Novanta notti, più nove
Una volta un re fece una festa e c'erano le principesse più belle del regno. Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone con la figlia del re! Basta!
Ma, finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e le disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che disse al soldato: "Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!"
Subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, con la neve era sempre là. Gli uccelli gli cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva.
Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e gli scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle poiché non aveva più la forza nemmeno per dormire… mentre la principessa sempre lo guardava.
E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via.
Rimango esposto alle più terribili intemperie, la pioggia non mi risparmia e il sole non prova pietà. Ma questo è niente di fronte alla forza del mio amore.
Basta che a quella finestra una tenda sia mossa anche da un solo soffio di vento e il mio cuore sussulta e sembra volermi scoppiare in petto e il respiro si arresta.
Quella finestra è il mio punto di forza, niente potrà distrarmi. A volte, dopo aver guardato abbastanza a lungo, riesco a vedere o forse mi immagino la sua figura, sento o sogno i suoi occhi su di me.
Quando le ore si fanno più lunghe, fantastico intorno al giorno in cui la mia dedizione sarà premiata.
Le sue mani scivoleranno leggere a guarire ogni ferita del corpo, il suo dolce sguardo disseterà ogni sete, gli uccelli non sembreranno così ostili nel loro volo gentile, e l’erba non ferirà i miei piedi nella sua ostinazione di crescere anche dove io sono diventato pietra.
Ma nei giorni che si sono susseguiti tutti uguali una incertezza si è fatta strada in me ed oggi mi chiedo se ha un senso questo dolore che sento scorrere per tutto il corpo, questo tormento che cresce notte dopo notte, fino a divenire così potente adesso che sono quasi alla fine.
E’ un pensiero, un timore, una paura.
Lei mi ha promesso.
E se fosse stato soltanto un capriccio?
Oppure, adesso che mi vede così corroso dalla fatica e dalla neve e dal vento, stanco e immobile in questa armatura in cui si è trasformato il mio amore, unico sostengo contro l’immensa fatica, rimpicciolito in una curva di dolore, potrebbe scoprire la pietà, l’orrore, e disdegnarmi.
Nel vedermi tanto provato e sottomesso al suo volere arriverebbe forse considerare che non sono più l’uomo che la fronteggiava così deciso e orgoglioso e pronto a sfidare i giorni. Non mi guarderebbe con gli stessi occhi di allora. La sua voce avrebbe un tono gentile nell’esternare il dolore che prova per quel terribile disguido, ma resterebbe ferma nell’enunciare la tremenda decisione.
Sento un brivido che corre lungo la schiena, le mani si aprono e chiudono a mordere l’aria, gli occhi fissi su un punto lontano, che già non è più una finestra, ma la ricerca disperata della speranza che mi ha mantenuto in forza nello stillicidio lento delle ore e che adesso rischia di finire per strada con la schiena spezzata.
La speranza.
La speranza.
Se lei mi allontanasse, perderei non soltanto l'amore promesso, ma soprattutto perderei la speranza. Ciò che mi ha tenuto in vita fino ad ora.
Vorrei avere la forza di urlare al cielo la mia domanda, ma sento che non ne sono capace.
Resta poca energia, ormai, resta solo da decidere come usarla.
Per restare, o per andare.





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