Verso Santiago – secondo estratto
Come sempre, prima di iniziare, Emilio Barros torna col ricordo alle due volte in cui ha percorso il Cammino, alcuni anni prima, e soprattutto a quello compiuto in compagnia della bella insegnante di ginnastica, proveniente nientemeno che dal Canada. Una grande fatica starle dietro. Ne ricorda il nome, certo, ma evita di pensarci, perché il farlo la rende viva e presente, e questo lo intristisce. Gli porta il ricordo di quando l’ha vista partire. Ancora oggi, pur sapendo che lei è sposata, e che il Canada è lontanissimo, Emilio Barros l’aspetta. Che lui lo sappia o meno, è per questo che si è offerto come hospitalero sul Cammino di Santiago.
Emilio Barros piega la testa da un lato e conta i presenti in fila. Oggi sono sette. Sorride e invita il primo a sedersi di fronte a lui. I più lenti a togliersi le scarpe sono quelli che hanno i piedi in condizioni peggiori.
Emilio Barros sbuffa contrariato, quando trova un piede particolarmente trascurato, e guarda severo e ammonisce, brandendo la boccetta di Curadona, tintura di iodio. Soprattutto non capisce il motivo per cui alcuni si ostinino a bucare le vesciche e a drenarle del liquido lasciandovi infilati, i capi a penzolare fuori, dei piccoli pezzi di filo di cotone. Un buon sistema per beccarsi un’infezione. Ad ogni operazione terminata, nella breve attesa del prossimo infortunato, Emilio Barros piega la testa e guarda la fila, speranzoso. Al calar del sole esce fuori, da solo, a fumare una sigaretta.





Sei grande, Max!