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Una domenica mattina, di buon’ora, Veronica attraversa piazza Cavallotti, sgombra dei banchi di frutta e verdura, quasi desolata nell’assenza dei richiami lanciati ad alta voce per i carciofi più belli e le mele più gustose. La luce invade lo spazio vuoto e non trovando la rifrazione dei mille colori sui quali rimbalzare gioiosa, assume la sfumatura grigia della pavimentazione consumata dal tempo e dai frequenti lavaggi. Un luogo da attraversare in fretta, tagliando la coltre di calma tristezza che lo pervade. La piazza in quel momento è vuota, e fa sembrare la città deserta, e triste. Veronica cammina veloce, desiderosa di uscirne fuori. Poco distante, alla vista dei colonnati del Duomo, in piazza Grande, inconsapevolmente tira un sospiro di sollievo. Nella borsa in plastica che le ballonzola al fianco, nasconde un segreto.

Veronica


Lui non lo sa, ma ha mancato di pochi minuti l’incontro con il suo più grande amico dell’infanzia. Chissà se lo avrebbe riconosciuto. Il compagno di banco alle scuole elementari. La difesa del fianco sinistro nelle lunghe battaglie combattute a colpi di cerbottana. Lanciatore infallibile di bocco nella modalità di tiro Tacco Passo al Volo. Grandi mazzi di figurine Panini a riempire le tasche dei pantaloni corti. Ma Attilio è ormai lontano, con le sue salsicce e la passata di pomodoro. L’incontro possibile è svanito, forse rimandato, forse perso per sempre. Vinicio si avvia lentamente all’uscita del Mercato centrale. Non ha comprato niente. Voleva soltanto compiere un itinerario di ricordi, però tutto gli sembra diverso. Prova una strana forma di delusione, mai sperimentata prima.

Vinicio


Siamo arrivati al Mercato centrale, il cuore pulsante della città. Frequentato nel corso degli anni da numerose generazioni di livornesi, ognuno nelle sue ampie sale può trovare il ricordo di qualche persona cara, perduta per incuria o sfortuna, o per legge naturale. Varcare la soglia di uno dei grandi portoni ha per molti il senso di un rientro in famiglia. Attilio è appena uscito, dopo aver comprato un paio di salsicce dal suo norcino di fiducia, e un barattolo di fagioli rigorosamente garantito senza conservanti. Adesso pedala con forza verso via Garibaldi, pregustando il suo piatto preferito: fagioli in umido con salciccia, ripassati in padella con salsa rustica di pomodoro, e un rametto di rosmarino annegato nel sugo a dare un tocco di speziato. Naturalmente, non ha dimenticato di procurarsi una boccia di vino rosso. Quando poserà il fiasco sulla tavola, come sempre dirà sottovoce: è arrivata la luce.

Mercato centrale



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Quando vedete un uomo fermo al bordo di una piazza, lo sguardo piantato verso un punto preciso, vi capita mai di chiedervi che cosa sta aspettando? E da quanto tempo? Vi trovate alle sue spalle, e quindi non potete decifrare dall’espressione del volto se l’attesa è piacevole, o penosa. Se sorride sapendo che dovrà aspettare ancora per poco, o se nel tempo ha invece perso la speranza. Se non è più un’attesa, ma soltanto rassegnazione. Se è amore, gioia, disperazione. O magari un tentativo di ingannare il tempo, oppure il visitare un luogo di ricordi, dopo una lunga assenza. Se è una pausa, o il termine di un tempo quasi infinito. Forse qualcosa di importante sta per accadere, forse invece è ormai tutto completato. Risolto. O chiuso.

Ascanio


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Anita è convinta di condurre una vita banale. E’ così che la pensa: banale. Se qualcuno le chiedesse informazioni intorno al suo quotidiano, risponderebbe: banale. Ma dentro di sé capisce che è soltanto un paravento. La formula che sceglie per non dire niente facendo finta di dire tutto. E lei, che è un’insegnante, potrebbe davvero aver selezionato questo aggettivo come un muro dietro al quale nascondersi. Una parola tutto sommato inoffensiva. Un comodo riparo per evitare la pioggia. Chi è capace di andare oltre al banale? Guardare al di là, per scoprire cosa nasconde. Nessuno indaga o approfondisce. E’ un’immagine talmente abusata che chiunque è persuaso di averne l’esatta visione, di comprenderne il pieno significato.

Anita


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Se avesse voglia di guardare al passato, scoprirebbe che soltanto una cosa, nel corso degli anni, lo ha sempre sostenuto e guidato: la potenza evocativa del proprio nome. Tiene costantemente presente la figura dell’eroe sereno, impegnato nella difesa della città, pronto ad accettare una sfida che sa di non poter vincere, e che affronta la morte a viso scoperto, conoscendo in anticipo l’esito del duello: impossibile contrastare il mostruoso invulnerabile Achille. Questa immagine informa ogni suo respiro. Certo: l’eroe sconfitto fallisce il tentativo di salvare i suoi affetti più cari, e neanche riesce a immaginare l’inganno che presto aprirà le porte al nemico: la sua stessa dignità gli impedisce di figurarsi un atto tanto meschino, e forse in cuor suo accoglie la morte con la dolce accettazione di chi sa che gli verrà risparmiata l’immensa amarezza finale.

Ettore