Arcipelago

| 17 gennaio 2009 | 664 Letture | 0 Commenti
Mi arrivano dei messaggi privati, a volte, che sono come piccole pozze di luce, un fuoco buono che riscalda e rende un senso a questo minuscolo blog sperduto in un ramo periferico della rete. Sono parole di condivisione per quanto mi capita di scrivere, parole di anime che si riconoscono in un percorso comune e vogliono farmelo sapere.
Ogni tanto apro la pagina del mio blog, me lo guardo un po’ cercando di scoprirvi un senso, una qualche forma di utilità e spesso mi sento inquieto, anima solitaria persa a vagheggiare nella notte, inascoltata, a volte tentato di cancellare un post o più di uno, perché in fondo questo blog è nato con uno scopo quasi subito disatteso, per diventare un qualcosa che stento a riconoscere.
E’ diventato un diario dell’anima, nel quale certo non sto a scrivere quello che ho mangiato oggi, chi mi ha baciato e chi invece si è negato, quale amore spero e da quale amore fuggo. Un blog che si ferma a guardare un tramonto certo di sentirvi, se non di capirvi un senso; un blog che conta le stelle. E a volte lo sento così inutile questo dipanare pensieri alla ricerca di una profondità troppo lontana dal vivere quotidiano, che mi scoraggio: sono troppe, le stelle da contare. Alcune le ho contate due volte, altre mi sfuggono. Capita che il senso complessivo mi eluda: oggi a parlare di una cosa, domani quasi a negarla nel constatare altro. Forse questo deriva dal dualismo che compone questo universo: il giorno si contrappone alla notte, sembra negarla ma in fondo esiste in quanto contrario a qualcosa. La luce al buio, il freddo al caldo.
Mi resta difficile afferrare il senso completo di quanto cerco di esprimere, sento che vago brancolando in questo grande mistero che è la nostra vita, che oggi sembra solo una scheggia di inutile calore contro il freddo del cielo, e domani acquista una valenza infinita.
Per questi e per altri motivi mi domando se sia giustificato proiettare le parole che scrivo sul monitor di chi passa a trovarmi, sentendomi quasi incapace di dare un senso compiuto al mio gesto.
Poi arrivano le vostre parole, e subito ci si riconosce, e spuntano le lacrime agli occhi, perché nasce la speranza che un senso ci sia, in questo incontro. Qualcuno ha preso un mio scritto, girandoselo tra le mani, mi piace vederlo che se lo porta all’orecchio e ascolta, capisce, annuisce. Un legame si stabilisce tra le isole che abitano questo grande mare della rete, sotterraneo, profondo. Ogni nostra isola individuale è collegata, solo il mare impedisce di vedere la continuità del terreno che ci unisce.
Ma poi ci scopriamo, così vicini per pensieri e sentimenti e azioni, così lontani nello spazio e nel tempo, nelle età e negli scopi. Simili.
Sono qui a ringraziare per le parole di stasera, per quel messaggio che mi ha scaldato il cuore mentre di nuovo stavo a guardare questa pagina domandandomi a chi potesse servire. A me, adesso scopro, serve.
E mi chiedo quanto potrei osare, adesso, nel descrivere il mio essere più profondo, perché tante delle cose che mi affollano la mente non le metto, diciamo, su word. Mi spaventano, mi spaventa pensare come potrei essere giudicato, quali follie potreste scoprire, se follie sono. Non so. Ma sarei tentato, adesso, di gettare fuori ogni piccola cosa, per capire quanto terreno ci separa, sotto questa grande acqua.  
 

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