Giorni
C’era una magia, nel vivere, ma questa si è perduta in una tappa intermedia nello scorrere dei giorni che mi hanno portato sino ad oggi. Se dovessi provare a definire quale vuoto o assenza mi procuri ogni giorno fitte inconsapevoli di nostalgia, stemperate in un grigio chiaro indefinito e soporifero, giungerei senz’altro alla conclusione – e infatti – che è venuta a mancare la percezione del mistero. L’unico elemento capace di dare senso e speranza ai nostri giorni.
Quando ero bambino avevo la capacità di meravigliarmi, di fronte alla sterminata quantità di giorni che vedevo di fronte a me. Ne avevo quasi paura, ma rappresentavano la promessa di strade e incroci. Un mare di facce mi attendeva per via. Erano tutte facce felici. Ogni giorno seguente all’odierno era atteso con grande trepidazione. Non erano ancora giorni tutti uguali. E se ci penso mi accorgo che questo stato di grazia è durato per molto, molto tempo. Perché da bambino i giorni erano lunghissimi. C’era nell’aria una poesia, si sentiva bene, che attingeva la propria forza nella percezione del mistero. Una magia stava in sereno e innocente agguato appena dietro l’angolo, pronta a balzare fuori sfoggiando il più ampio dei sorrisi.
Forse erano giorni imbevuti di mistero perché il mondo intero si mostrava nuovo e scintillante. Anche i palazzi vecchi, le strade polverose, i mattoni sbrecciati, l’intonaco sbriciolato, le travi a vista dei soffitti, i pavimenti sfondati, i cavi elettrici inchiodati al muro e distesi in ampie curve sino alle lampadine, tutto, pur disposto nell’apparente miseria di giorni ormai consumati, brillava della luce di una vita nuova. I miei occhi. Nei miei occhi.
Quando i giorni hanno iniziato ad accelerare nel proprio corso, un briciolo più veloci nel consumarsi, non me ne sono accorto. Vedevo i giorni trascorsi e persi come una manciata di istanti, una piccola duna di sabbia a paragone della montagna di giorni ancora in attesa di rendersi l’oggi. Un sentiero infinito si snodava appena dietro la prima curva, e se ad ogni passo una promessa cadeva alle spalle per finire perduta, io ne avevo ancora da distribuire a manciate. Di speranza. E di giorni.
Il mistero della vita era la magia diffusa nell’aria, e da bambino era facile coglierne il profumo, e l’invito. C’era ancora da vedere la prima alba, i tramonti si contavano con le dita di una mano, le velocità della luce e del suono si rincorrevano. L’invito era forte, in quei giorni, la voglia di avventura rendeva rotondo il mondo. Un circolo senza fine. La partenza e l’arrivo coincidevano. Era così, ed era chiaro, perché tutto stava a portata di mano. O di mente. La fantasia era un mondo pieno di giorni.
La percezione del mistero univa ogni più piccolo elemento di questo mondo, ogni respiro e sensazione, in una cosa sola, dove i minuscoli dettagli si sommavano a formare una immagine di grandiosa completezza.
La separazione l’ho imparata dopo. Mi è stata inculcata, e se non me se sono accorto, che qualcosa dentro di me stava cambiando, è solo perché il processo è stato diluito in una sequela sterminata di giorni. Non avrei accettato di barattare la magia e il mistero così, da un giorno all’altro, solo per trovare a mia disposizione una quantità infinita di oggetti separati. Di scompartimenti. Di categorie. Perfino i sentimenti e le emozioni, invece di fluire e contaminarsi e compensarsi e compenetrarsi, si staccavano da me per ballare di vita propria. Per ogni sentimento, una definizione. Per ogni emozione, una categoria. A pensarci, è incredibile la quantità di cose dalle quali sono stati capaci di separarmi, solo perché non potevo esimermi dal fidarmi, proiettando fuori ogni elemento che rendeva vivi i miei giorni, a formare un caleidoscopio di sempre mutevole disegno, una proiezione di colori e forme dove non è possibile capire niente, se non la casualità del provvisorio assemblaggio, e col passare dei giorni è scomparsa ogni forma di mistero, e la magia ha perso il suo profumo.
Hanno iniziato presto, a dirmi che i giorni erano poveri di ore, le ore carenti di minuti, i minuti una manciata di secondi. Mi hanno mostrato che i granelli di sabbia in una clessidra sono di numero finito. Scivolano via, si ammonticchiano. Girare la clessidra e vederli cadere di nuovo è un gioco che presto perde di senso. Si può felicemente passare ad altro.
La clessidra finisce in un cassetto, viene perduta durante un trasloco, insieme ai primi libri dove si narrava di mondi fantastici e di giorni senza fine, e insieme alla casa dalle finestre con i lunghi vetri che adesso lo sai sono fatti di sabbia come i granelli dentro la clessidra, e insieme alla raccolta di francobolli che non ti raggiungevano da pesi lontani ma venivano stampati in tipografia e venduti in serie, ai palazzi demoliti, ricostruiti e invecchiati, ai fiocchi di neve subito sciolti appena a contatto con la luce dei lampioni, alla ragazza dai grandi occhi dietro scaffali a vetri ricolmi di mortadella e salami, occhi che ancora non mostravano il futuro a rischio di overdose.
E’ lungo l’elenco delle perdite e delle magie spezzate e delle speranze frantumate nell’incessante procedere dei giorni.
La cosa peggiore è che il senso del mistero pian piano si è affievolito fino a scomparire.
O forse, che le paure sono rimaste tutte.






Splendido!
E’ come leggere i miei pensieri.
Baci ^^