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Mario | 13 dicembre 2008 | 184 Letture | 0 Commenti
Dove sono finite tutte le mie parole.
Ne avevo la casa piena, non potevo aprire un armadio o un cassetto senza vederne uscire in quantità, che poi era difficile riuscire a chiudere di nuovo. La porta della soffitta ne era bloccata, dall’interno, avevo ormai rinunciato a tutte quelle che vi erano riposte, e allora pazienza, in fondo ne restavano un così gran numero, da avanzarne. In cantina non si poteva entrare da tempo, ne avevo ammassate tante da arrivare al soffitto, da impedire anche un piccolo passo, che peccato, tutte quelle parole ben disposte al fresco a sedimentare concetti che poi avrei tirato fuori chissà quando, in occasioni speciali, festose, importanti, stappando la bottiglia migliore, quella con le parole del ’77 ad esempio, grande annata.
Avevo una parola per ogni evento, per ogni momento.
Una parola per l’incontro più importante, per definire il colore degli occhi e dei capelli, per rendere sostanza la luce che da fuori si sarebbe riversata dentro.
Una parola per ogni pietra scalzata dalla strada e mille parole per ogni formica che da sotto ne sarebbe fuggita, spaventata.
Parole bianche di ingenuità, rosse di passione.
Tutte queste parole che volevo far cadere lettera per lettera sul pavimento, avrebbero preso a rimbalzare con gioia contro le pareti e il soffitto riempiendo di allegria la stanza, mentre alcune, le più tristi, sarebbero schizzate fuori dalla finestra per volare contro un cielo terso e luminoso, a colorare il tramonto di qualcuno seduto sulla sponda opposta dell’oceano.
Avevo parole che avrei deposto come barchette sulla corrente del fiume, alla sorgente del fiume, spedendole a raggiungerti dove il terreno perdeva pendenza, dove la riva si faceva più dolce, dove chinarsi a raccoglierle non avrebbe significato cedere qualcosa, cedere a qualcosa.
Avevo parole che erano tue, create mescolando tra loro quelle vecchie e stantie, quelle cariche di dolore, quelle che nel tempo hanno perso di significato, parole nuove che in nuovi giorni si sarebbero affermate come inevitabili.
Ne avevo che mi correvano lungo la schiena, maliziose, altre che mi bagnavano nei giorni di sole pieno, altre che mi asciugavano nelle ore di pioggia.
Oggi ho aperto armadi e cassetti, ho rovistato in soffitta e in cantina, ho girato a lungo per le stanze di casa e per le vie della città, ho guardato persino sotto lo zerbino davanti alla porta di ingresso, ma tutte le mie parole sembrano svanite come un ladro fuggito nel buio.
Come se qualcuno, stanotte, me le avesse rubate.
Dove sono finite, tutte le mie parole.
 
 

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