Senza

Senza

Che si può dire dei giorni che scivolano senza rumore come trasportati sulla superficie dell’anima da una leggera corrente?
Quando l’intera configurazione del mondo esterno ti ruota intorno a velocità impazzita e tu rimani perfettamente al centro, come nell’occhio di un ciclone, immerso nella nebbia del grande silenzio che ha invaso lo spazio, meravigliato nell’osservare quanti detriti il vento feroce riesce a portare con sé, chissà dove. E tu sei calmo.
Non è un approdo definitivo, questa quiete: a pochi passi di distanza il tempo si incarica di frantumare a mazzate il momento presente per sbriciolarlo nel passato e reimpastarlo nel futuro. Le stesse macerie di ieri comporranno il mosaico di domani. E’ curioso osservare quanto sono incatenato a questo preciso segmento di tempo, che nel suo ostinarsi a permanere immutato uccide se stesso per rinascere uguale. Ogni istante muore e risorge in un ciclo senza fine, per continuare ad esistere, mentre al suo interno, tutto cambia. Forse posso farlo anche io.
Non è un approdo definitivo, ma è un momento di quiete, un lampo di distanza dai desideri, dalle ambizioni frustrate o meno, dalla rabbia e dalle aspettative, da questa fuga in avanti e indietro nel tentativo di toccare ogni sensazione, assaggiare ogni colore prima che scompaia e vivere questo tempo come se davvero fosse una successione di avvenimenti inevitabili, l’uno la conseguenza dell’altro, come se davvero il sentiero che percorro ogni giorno portasse nello stesso luogo. Oggi il sentiero potrebbe portarmi in posti diversi. …

15 gennaio 2009 | 933 Letture | 0 Commenti Leggi
Pervicace

Pervicace

La voglia di scrivere scivola contro il grigio vischioso che aderisce liquido alle pareti dell’anima e la rende impermeabile.
Nessuna formidabile acutezza di sguardo potrà mai superare il vuoto assoluto per vedere cosa ci sta oltre.
Solo tre sigarette per giungere al termine della notte, ancora una volta ci sarà da prendere atto di come poche ore possano diventare un tempo eterno, in assenza di qualcosa che le riempia.
Non riesco a decidere se fuori stia ancora piovendo oppure se sono i miei occhi a restare bagnati.
Pervicace.
Avessi un programma adatto potrei disporre di un tempo infinito per mettere in fila parole in modo casuale e così arrivare, un giorno, a definire in modo esatto ciò che le parole vorrei esprimessero. Scartando tutto il resto. Anni di parole.
Due sigarette.
Può darsi che fuori stia piovendo, in fondo, sarà così se io decido che sia, che piova o meno, fuori piove.
Ma perché questa musica che ascolto è sempre così dolce, se fuori piove? …

Ritrovarsi

Ritrovarsi

Ritrovarsi è camminare con la memoria attraverso le stagioni della vita, a scoprire gli eventi e le emozioni che hanno formato il panorama dell’esistenza, le esperienze che nel bene e nel male finiscono per modellare il carattere.
Un tragitto a volte tortuoso e doloroso lungo sentieri accidentati, paesaggi che credevi di aver dimenticato ma che si presentano di fresca rugiada, che tutto copre, che tutto bagna.
Vecchi percorsi di sinapsi di nuovo si accendono e intersecano il presente in una complicata mappa a dimostrare che niente è perduto, che la distanza non esiste, che tutto è ancora vivo e fresco e pronto a donare nuova gioia o dolore, che ogni cosa rinasce quando vi posi sopra lo sguardo.
Ritrovarmi è tornare a calpestare il palcoscenico sul quale ho giocato le vecchie pantomime, e questo è un momento gioioso, perché tutto quello che è stato mi porta a capire chi sono oggi.
I vecchi dolori pungono poco, in fondo, se nei nuovi giorni sarò capace di non ripeterli. Le musiche sono dolci, i movimenti commoventi, le risa ancora risuonano nell’aria.
Ritrovo le albe struggenti di quando pensavo che tutto fosse possibile, le sere estenuate trascorse a calare il senso e l’amore in una singola parola, un gesto, una espressione.
Nell’immenso circo della mia vita mi aggiro a contare i cocci di quel che si è rotto e poi ad ammirare quanto invece di intero si è conservato, sotto la luce delle stelle, che io sempre mi trovo a ritrovarmi quando cala la notte. Sotto un tendone strappato, a tirare le somme. …

