Dove sei

Mario | 21 settembre 2011 | 331 Letture | 0 Commenti

Le notti si susseguono lunghe. In passato ho scritto qualcosa su alcune di queste, impressioni e sensazioni, perché non ero solo. Avevo da mostrare a qualcuno le spettacolari pantomime. Una sigaretta dietro l’altra, dita veloci sulla tastiera a seguire rapidissimi pensieri, fermati e fissati come ormai credo di non saper più fare.

Non è vero: lo so fare, però manca la voglia, credo. Oddio, non che ne abbia mai avuta molta, ma in altri giorni possedevo notevoli motivazioni. Oggi mi sento carente. E’ una grande fatica, scrivere. Per me, almeno.

E mi domando: perché non posso limitarmi a snocciolare storielle accattivanti come fanno in molti, sia nei blog ma anche in letteratura, invece di dover scavare ogni volta nel pozzo profondo e sconfinato ma spesso pieno di buio della mia anima già di per sé parecchio tormentata? Non lo so. Sembra una forma di autopunizione, o forse non riesco a vedere al di là del mio naso, ma quando penso e cerco o immagino di scrivere qualcosa, in qualche modo, sono da solo di fronte alla tastiera, senz’altro referente se non me stesso, e scrivo per me, di me, rincorrendo pensieri che già ho scandagliato abbastanza, e alla fine credo sia inevitabile il ripetersi. Ma se non scrivo di me, che cosa posso scrivere?

Faccio una domanda stupida: tu dove sei?

Non sono ancora certo di aver terminato con il lungo elenco delle mie paure, dei miei tormenti e speranze, delle mie disillusioni, ma forse ho soltanto scalfito la superficie, scavicchiando qua e là, alla ricerca del filone ininterrotto. Se c’è da scavare più in basso, vi dirò: mi mancano le forze. O l’entusiasmo. O la tenacia.

Dove sei?

Non c’è una mattina in cui io non mi alzi pensando di dedicare i prossimi anni alla scrittura, e solo a quella. Le faccende quotidiane ridotte a una necessità da sbrigare in fretta e via. Ma poi faccio tutto, tranne che scrivere. Non ho al mio interno un mostro che morde sgranando occhi allucinati se mi tengo lontano dalla tastiera. In realtà, la maggior parte del tempo la spendo perso nei miei pensieri, gli stessi intorno ai quali ho versato fiumi di parole, senza riuscire a sconfiggerne neanche uno. La potenza dei simboli. La forza del passato che ritorna, approfittando dell’indolenza con la quale lo accolgo, anche nei ricordi più violenti.

La maggior parte del tempo, la spendo dormendo a occhi aperti. Ma questo, non illuderti: è un male comune. Anche tu, lo fai.

Dove sei?

Non ti ho mai visto però so che da qualche parte devi stare. Mi piacerebbe raggiungerti.

Se qualcuno troverà la costanza di arrivare a leggere sino a questa riga, ormai avrà ben capito che non c’è un senso, in quanto finora ho detto. Si può parlare all’infinito, senza dire niente. L’unica cosa che resta, sono le domande. E io stanotte ne ho soltanto una.

Tu, dove sei?

 

 


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