Guilty
Siede con sguardo assente di fronte al monitor, questa notte, nella quale vorrebbe fuggire da ogni volto che scopre piegato nell’anima, residuo di un passato da eludere o sconfiggere, anelando a una quiete che sente fuori dalla sua portata. Forse disertare la notte potrebbe già rappresentare una vittoria. Oppure combatterla. Ma non c’è un nemico, a parte quello sepolto nella mente, sotterrato ma ancora in vita, che si agita e si contorce nel riuscito tentativo di mostrarsi ancora, rivendicando le proprie ragioni.
Una voce che ricorda.
E’ forse un paradosso, ma dolce, che nel tentativo di sfuggire alle immagini così ostinate nel riaffiorare alla mente lui cerchi e ascolti la musica di quei giorni.
Con la musica tornano vividi i segmenti dei movimenti colorati e le parole. Vorrebbe riuscire a raccontare tutto questo, ma a chi potrebbe importare? A me, forse.
Lo osservo, mentre cerca la voce. Le sembianze del passato, delle figure e delle forme e delle movenze, delle espressioni, sono vivide e inequivocabili.
I giorni sono scivolati nella loro apparente lentezza, ma a guardare bene sono volati via.
Resto in attesa che lui scopra quello che ha intenzione di dirmi, attraverso l’immagine di un caffè che dal bar sotto casa viene portato sino al quarto piano, in una precoce mattina d’inverno, accompagnato da un sorriso e una frangetta sbarazzina di capelli biondi, e un corpo giovane e flessuoso che siede sul letto assonnato, e un volto che sorride nell’attesa che venga consumato sorso per sorso il succo nero. L’indifferenza verso quel gesto e il senso di fastidio per l’anticipato risveglio non hanno seguito lo scorrere e lo scadere di quelle ore, ma sono rimaste quale inopportuna compagnia, nei giorni a venire.
C’era una musica, ed era questa, e anche questa non scelta ma proposta; sentita imposta. Per quale motivo oggi è così dolce? Avrebbe dovuto essere dolce in quei giorni.
Scorrendo l’album dei ricordi, che lui diligentemente mi mostra, scopro il tedio dei momenti che seguivano lo sciogliersi della tensione di un anello di vagina che dolcemente si strige e ruota intorno e con il membro in un susseguirsi di maliziosa complicità, sorridente e così affascinante nel suo giovanile protendersi. Quando la presenza sdraiata al fianco, su un letto scomposto, diveniva tanto ingombrante da riempire l’intera stanza, ed il mondo, e tutti i giorni che a quei giorni sarebbero seguiti. Ed era un soffocare di silenzi ostinati, dolorosi.
Risulta grottesco pensare, oggi, che le fughe dal presente possono diventare col tempo un pellegrinaggio verso il passato.
Forse vuole spiegarmi che ormai tutto questo non esiste più se non nella memoria, che si potrebbe quasi pensare non sia mai esistito, volendo, e cancellare in questo modo la colpevole indifferenza, l’insofferenza. In fondo molta strada è stata percorsa, da quei giorni, e anche se in altre situazioni si è ripetuto il medesimo film può darsi che qualcosa, pian piano, sia cambiato.
Se quel che veniva vissuto come una frustrazione, un dolore, oggi si trasforma in dolcezza, un motivo dovrebbe esserci.
Qualcosa che riscatti e renda meno colpevoli.
Adesso lui si alza, capisco che anche se niente di conclusivo è stato detto ormai ne ha abbastanza. Non so perché mi ha mostrato questo scorcio di vita, stanotte, forse non lo saprò mai o forse avrò sufficiente costanza nel camminare da arrivare un giorno a scoprirlo.






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