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La metamorfosi (Kafka remix)

19 gennaio 2009 | 213 viewsCommenta

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, M. si trovò alla guida della sua automobile. Lanciato sull’autostrada come una saetta in direzione Firenze – Perugia, i capelli (quei pochi) scarmigliati, gli occhi sbavati sul parabrezza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi riflesso nello specchietto retrovisore, e spaventarsi del proprio aspetto.
“Che cosa mi è capitato?” pensò. Non stava sognando.
La sua automobile, una normale automobile, anche se un po’ piccola, gli rombava sotto il culo, che stava poggiato sul ben noto sedile, tra le due ben note portiere. Sopra al cruscotto, sul quale erano sparpagliate varie carte stradali, vibrava inquieto il biglietto di ingresso dell’autostrada.
M. girò gli occhi verso il finestrino, e al vedere il brutto tempo, sentì un improvviso senso di freddo alle gambe. Desiderò di dimenticare quelle stravaganze, ritenendo più opportuno farsi un’altra dormitina. Ma non riuscì a mandare a segno il suo proposito: era abituato a dormire sul letto, e in quella situazione risultava impossibile risolverne la mancanza.
Sentì aumentare il senso di freddo alle gambe e chinando il capo scoprì con orrore di trovarsi in mutande.
Le spalle si curvarono con un sospiro. “Queste levatacce abbrutiscono” pensò. “Un uomo dovrebbe poter dormire, quando gli occorre”.
Volse gli occhi all’orologio che brillava di un verde digitale, al centro del cruscotto. “Santo cielo!” pensò. Erano le sette e mezzo. Il conteggio dei secondi scorreva tranquillo.
Che fare, ora? Non si vedevano indicazioni di prossimi svincoli e del resto, anche riuscendo ad imboccarne uno, l’imbarazzo di scendere dall’auto in mutande non glielo cavava nessuno, e restare troppo a lungo nascosto dietro i sedili sarebbe risultato un ripiego sgradevole.
Mentre in gran fretta svolgeva questi pensieri, non riuscendo a decidersi se uscire o meno dall’autostrada, dall’interno del vano cruscotto sentì pigolare il telefonino. Dopo un breve intervallo si decise a rispondere. “M.” chiamò una voce – la voce di K. – “Sono le sette e mezzo, sei partito?” Bellissima voce! All’udire la propria in risposta M. inorridì: era senza dubbio la sua voce, ma vi si mescolava, come se in bocca avesse più di una caramella, un insopprimibile gorgoglio disordinato, così che solo all’inizio le parole uscivano chiare, ma poi si trasformavano in una cascata di suoni senza senso. Avrebbe voluto rispondere esaurientemente, ma vista la situazione si limitò a dire: “Sì, sono in viaggio, tutto bene”. Evidentemente la quasi totale assenza di campo non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, perché K. proseguì: “Ti aspetto”. E il contatto si chiuse.
“Prima che siano passate le sette e tre quarti” disse tra sé “Devo assolutamente capire cosa cazzo ci faccio qui, per giunta in mutande.” E si dispose a cogliere la prima segnalazione che indicasse una piazzola di emergenza, ritenendo, forse a ragione, di poter meglio riflettere su come ordinare la situazione e quali mosse compiere una volta disimpegnato dalla necessità di guidare. Nel momento in cui pose più attenzione attorno si avvide che stava procedendo sulla corsia di sorpasso, fatto che gli era sino ad allora sfuggito perché nessuno gli aveva chiesto strada, con la consueta sfanalata impertinente. In effetti, non ricordava di aver visto alcun veicolo transitare, sia nella sua direzione che in senso opposto. E più per l’agitazione causatagli da questi pensieri, che non obbedendo ad una decisone consapevole, M. sterzò in tutta fretta, portandosi nella corsia di destra. Ci fu un sottile lamento che individuò provenire dalle gomme, ma non un vero e proprio stridore. Le sospensioni assecondarono il movimento e la manovra risultò più fluida di quanto non pensasse. Aveva però dimenticato di badare alla posizione del capo e l'aveva picchiato contro il vetro del finestrino: dalla rabbia e dal male lo girò e rigirò, sfregandoselo col palmo della mano.
M. cercò di figurarsi se anche ad altri sarebbe potuto succedere di trovarsi in una situazione simile a quel che stava capitando a lui, concludendo che tutto ciò appariva quanto meno incongruo per non dire inverosimile. Ma come a significare un’aspra replica alla sua congettura, proprio in quel momento un’altra automobile si piazzò dietro alla sua, iniziando ad inviare segnalazioni con i fari. M. comprese immediatamente che gli si chiedeva di fare qualcosa, ma al momento non si sentiva propenso a prendere in considerazione le esigenze di altri, seppure proposte con tale veemenza. “Sono indisposto, signori, credetemi. Come altrimenti potrei trovarmi in simili frangenti?”
