Regole
Pensavo oggi alla quantità di regole che scrittori più o meno affermati elargiscono a piene mani durante seminari che vengono chiamati workshop. Espressione che trovo abbastanza infelice, anche se non dovrei, perché il mio piccolo inglese non mi consente una traduzione della quale io possa sentirmi sicuro. Però sino a workshop credo di poterci arrivare.
Comunque, leggendo di queste regole, quando capita, mi sento sempre abbastanza infelice. Non credo di riuscire a metterne in pratica alcuna, non perché siano astruse, anche se a volte lo sono, è solo che al cospetto di questi decaloghi mi sento sempre piuttosto ignorante, nel senso che raramente riesco a capire dove si voglia andare a parare.
Lo stesso vale quando mi trovo a dover fronteggiare esempi di stili di scrittura, tipo il minimalismo. Non capisco mai quante parole debbo togliere per essere considerato minimalista, ammesso che io lo voglia.
Se poi ne tolgo troppe e non si capisce più il senso di quello che vorrei esprimere, potrei venir considerato ultraminimalista, o solo stupido.
A pensarci bene, ad oggi non sono più tanto sicuro di rammentare adeguatamente neanche le regole della grammatica. I miei ricordi al riguardo si perdono in tempi lontanissimi, e sono ricordi temo fortemente sfumati.
Non venite poi a parlarmi di sintassi, perché rischierei di perdere l’appetito. Potrebbe persino capitare che la sintassi mi si materializzi davanti per mordermi le chiappe senza che io riesca a riconoscerla.
Io scrivo così, se di scrittura si può parlare, come un cieco che dipinge.
Metto le parole in fila nella maniera che mi sembra abbia un senso, e sono sicuro che altri leggendo troveranno un senso diverso dal mio, più o tanto meno.
La cosa che più mi piace, in fondo, è quando i venditori di regole arrivano al punto di affermare che queste esistono anche per essere infrante.
Ciò può fornire un senso di sicurezza, falsa magari, ma sempre sicurezza: potreste leggermi e ammirare con quanta perizia io riesca a infrangere le regole. Qui potrei risultare bravissimo.
Se poi volessimo estendere il panorama per inserire anche le regole della vita nell’inutile discorso che sto portando avanti, questo temo ci porterebbe assai lontano.
Voi avete regole che informano il vostro modo di agire?
Io non lo so.
Nel corso degli anni mi sono imbattuto in molti maestri dediti a impartire di queste regole, e poi a spasso per la vita le ho viste tutte infrante. Paradossalmente, mi sembra che chi riesce a vivere senza regole sia più felice di altri destinati a chiudersi in fondo a vicoli ciechi di ordine morale.
Se dovessi parlare della mia esperienza diretta, potrei dire che mi sento gravato da moltissimi di questi orpelli che chiamiamo regole.
Essere buono e giusto, amorevole e disinteressato, equanime, imparziale e obiettivo. Eccetera.
Il tutto condito dall’affermazione, ovunque condivisa, che considera però anche la necessità ineludibile di un briciolo di sano egoismo, diventa un bel minestrone difficile da digerire.
Pensandoci bene, l’unica regola che mi sento di condividere è quella che richiama alla necessità di essere felici.
Ma qui usciamo da campo delle regole per entrare in quello delle occorrenze fondamentali: essere felici esclude ogni altra condizione o considerazione.
Belli o brutti, ricchi o poveri, la felicità è alla portata di tutti, come l’aria che respiriamo.
Non possiamo impedirci di respirare, ma quanta tristezza in una vita nella quale ogni genere di valutazioni e confronti esclude la possibilità di essere felici, persi nella sensazione che manchino le condizioni necessarie, sempre alla ricerca di qualcosa che renda possibile una tale condizione.
Per raggiungere la felicità basta invece pensare che l’abbiamo. E’ dentro di noi, si tratta solo di sceglierla, così come in fondo scegliamo qualsiasi altra emozione che proviamo.
Siamo sempre noi a scegliere.
Se ci sentiamo davvero grandi scrittori non ci sarà incubo di sintassi capace di frenarci. Le regole grammaticali torneranno allora utili a prendere per il culo l’intero universo.
Allo stesso modo, se decidiamo di essere felici, non ci sarà tormento o impedimento in grado di ostacolarci. I piccoli intoppi imposti dalla vita diventeranno occasioni per affermare con forza la nostra disposizione.
Guarderemo i detentori delle regole con occhi di commiserazione, con solo la voglia di sferrare un cazzotto a frantumare il guscio che li separa dalla vita. Alzare il velo che copre la realtà. Mostrare che ognuno è quello che pensa di essere.
Questo non ci è concesso: soltanto individualmente possiamo decidere se siamo felici o meno, nessuna regola in questo ci può aiutare, neanche quella del più grande maestro di tutti i tempi.
Ma non sarà questa piccola nota di tristezza, l’infelicità che possiamo osservare ovunque, a distrarci dal nostro compito principale.
Possiamo essere felici con o senza tutto quello che crediamo serva a raggiungere questa condizione, in culo alle regole della grammatica.






E come dipingi bene!
Comunque, le tue considerazioni sono anche le mie.
Baci
Condivido: “La cosa che più mi piace, in fondo, è quando i venditori di regole arrivano al punto di affermare che queste esistono anche per essere infrante.” Anche riguardo a grammatica e sintassi, i nuovi indirizzi di studio sono più propensi per una grammatica di tipo “descrittivo” che “normativo”. Considerato che la regola viene continuamente infranta nella trasformazione continua del linguaggio dal basso, ad opera dei parlanti, si analizzano i prodotti o enunciati derivati dalla trasgressione più o meno consapevole della norma stessa. Il “confine labile” diventa l’unica realtà plausibile e oggettiva.
Giusto. La grammatica della vita, no? Nessuno scrive con la grammatica — vecchia superstizione — ma un sacco di gente si cruccia perché pensa che la propria vita non ci si adatta abbastanza, alla grammatica. Il problema non è degli scrittori di libri, ma della scrittura della vita: la vita “felice” come approdo a una scrittura non grammaticale delle cose.
E forse non raggiunge la felicità chi pensa di averla, ma il contrario: crede all’infelicità chi pensa di essere “sbagliato” di fronte alla violenza della grammatica.