Mai troppo

Mai troppo

Non mi sentirò mai dire che sono stato troppo sincero. Può sembrare una colpa.
Io penso sempre che sia giusto camminare con passi leggeri nel giardino dei sentimenti altrui. Mi pongono domande alle quali rispondo a metà, sperando che l’altrui acume riesca a convalidare come affermazione definitiva un silenzio eloquente. Può essere una colpa.
Faccio conto sulla naturale propensione al distacco dalle cose, quando risulta evidente e inevitabile che queste non si possono cambiare, e sul buon senso che sappia apprezzare chi evita di spararti una verità in mezzo alla fronte, anche se è quello che vuoi. Chissà perché.
Ci sono molti modi di dire le cose. Io capisco al volo da una virgola o da una lieve inflessione della voce, da una vibrazione velata, quando devo togliermi dai coglioni. Quando mi ami. Quando mi detesti e vorresti vedere la mia faccia stampata sul muro. Sento un brivido, lo ascolto, e non ho bisogno di ulteriori spiegazioni. …

La luce nella stanza accanto

La luce nella stanza accanto

Di nuovo a scrivere nella notte e per la notte, la finestra aperta anche se un vento freddo spazza le strade in questa aspirante primavera. Che entri, il vento, non può far altro che un po’ di pulizia.
Il rituale è lo stesso: un dito di vino nel bicchiere che fu di nutella, una sigaretta, sempre troppe, una musica sparata nelle cuffie che poi sistemerò nel player a destra, e visto che non ho niente da dire mi invento un titolo e aspetto che il tizio dentro di me, quello che scrive, faccia capolino.
Stavolta il titolo è difficile, non vorrei dover passare l’intera notte a pensarci sopra.
Meglio non pensare, lascio fare a lui.
Mi chiedo come mai mi sia balzato alla mente un titolo come questo che mi sono proposto stanotte. Forse mi sento al buio in una stanza e intravedo un filo di luce o magari un fiotto di luce che irrompe dalla stanza accanto. …

La vita, adesso

La vita, adesso

Improvvisamente libera, la cordicella di un palloncino frusta l’aria come impazzita nella violenta ascesa verso il cielo contrastata da un forte vento che la strapazza e sembrerebbe volerla riportare in basso, forse verso la mano del bambino tesa nel pianto disperato. Il sorriso e le carezze della madre non rincuorano la perdita del soffio di aria più leggera. Il palloncino danza nell’aria chiara sballottato quasi libero ma preda degli elementi che lo costringono e guidano. Per il momento, soltanto verso l’alto è il suo destino.
Vorrei dire a quel bambino che avrà altri palloncini e mani più salde per trattenerli, ma nel tempo in cui ho seguito la scia di un volo disordinato la madre già lo ha sottratto al mondo, e il suo piccolo viso dietro un vetro, che ancora cerca, è ormai preda e parte del flusso di traffico pomeridiano sul lungomare.
Cammino pensando che dove adesso il mare batte sul cemento c’era un giorno una spiaggia, divorata negli anni dalle onde fameliche. Spazi erosi come vuoti dell’anima. …

Novanta notti, più nove

Novanta notti, più nove

Una volta un re fece una festa e c’erano le principesse più belle del regno. Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone con la figlia del re! Basta!
Ma, finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e le disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che disse al soldato: “Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!”
Subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, con la neve era sempre là. Gli uccelli gli cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva.
Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e gli scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle poiché non aveva più la forza nemmeno per dormire… mentre la principessa sempre lo guardava.
E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via. …

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