M. non capiva come potesse essergli piombato addosso quel caso difficile. Aveva sino ad allora condotto una vita molto ordinata, non avendo altro per la testa se non il lavoro e non uscendo quasi mai la sera. Certe volte si arrabbiava con sé stesso nello scoprirsi quasi ogni sera seduto al tavolo zitto zitto, a leggere il giornale o a studiare la programmazione di Sky. La massima distrazione che si concedeva era qualche lavoro di modellismo: in due o tre sere, ad esempio, aveva fatto un bel veliero; com’era carino, riposto nel cassetto del mobile in salotto.
Dall’auto che lo seguiva ripresero insistenti le segnalazioni luminose, ma M. decise di non angustiarsi per questo. Guidava adagio e circospetto, per non perdere la minima indicazione che segnalasse un luogo ove poter sostare. Nessuno che fosse a conoscenza della sua situazione avrebbe potuto pretendere attenzione. Forse gli si chiedeva di fermarsi, ma ad M. sembrava più ragionevole, adesso, che lo lasciassero in pace, anziché infastidirlo con mute pretese.
Prestando ancora maggiore attenzione alla strada, vide finalmente l’indicazione per un’area di sosta, chiamata Colfiorito. Con grande attenzione si immise nella corsia di disimpegno, dimenticandosi però di azionare la freccia, così che l’auto dietro, colta di sorpresa, si vide costretta ad una brusca frenata.
M. si portò con calma al centro della piazzola di sosta e con un sospiro di sollievo spense il motore, contemporaneamente rilassando i muscoli della schiena che, si rendeva conto solo adesso, aveva mantenuto in costante tensione. Si guardò attorno senza quasi vedere ciò che lo circondava, nel momento di rilassamento tanto simile ad un torpore stordito. Ma si riprese quasi immediatamente rendendosi conto dell’auto che lo aveva seguito, ferma adesso poco distante dalla sua. Con eguale se non maggiore sgomento M. ne vide scendere sua madre, che si avvicinò con passi frettolosi e le spalle strette come per un gran freddo o un forte vento. Non ebbe quasi tempo di sbattere le ciglia, che si trovò a fronteggiarne il volto corrucciato, oltre il vetro del finestrino.
“No,” pensò M.
Ma sua madre stava già picchiettando con le nocche della mano sul finestrino, nell’evidente richiesta di vederselo aprire.
“Uno non dovrebbe mai fermarsi su una piazzola dell’autostrada senza motivo,” rifletté M.
Cercò di distogliere gli occhi dal volto di sua madre, quasi che questo bastasse a farla svanire, e nello stesso tempo si ripeteva che una calma, calmissima riflessione era più utile di ogni decisione precipitosa.
Colse un movimento nello specchietto retrovisore. Guardando meglio vide sua sorella uscire dalla stessa vettura e procedere a passi esitanti verso di lui, per poi piazzarsi con espressione affranta di fronte al finestrino opposto a quello così inopinatamente occupato dalla madre, la quale, per colmo di sventura, prese di nuovo a picchiettare con le nocche sul vetro. “Figlio mio disgraziato! Che cosa stai facendo?” chiese a gran voce.
M. intanto si era fatto molto più calmo. Dunque, eravamo a questi fatti. Non soltanto lui per primo non si raccapezzava della situazione, ma gli veniva per giunta domandata una spiegazione alla quale non poteva offrire risposta. In ogni modo, era evidente che sua madre riteneva che in lui vi fosse qualcosa di non regolare, e sembrava disposta ad aiutarlo.
Lentamente M. girò la manopola che abbassava il vetro e risolutamente volse lo sguardo verso la madre, che forse per il freddo si premeva il viso fra le mani.
“Che cosa stai facendo, mamma? Fa molto freddo, siamo distanti chissà quanto da casa e tu stai rallentando il mio viaggio.”
M. sciorinò in gran fretta questo discorso, quasi inconsapevole di quel che diceva. La madre alzò uno sguardo inorridito e quasi a cercare conferma o conforto volse gli occhi verso la sorella di M. “Sei riuscita a capire una sola parola?” le chiese. “Per carità, mamma,” rispose la sorella dall’altro lato: si scambiavano discorsi attraverso l’automobile di M. “Forse è ammalato gravemente, e noi lo tormentiamo.” “Era una voce di bestia,” disse la madre in tono stranamente smorzato.
Quindi, gli altri non capivano le sue parole, benché a lui fossero parse abbastanza chiare, più chiare di quando aveva risposto al telefono poco prima, forse perché il suo orecchio vi aveva fatto l’abitudine. “Mamma, mamma, “ disse M. sottovoce guardando su a lei. All’udirlo, la madre parve ritrovare la prontezza di spirito. “Che ci fai qui,” la sua voce aveva la gentile premura di un tempo “è necessario il tuo rientro immediato a casa. Devi trasformarti in uno scarafaggio”.
