Che si può dire dei giorni che scivolano senza rumore come trasportati sulla superficie dell’anima da una leggera corrente?
Quando l’intera configurazione del mondo esterno ti ruota intorno a velocità impazzita e tu rimani perfettamente al centro, come nell’occhio di un ciclone, immerso nella nebbia del grande silenzio che ha invaso lo spazio, meravigliato nell’osservare quanti detriti il vento feroce riesce a portare con sé, chissà dove. E tu sei calmo.
Non è un approdo definitivo, questa quiete: a pochi passi di distanza il tempo si incarica di frantumare a mazzate il momento presente per sbriciolarlo nel passato e reimpastarlo nel futuro. Le stesse macerie di ieri comporranno il mosaico di domani. E’ curioso osservare quanto sono incatenato a questo preciso segmento di tempo, che nel suo ostinarsi a permanere immutato uccide se stesso per rinascere uguale. Ogni istante muore e risorge in un ciclo senza fine, per continuare ad esistere, mentre al suo interno, tutto cambia. Forse posso farlo anche io.
Non è un approdo definitivo, ma è un momento di quiete, un lampo di distanza dai desideri, dalle ambizioni frustrate o meno, dalla rabbia e dalle aspettative, da questa fuga in avanti e indietro nel tentativo di toccare ogni sensazione, assaggiare ogni colore prima che scompaia e vivere questo tempo come se davvero fosse una successione di avvenimenti inevitabili, l’uno la conseguenza dell’altro, come se davvero il sentiero che percorro ogni giorno portasse nello stesso luogo. Oggi il sentiero potrebbe portarmi in posti diversi.
Assaporo questa notte come un breve istante da guardare con occhi del tutto particolari, uno spazio nel quale ogni evento è possibile in virtù del fatto che non desidero qualcosa a scapito di qualcosa di altro. Non una fetta di torta, non quella fetta di quella torta in particolare. Ma soltanto la notte, questa notte, nella quale tutto mi sembra possibile e altrettanto inutile. E proprio nel momento in cui abbandono ogni aspettativa l’universo si incarica di suggerirmi che qualsiasi aspettativa è realtà, basta solo crederci e volerlo. Come un pazzo. Una fede cieca non l’ho mai avuta, anche se sento la verità, nella voce che da fuori o da dentro, forse da entrambi i luoghi, mi dice che ogni desiderio è realizzabile, che qualsiasi realtà io possa immaginare è pronta a collassare nel mio spazio, previo un lieve dispendio di energia. La scintilla della decisione.
E’ davvero un peccato che adesso io sia così sprovvisto di desideri, non fosse così tardi ti chiamerei per farmene suggerire qualcuno. Prenderei in prestito i tuoi. Magari in parte li riconoscerei come miei, quasi miei, anche miei.
Ma non c’è niente là fuori, stanotte. Anche la musica che ascolto la produco io stesso, al mio interno. Sono vibrazioni che manipolo con abilità. Una dote innata, un piccolo miracolo che dovrebbe meravigliarmi, se non vi fossi abituato: la capacità di trasformare una vibrazione in un sentimento e di sentirla come se provenisse da fuori, come se in sé avesse una motivazione, e non fossi invece io a dargliela, interpretandola e ricostruendola come realtà.
Questa musica non puoi sentirla, l’ho creata nel mio piccolo spazio privato, tra poco avrà termine e io non la rimpiangerò.
I tuoi desideri, io non li conosco, ma in questo approdo provvisorio sperduto nel grande oceano della notte non conosco neanche i miei.
Non è un momento di tristezza, non c’è rammarico nel gettare le aspettative fuori dall’occhio del ciclone, ma solo la curiosità di vedere dove il vento le porterà.
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