Non mi sentirò mai dire che sono stato troppo sincero. Può sembrare una colpa.
Io penso sempre che sia giusto camminare con passi leggeri nel giardino dei sentimenti altrui. Mi pongono domande alle quali rispondo a metà, sperando che l’altrui acume riesca a convalidare come affermazione definitiva un silenzio eloquente. Può essere una colpa.
Faccio conto sulla naturale propensione al distacco dalle cose, quando risulta evidente e inevitabile che queste non si possono cambiare, e sul buon senso che sappia apprezzare chi evita di spararti una verità in mezzo alla fronte, anche se è quello che vuoi. Chissà perché.
Ci sono molti modi di dire le cose. Io capisco al volo da una virgola o da una lieve inflessione della voce, da una vibrazione velata, quando devo togliermi dai coglioni. Quando mi ami. Quando mi detesti e vorresti vedere la mia faccia stampata sul muro. Sento un brivido, lo ascolto, e non ho bisogno di ulteriori spiegazioni.
Sarà perché ne ho ascoltate tante che erano solo temporanee, alla prova dei fatti.
La gente spesso parla perché ama sentire il suono della propria voce, e neanche si scomoda a scusarsi perché ti ha piantato nelle orecchie una verità provvisoria, un qualcosa che cambia a seconda di quale piede usi per primo quando scendi dal letto.
Spero di non sentirmi mai dire che ho avuto troppe verità.
Ma non posso accettare che la verità sia sempre nelle tasche di qualcun altro, anche se c’è stato un tempo in cui lo facevo.
In quei giorni, ad esempio, trovavo più semplice accettare il fatto che non ero mai abbastanza cattivo da conservare un’amicizia sbandierata come tema fondamentale di vita e poi sbugiardata dai fatti, piuttosto che scatenare una bagarre o costringere qualcuno a fare qualcosa. O semplicemente protestare. Nessuno avrebbe vinto in una battaglia tra aspiranti amici, e la mia naturale propensione al distacco dalle cose faceva la differenza.
La libertà di movimento senza necessità di spiegazione che ho sempre concesso a chiunque non ha mai trovato estimatori. Chi affermava di apprezzarla non mi ha concesso gli stessi privilegi. Non ne faccio una colpa. La mia serenità e leggerezza nel fare le valigie e partire non ha eguali.
Non ho bisogno di molti chiarimenti, perché sappiamo che le voglie e i desideri mutano ad ogni giro di vento, e la stanchezza non è altro che la maschera dell’orgoglio.
E quando devo o decido di andare, non ho bisogno di fornire delucidazioni a convalida della mia ragione e verità, perché non vedo mai la necessità di gettare responsabilità sulle spalle di altri. Ognuno è innocente nella sua colpevolezza. Siamo solo ragazzini che si baloccano con cose più grandi di loro, e come ragazzini ci incazziamo per fatti e situazioni che in altri momenti ci hanno fatto ridere o sorridere.
Io lo capisco quando è finita la partita, non c’è bisogno di dire che ce ne andiamo perché siamo stanchi di un gioco che abbiamo contribuito a creare, del quale abbiamo accettato e dettato regole e compromessi. Finché ne avevamo voglia.
Diamo la colpa al fato, al destino, all’universo che gira in senso inverso rispetto ai nostri desideri, è meglio. Avremo più illusioni dolci a compensare l’amarezza che fa da contorno al naturale senso di distacco dalle cose, e meno verità.
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