Transeat

Mario | 8 novembre 2008 | 422 Letture | 2 Commenti

Mi siedo di fronte allo schermo, tiro verso di me la tastiera che scorre leggera sui propri binari, perdo lo sguardo nel vuoto e scrivo.
Chi è questa persona che pronuncia parole dietro i miei occhi? Chi sta componendo pensieri all’interno della mia mente? Il fatto che io senta familiare questa presenza non la rende riconoscibile.
All’inizio era un bambino e scriveva poesie: tutti dicevano che erano mie e lodavano e sorridevano. Io ne ero contento: erano poesie niente male. Da adolescente ha scritto storie bizzarre e astruse, stuzzicato da qualche cannolo alla menta indiana. Era lo stesso che leggeva così tanti libri? Nel corso degli anni si è un po’ defilato: ha viaggiato senza grande impegno, limitandosi a guardare compiaciuto i sentieri che si potevano percorrere. Si è posto fuori ed ha preso nota delle vittorie così come delle disfatte.
Mie?
Poi si è seduto e non si è più mosso dalla poltrona di arguto osservatore, catalogando gli eventi, soddisfatto del semplice fatto di esistere: di avere la potenzialità di esistere. Tutti questi appunti di vita che ha messo insieme con tanta cura, sono a disposizione di chi?
Se ci penso, non riesco ad essere categorico nell’affermare che la persona seduta a scrivere sia la stessa che si alzerà da questa sedia, tra pochi minuti, tra qualche anno. La stessa che oggi ha speso gambe e sudore e musica via auricolare in una corsa sul lungomare,
la stessa che ha pensato a te?
Vorrei sapere chi ha lasciato scarpe da corsa ad asciugare sul mio terrazzo, chi si è fatto una doccia nel mio bagno. Chi ha mangiato al mio tavolo. Mi raffiguro in una serie di fotogrammi una persona che cambia colore un passo dopo l’altro, attimo per attimo, in continua trasformazione. Una immagine che nessun specchio potrà mai catturare. Nel suo trasmigrare di colore in colore non potrei sperare di conoscere la persona che guarda attraverso i miei occhi.
Ho percorso i tracciati della memoria, in questi giorni, ed ho trovato luoghi e personaggi diversi da quelli che conoscevo. Ero spinto dal desiderio di raccontare, ma ho raccolto solo frammenti di menzogne. Ho cercato a lungo, perché non volevo che la parte di me che ama scrivere si sedesse di nuovo. Ma ho scoperto che niente di quel che credevo vero aveva il sapore giusto: tempo preso a prestito. In una miriade di attimi in sequenza migliaia di persone hanno giocato in me ruoli diversi, contrapposti, ambigui. Niente di quel che ho visto mi appartiene, ma non provo dolore nel constatarlo: era un viaggio che dovevo compiere, nel quale la persona che guarda ha incontrato la persona che scrive. Forse adesso diverranno amici. Buoni amici.
Ed io, sorrido.

 


Commenti (2)

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  1. Anonimo scrive:

    non sai quanto mi sono rispecchiata nelle tue parole..è proprio vero, siamo noi stessi la persona che ci conosce meglio e nello stesso tempo non ci conosceremo nè capiremo mai davvero..

    grazie per questo post..

  2. rossana scrive:

    Pensa che ultimamente ho il sospetto di “essere/esserci” solo quando sono distratta da altro. Come se nel momento stesso in cui ho consapevolezza di me, mi perdessi il nocciolo della questione. Bella riflessione (ti invidio un pò quella spiaggia dove correre).

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