Loriana

Loriana ha deciso: vuole smettere di fumare. Nella tasca del giaccone ballonzola quello che nelle sue intenzioni dovrà essere l’ultimo pacchetto. All’interno, cinque sigarette ciottolano come dadi pronti ad essere lanciati. Tutto sommato, un suono rassicurante.
Loriana cerca di sondare la profondità della propria convinzione. Con cinque sigarette non arriva neanche all’ora di cena. Magari potrebbe comprare un pacchetto e tenerlo di scorta, perché sua madre cucina troppo bene, e la sigaretta dopo aver mangiato è una delle migliori in tutta la giornata.
Si ferma in mezzo all’incrocio di piazza Cavour, fruga nelle tasche, estrae lo stretto cilindro, accende.
Quattro sigarette.
A guardarla bene, questa schiavitù è davvero insopportabile e mortificante, pensa, mentre con gli occhi socchiusi aspira una profonda boccata.
Lo sguardo le cade sulla punta delle dita: anche mangiarsi le unghie è una cattiva abitudine. A lungo andare, sta arrivando al sangue. Dovrà porvi rimedio. Magari dopo aver smesso di fumare.

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Gente

Benvenuti in piazza della Repubblica. A causa del forte vento, non ci sono molte persone in giro. La città ha beneficiato di alcune splendide giornate, calde e soleggiate, sicuramente qualcuno ne avrà approfittato per gli ultimi bagni di sole, e alcuni irriducibili avranno azzardato un tuffo in mare, ma adesso i primi freddi stanno spingendo le persone a casa.
Attilio è da poco transitato con la sua bicicletta, tagliando la piazza in diagonale. Si è infilato in via Garibaldi, diretto a casa, però non ha mancato di catturare gli ultimi scampoli di colore della giornata.
Claudia, a cavallo della sua bicicletta carica di pacchi e pacchetti, segue inconsapevolmente le tracce di Attilio. Pensa di aver sbagliato a mettere il piumino: la lunga pedalata l’ha scaldata e adesso non vede l’ora di arrivare a casa per toglierlo. Ha molta fretta: deve ancora preparare la cena di compleanno per il marito.

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Felice

E’ felice, di nome e di fatto. Lo è sempre stato, fin da quando era bambino. Per quanto indietro lui riesca ad arrivare sulla linea del ricordi, si scopre sempre con il sorriso in bocca. A frugare nella scatola che contiene le sue vecchie fotografie, si può soltanto trovarne la conferma. Questo, naturalmente, togliendo dal tavolo le inevitabili tragedie che ogni tanto la vita ci rifila. Di certo nessuno l’ha visto sorridere al funerale del padre, tranne in brevi occasioni, quando un amico di vecchia data proponeva il racconto di un qualche aneddoto con lo scopo di evidenziare la bellezza di carattere del defunto. Come si dice?
Non c’è matrimonio senza pianto, né funerale senza riso.

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Angela

Angela rientra a casa con la schiena a pezzi. Persino attraversare il ponte dell’Angiolo è una fatica. Rallenta il passo. Man mano che si avvicina al portone, più forte prova il desiderio di fuggire via. O almeno rimandare. Ciò che la piega, più della stanchezza, è la disperazione. Forse non è la parola giusta.
Rassegnazione.
Angela ha bene in mente i rituali da compiere prima di giungere al precario oblio che la attende in camera da letto, quando finalmente potrà distendersi sul materasso e abbandonarsi al sonno inquieto che per poche ore la separerà da un nuovo giorno, fatto di scale da pulire e pianti da reprimere. Non sa più quale sia il suo vero lavoro: se pulire interminabili serie di gradini o cancellare le lacrime che le salgono agli occhi.

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Anna

Anna si ferma a guardare la vetrina attraverso la grata della saracinesca tirata giù, poi alza gli occhi come a fissare l’insegna del negozio ancora accesa. La sua amica resta con un piede rasoterra, frenata nello slancio e resa incerta dagli occhi forse tristi di Anna, nel breve lampo di un attimo, persi in un vuoto di cui non conosce il nome.
Sembra guardi l’insegna, Anna, ma non è così: solo a piccoli scatti si concede di indugiare col ricordo a vivere oltre il vetro della finestra che sormonta il negozio. Attraverso spessi strati di polvere riesce a intravedere lunghe file di scatole accatastate alla rinfusa, appoggiate a pareti che conosce bene. Spigoli di cartone tagliano le ombre come coltelli.
E’ solo un attimo. Una sbavatura sulla vernice. Ma è come una nuova crepa in un muro che non sa più come tenere in piedi.

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Attilio

La panchina sulla quale è seduto è fredda, ma Attilio a questo non presta attenzione, così preso ad ammirare i nuovi colori che decorano l’ultimo scorcio della sua vita. Non ricordava fossero così belli.
Il verde sporco delle palme gli sembra meraviglioso. E le sfumature bluastre della statua alla sua destra disegnano il percorso di fiumi immaginari. Persino i colori delle odiate automobili appaiono incantevoli nella loro lucentezza. Si chiede pigramente perché non ha mai voluto prendere la patente: adesso una macchina gli farebbe comodo. In fondo, odiava le auto soltanto perché, quando attraversava la strada, non era in condizioni di vederle arrivare.
Attilio è stato catturato da una profonda meraviglia, quando si è liberato dalle perniciose cataratte che offuscavano lo splendore intorno, mascherandolo con l’assenza di luce.

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