La topa
Lo zibibbo è l’uva passa, per chi ‘un lo sapesse, e ‘un mi chiedete come mai lo chiamiamo così, che ‘un lo sò, è ‘na ‘osa che si perde nella notte dei tempi.
A Lucca c’è un dorce dimorto simile alla Topa, e lì lo chiamano Buccellato, che invece d’èsse’ come ‘n filo di pane è a forma di ciambella parecchio grande. Ora si potrebbe anco analizza’ come mai noi si chiama Topa e loro ‘nvece Buccellato, ma e si uscirebbe fòra dall’argomento. Pènzo comunque che e si chiama Buccellato pevvìa della crosta parecchio dura, e ‘nfatti la Topa in genere è più morbida der Buccellato.
Che poi la questione filosofica che e m’ha sempre angustiato è il perché e come mai noi a Livorno un dorce lungo e all’occhio nodoso lo chiamiamo Topa, e ‘nvece a Lucca un dorce tondo e cor buco ‘n mezzo lo chiamano Buccellato. Dev’èsse quarcosa tipo la mistifiàzione dell’archetipi, l’incongruenza der penziero occidentale. Son siùro che ‘n Giappone la Topa sarebbe ‘n dorce tondo cor buco ‘n mezzo e ir Buccellato un dorce lungo e all’occhio nodoso. Ma in Giappone, e si sa, son sempre alla ricerca della perfezione, ner gesto e ner concetto. Noi siamo dimorto più approssimativi.
Quando ‘n mercato e s’andava a compra’ ir pane, la mi’ mamma e ti faceva sempre la stessa scena, e ‘mmancabirmente diceva: …allora, sposa (un tempo fra di loro le donne e si chiamavano sposa, e nei panifici a servìvvi son quasi sempre donne), mi dà un po’ di pane di ‘ampagna, du’ panini morbidi… e una fetta di Topa ar bimbo. Che poi ero io.






Eh, mi ci rionosco parecchio…
Comunque quarche vorta a compra’ ‘r pane c’andava anco quarche ragazzo grandicello. E faceva lo spiritoso anco lui…allora la panaia ni rammentava la su’ mamma.
Roba d’artri tempi.