Forgotten land
Al mattino, appena svegli, iniziamo ad aggirarci in una terra che solo noi conosciamo, resa privata dal pudore e dalla disperazione di non avere la forza per raccontarci gli abissi di smarrimento che dentro di noi si sono nel tempo creati uno spazio pieno di dolore.
Fuori sfavilla il sole, oppure è una splendida giornata di pioggia, potremmo uscire e bagnarci sino alla punta dell’anima, magari lo facciamo davvero, ma nella sostanza continuiamo a percorrere pensieri che ci portano lontano, o vicino, secondo il punto di vista.
Ci sono rovine ovunque.
I castelli entro i quali per anni abbiamo aspettato l’amore, caduti in disfacimento per forza di inerzia. I giardini seminati a frutta nell’attesa di una primavera che non è mai arrivata. La casa che abbiamo costruito quando ci siamo forzati a credere che forse avremmo dovuto viverci da soli. Uno spazio dell’anima privo di finestre, senza tetto e pavimento e per soli mobili i sassi che qualcuno, gli altri, vi ha scagliato dentro. Noi li abbiamo lasciati dove stavano: troppa fatica e immenso dolore cercare di liberarsi delle macerie altrui.
Conosciamo ogni roccia ed ogni anfratto del nostro territorio interiore, dalle piccole paure nate quando per strada abbiamo lasciato cadere la magia dell’universo, forse spintonati, sino al terrore di guardare dentro occhi che avevano promesso di seguirci per tutta la vita, non trovandovi più niente, o se vi piace, trovandovi solo il vuoto.
Sullo sfondo, le montagne incantate che avevamo sperato e sognato di raggiungere in compagnia di qualcuno.
Nel tempo, questa nostra terra, il nostro giardino, si è riempito di detriti. Quando si demolisce una casa, quel che ne resta si chiama materiale di resulta.
Un giorno abbiamo raccolto una pietra e l’abbiamo portata con noi, poi un’altra e un’altra ancora. Con una pacca sulle spalle, con occhi gentili, ci hanno consegnato le travi cadute dal tetto, da accatastare in un angolo, a marcire.
A volte, abbiamo persino deciso di non accettare altri ingressi nella nostra vita, rinchiudendoci nell’unica torre ancora intatta, nella speranza di salvarci.
Di tutto questo e di altro ancora, voi ne sapete più di me, ne abbiamo fatto la nostra terra.
Ma è solo un punto di vista.
La conseguenza dell’aver abbandonato in qualche cantina, o soffitta, lo spirito che ci guidava nella vita in cerca del mistero, del significato, dello scopo che individualmente dobbiamo realizzare in questa vita.
Perché ci è stato detto che la felicità stava fuori, e che dovevamo cercarla nel sorriso di qualcuno, nella dedizione ad un amore non corrisposto, nel chinare la testa alle pretese, nel porgere la guancia alle offese, nel reprimere quel nodo di pianto che ci assale alla sera, al mattino.
In questa nostra terra desolata, ci siamo aggirati come straccioni disperati, mendicando un bacio e una notte serena, cedendo in cambio il nostro coraggio, la dignità e gli occhi che ci servivano per ammirare il sole.
Quando ti insegnano a guardare il mondo in un certo modo, è sempre difficile conquistare altri punti di vista. Ricordo di aver letto di alcuni indigeni di una qualche isola, che non riuscivano letteralmente a vedere le vele delle prime navi che mai avessero incontrato, semplicemente perché queste erano fuori dai loro schemi, e sembravano non esistere.
Ma è soltanto la prospettiva che abbiamo scelto, a farci percepire il mondo in un certo modo. Basta un lieve scarto per scorgere il sole dietro le nuvole, per scoprire una nuova sorgente di acqua fresca con la quale calmare la sete e lenire l’aridità del nostro giardino.
E una nuova visione di noi stessi può costruire una giovane terra, un nuovo mondo nel quale camminare con gioia e speranza, privi del bisogno di chiedere a qualcuno, di pretendere e battere i piedi, con l’animo pieno di rispetto verso le cose e le persone che ci circondano.
Con l’unico desiderio di ricevere rispetto, e di coltivare quel rispetto di noi stessi che può nascere soltanto dal rimanere fedeli a quello che siamo.





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