoglio, quasi un fiume in piena. C’è un senso mistico in questa immagine, non nutro alcun dubbio al riguardo, mi domando solo se dovrò pagarla io, la prossima bolletta. Mi viene in mente quella frase che recita: non ti bagnerai due volte nella stessa acqua, ecco, adesso non ci riuscirei neanche a volerlo. Mi viene voglia di fare un bagno, forse a giustificare in qualche modo tutto quello spreco, ma l’acqua al tocco risulta freddissima, così decido di non bagnarmi neanche per la prima volta. Questa è un’abitudine, credo: la tendenza a rimanere asciutto, a non lasciarmi toccare, in qualche modo, l’evitare il cambio di stato. Asciutto sono, impermeabile, e tale rimango. E vai.
Aperte virgolette: non invadete il mio spazio, per favore, anzi, state lontani, anzi, restate a casa vostra.
Se non ho mezzi per frenare lo scorrere incessante, posso fare finta che non esista, quindi, giro gli occhi verso un’altra direzione e mi sforzo di dimenticare che di quell’acqua non ne assaggerò neanche un sorso. Troppa fatica cercare di rallentare il flusso. Però, che tristezza.
Mi volto, faccio due passi e cerco di girare a sinistra, per entrare in camera da letto. Ma sbatto contro un muro, anzi, una solida trasparenza, un vetro, anzi, uno scudo di energia. Una cosa tipo Star trek. Là, dove nessuno ha mai osato andare. Ci spiaccico il naso contro. Non posso entrare, ma guardare sì.
Il letto non c’è più, figuriamoci. Neanche ormai ci speravo. Sul muro di fronte a me, oltre l’invalicabile limite, vedo una serie di ombre e luci in ritmico movimento. Cerco di mettere a fuoco, poi strabuzzo gli occhi: stanno proiettando un bel pornazzo sul muro di camera mia? Già. Ci stanno due tizi a pigiare di brutto, lei in ginocchio e lui dietro a gambe scoscese. Sarebbe niente male, se non ne risultassi tagliato fuori. Sarà che si tratta di una proiezione, però sembra che i due si accorgano della mia presenza, infatti si voltano a guardarmi. Non che si fermino, no, ma si voltano. E mi sorridono. Lui mi indirizza un gesto, come a dire: attaccati, e lei scoppia in una silenziosa risata, poi apre bene le natiche e spinge ancora più forte. Dove non oserei andare.
E qui tiro una linea di separazione, altrimenti mi incazzo di brutto e poi mi esplodono le coronarie. Più che una sessione di misticismo applicato, il tutto inizia ad apparire come una solenne presa per il culo.
Mi allontano, cerco di distrarmi, mi interrogo su chi abbia potuto tirarmi tale scherzo mancino, mi guardo intorno, giro un po’ a casaccio per le stanze così vuote e tristi a parte la camera da letto.
Giunge adesso il momento di porre un bel punto esclamativo, cazzo, perché capisco che un tavolo possa sparire, e pure un letto, ma come hanno fatto a fregarsi le finestre? Non ci avevo fatto caso, ma non ci sono finestre.
Questa è grossa, anzi enorme, anzi, di più.
Però una luce proviene dal fondo di una stanza che adesso mi trovo di fronte, ma è così forte che un poco mi spaventa.
Un passo, due, e poi sono al centro della stanza. E’ così forte questa luce, c’è qualcosa di inquietante. Mancano un paio di passi soltanto, due battute sulla tastiera e finalmente potrò vedere.
Vado avanti, chiedendomi per l’ennesima volta chi sia quel fetente che ha organizzato tutta questa messa in scena, un allestimento niente male.
Simbolismo e fregature.
Eccomi, prendo il coraggio a quattro mani e mi pongo davanti alla finestra.
Un bel cielo limpido, una luce fortissima a sottolineare l’importanza del momento, poi una mano enorme spunta dal nulla occupando buona parte dello spazio, quattro dita si piegano per stringersi a pugno e soltanto l’indice si tende nel puntare verso di me.
Io? No, dai.
Vaffanculo.

14 Comments

  1. goodnightmoon88
    gennaio 26, 2008 alle 10:34 pm
    sono di fretta. uno stile diretto, vedo. mi piace. ma ti avevo già letto (e commentato una sola volta.) hai cambiato avatar. ciao
    Moon

  2. soloChiara
    gennaio 27, 2008 alle 9:57 am

    “Io? No dai” … ahahhaah
    Fantasioso, inquietante, divertente.
    Ad ogni rilettura, una nuova sfumatura. Bravo!
    Avanti così, Max :o))))

  3. SensiSidra
    gennaio 27, 2008 alle 10:06 pm

    Vero si legge velocemente e tranquillamente, complimenti e ti ringrazio per gli auguri da me, poi mi ha colpito una cosa che hai scritto qui, che uno non ci pensa, d’istinto ti vuoi proteggere dal temporale ma ti bagni uguale quindi meglio lasciarsi andare e bagnarsi eh eh
    ti saluto

  4. sensations
    gennaio 30, 2008 alle 11:41 am

    Mi hai suscitato subito ricordi pittorici di Magritte e l’ho messo in tuo onore giù da me…e camminare sulle nuvole ho idea che fosse come sulla neve fresca, appena caduta no?
    ali

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