Questa affermazione colse M. di sorpresa: ciò che gli si chiedeva sembrava possedere le caratteristiche della follia, di certo aveva frainteso le parole di sua madre. Volse gli occhi a guardarla, e poi girò il capo a incontrare lo sguardo della sorella che, scoprì, annuiva.
Benché M. continuasse a ripetersi che non stava succedendo niente di speciale, all’infuori di un evidente traslazione della realtà verso la pazzia, confusamente pensava che non gli restava il tempo di verificare le buone intenzioni di quelle due donne. Il suo sguardo cambiò quattro volte direzione, poi si risolse a tentare di spiegare il suo operato. “Sono in viaggio, mamma,” disse sommessamente, e non riuscendo a guardare in faccia la madre, quasi si sentisse colpevole di chissà quale mancanza, cercò negli occhi della sorella un’improbabile segno di comprensione, trovandovi solo sgomento. “Non so dove sto andando,” riprese “non capisco come mi sia trovato su questa strada, della quale non conosco l’ubicazione. Vado verso una voce che mi chiama, suadente, sebbene ancora non sappia come raggiungerla, né se vi sia davvero una persona che possa dare corpo a questa voce. Forse inseguo una chimera, e confesso che non sono del tutto certo del fatto mio, e di quale senso abbia questo viaggio. Però quel che tu mi proponi, ne converrai, è ancora più folle: perché dovrei trasformarmi in uno scarafaggio?”
La madre lo guardava senza riuscire ad articolare una parola, era evidente che non aveva compreso niente dell’accorato discorso pronunciato dal figlio, ma nello sguardo che M. le rimandava forse intuì l’affranta domanda finale.
“E’ necessario,” disse con voce rotta dalla commozione “la tua trasformazione in scarafaggio fornirà a tutti noi l’occasione di riscatto all’inutilità delle nostre vite. Tu ti trasformerai in qualcosa di terribile e noi, nel tentativo di correrti in soccorso, sacrificando la nostra stessa esistenza all’amore che ti portiamo, rintracceremo una ragione che ci aiuti a superare lo sconforto del trovarsi a vivere in questo mondo privo di significato.”
M. si sentì pervadere da una profonda tristezza per le condizioni di vita che gli venivano prospettate, non riusciva ad immaginarsi in veste di occasione di riscatto complessivo e collettivo. Non capiva cosa gli si stesse chiedendo.
All’improvviso, quasi per un tacito segnale, le due donne si scambiarono di posto: M. si trovò a fronteggiare il sorriso suadente di sua sorella.
“Fratello mio adorato, non vedi in quale condizione imbarazzante ti sei cacciato? Sei in mutande, alla guida di una vettura lungo una strada che non conosci, perso nella disperata ricerca di un sogno. Guardami: sono una giovane donna, ma già mi sento sopraffatta da un senso di stanchezza, priva di entusiasmo, e quando torni la sera mi trovi seduta in poltrona, in vestaglia, oppure a misurare a passi lenti le stanze di casa. Non ho uno scopo. Tu puoi aiutarmi: ti trasformerai in uno scarafaggio, in qualcosa di orribile e detestabile, che più niente avrà di somigliante con quello che sei stato fino ad ora. Io ti accudirò superando il disgusto che la tua vista mi procurerà, passerò attraverso le fiamme di un tremendo calvario sorretta solo dalla mia dedizione e ne riemergerò nuova e purificata. Nei miei occhi si leggerà una grande forza, troverò un marito che si riterrà fortunato di avermi incontrato, e la sera suonerò per lui tristi ma consolatorie melodie con il mio violino.” E, quasi a confermare quei nuovi sogni e buoni propositi, al termine del discorso la ragazza si alzò, stirando le giovani membra.
M. restò a lungo immobile, guardando davanti a sé, pensando con amore commosso ai suoi familiari. Della necessità di quel ruolo che gli si proponeva andava man mano convincendosi, e se possibile, ancor più fermamente della sorella.
Rimase in quello stato di vacua e tranquilla riflessione finché non sentì la propria mano, come mossa da intenzione inconsapevole, sfiorare la chiave di accensione.
Mise in moto, con un ultimo sguardo sfiorò la mamma e la sorella. E in quel modo se la svignò presto, non badando nemmeno al silenzio generale che accompagnava la sua ritirata.
Lungo la corsia di accelerazione che di nuovo lo immise sul rettilineo confortante dell’autostrada, M. sorrise.
Al prossimo svincolo sarebbe uscito, e avrebbe continuato a procedere per strade secondarie, poco battute, piene di curve e impegnative. Con grandi salite. E al momento di uscire dall’auto per esplorare nuovi spazi e luoghi, poca importanza avrebbe rivestito l’essere in mutande.
“Non sono uno scarafaggio,” pensò.
Questa considerazione lo riempì di speranza.

 

 

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