Scrivere cercando di seguire il ritmo di una musica che ti pulsa nelle orecchie, stai usando le cuffie, si spera, non è che ti sei impazzito all’improvviso.
Scrivere per cazzeggiare, per dire: io sono qui, sto sparando bit nella rete, mi vedi?
Scrivere anche se Word si impalla e ti costringe a fortunosi quanto articolati salvataggi del testo; ti sembra che la notte ti stia invitando questa notte a non scrivere?
Che si fotta.
Scrivere una lettera dopo l’altra come una terapia o una metodologia per tentare di scoprire cosa si agita nella testa. La ricerca di una cura. Per alcuni lo è, proviamoci anche noi.
Scrivere perché si vuole, anche se credevamo il contrario, perché si puote e più non dimandare.
Non è la voglia di diventare scrittori, di sentirsi scrittori, di atteggiarsi a scrittori, che più la ripeti una parola e più perde di significato.
Ma per soddisfare il bisogno di una bestia che si è risvegliata dentro, credevi di averla uccisa, credevi che fosse morta almeno di consunzione. Per molti anni non ha mangiato. E’ solo andata in letargo, cazzo, mica lo avevi capito. Ora ha fame, cosa farai?
In tutti questi anni, lei dormiva e tu hai viaggiato per strade che non la contenevano, dove non c’era cibo giusto o sufficiente per lei. Hai usato le parole di altri scardinando la possibilità di usare le tue, su palcoscenici dalla vita di una notte. Hai cercato di trasmettere messaggi senza dover usare le parole, soltanto mescolando pigmento a varie gradazioni di rifrazione della luce da gettare con amore misurato su una tela per creare immagini che avessero un senso. Non della frutta morta in natura, per carità. Per quello basta una foto.
Hai alzato molte armi per poi riporle tutte, nessuna si avvicinava alle possibilità che ti suggeriva la speranza di avere un senso per la scrittura. Di averla nel sangue, vai.
Una speranza che è morta fanciulla, dove l’hai messa, dove l’hai persa, non lo sai.
Poi arriva ‘sto cazzo di internet. Tu guardi la rete e pian piano capisci che puoi attaccare un verbo qua, che ci sta bene. Alcuni lo guardano, pochi ,ma alcuni. E allora perché non provi con un aggettivo? Mettilo là. Guarda, è piaciuto.
Prova con un periodo, magari ci sta bene. Butta lì un paragrafo, dai, la cosa funziona.
Buttala in mezzo questa voglia, giocala.
Scrivere per scoprire quante parole possano stare in fila senza una virgola mantenendo un senso compiuto, per giunta interessante, profondo, catartico.
Scrivere perché il percorso che seguono le tue immagini mentali nello snocciolarsi l’una dopo l’altra non è uguale a nessun altro. Mica che sia meglio, ma almeno diverso.
Scrivere per vedere quanti punti puoi mettere senza andare a capo e senza metterne uno definitivo.
Scrivere perché il finale che scopri in fondo alla pagina è una sorpresa.
Scrivere perché si sente di avere un mondo intero compresso dentro, con la sua magia e le sue illusioni, le folli rappresentazioni, le divertenti pantomime e i tragici finali. Un mondo nel quale si balla si ride si mangia e si suona. Si scopa, cazzo. Un mondo per accedere al quale cerchi da millenni la chiave credendo di averla persa o persino di non averla mai posseduta e non ti accorgi che forse l’hai solo poggiata e dimenticata da qualche parte, sullo scaffale della memoria. Gli occhiali che avevi sul naso.
Scrivere perché pian piano diventa più difficile non farlo.
Se scrivere è la tua chiave, scrivi.
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