
Ho speso troppo tempo in tua compagnia.
Troppo a lungo ho creduto alla voce imperiosa che mi parlava dentro, pensando fosse mia; mi sbagliavo: era la tua.
Mi hai parlato per anni, imponendo corazze che si espandevano sempre più verso l’esterno, crescendo l’una sull’altra come gli anelli degli alberi, aspre come la loro corteccia.
Lo stesso albero che hai piantato nel mio giardino, quando forse ero disattento o troppo giovane per comprendere ed impedirlo. L’albero ha ingrossato le proprie radici succhiando la mia speranza, ha esteso le fronde sino ad occupare tutto il cielo, si è mangiato il sole, ha coperto di ombra l’intero giardino.
Mi hai parlato per anni, ed io ti ho dato ascolto, perché è più facile credere alle cose brutte che a quelle belle. Hai profittato del fianco che ti offrivo inconsapevole, nel sonno della mia anima.
Mi hai mostrato il mondo, così come lo vedi tu, ed io l’ho fatto mio.
Mi hai indicato in altri difetti che erano solo miei, hai giudicato e condannato usando la mia voce, mi hai fatto vedere quanto io non fossi all’altezza, adatto, intelligente, mi hai convinto ad appartarmi in un angolo, dal quale guardare il mondo scorrere, e vivere.
Hai tolto il sorriso alla gioia, che vista attraverso i tuoi occhi mi appariva estranea, transitoria.
Hai strappato il senso alle conquiste, minimizzandole, negandole, rendendole minori.
Mi hai persuaso a fuggire la vita, troppo difficile, e l’amore, troppo impegnativo: che gli altri poi ti deludono sempre. Gli altri.
Con i tuoi occhi ho guardato soltanto fuori, persuaso che la felicità fosse in qualche altro da me. Ma felicità è una parola grande, che non può essere contenuta dalle cose del mondo e non puoi prendere in prestito da altri; non è l’amore che non sai dare o ricevere, e che sai solo fingere.
La felicità è sempre stata nel mio cuore, quel cuore che tu hai chiuso in un cassetto, per paura che mi svegliassi al suo battito.
Ho vissuto con te un’alba eterna nella quale mai spuntava il sole, una perpetua attesa di un qualcosa per me. Questo qualcosa non è arrivato e non sarai tu a darmelo, perché tu non sai, non vuoi, non puoi.
Ed ancora adesso, che finalmente ti guardo negli occhi, tu insisti a voler parlare. La tua voce non si placa, ma come argomenti hai le solite sterili recriminazioni: i torti subiti, i perdoni non concessi, il tempo sprecato, i baci negati, le occasioni perdute.
Il passato. Ed il passato sei tu.
Di ciò che hai fatto non voglio incolparti: sono io che l’ho permesso. Sono io che ho scelto.
Ma adesso ho deciso di tagliare quell’albero, e di appendere sul tronco rovesciato e nudo una nuova prospettiva.
Lo so che non è facile, che non l’ho mai fatto. Ma ho voglia di percorrere un Cammino che sia mio.
Te lo scrivo perché tu capisca bene: prepara i bagagli, è tempo di andare.
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