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	<title>Graffi(a)ti &#187; Autori</title>
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		<title>Claudio Forti &#8211; Sarka</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 12:02:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sarka è la storia di un amore che sboccia nel variegato metamondo di internet per arrivare poi a invadere il mondo reale, e  come tutti gli scritti nati da una felice intuizione offre una rosa di possibili chiavi di lettura, dalle quali è inevitabile trarre spunti di riflessione.
Quindi ci sarà chi, tenacemente ancorato alla solida realtà della routine quotidiana, potrà trovare conferma del potenziale pericolo insito nel frequentare i cosiddetti mondi virtuali – in questo caso Second Life, luogo da cui il romanzo prende avvio, pericolo sbandierato e sottolineato da sagaci opinionisti spesso privi della necessaria e diretta esperienza personale.
Altri si riconosceranno nella condizione emotiva di Marco, il protagonista della vicenda: un uomo sulla soglia dei cinquant’anni, ormai abbandonato dai propri sogni, angosciato dallo scorrere inesorabile del tempo, abituato a tenere il conto degli anni in maniera arzigogolata e simpatica, ma in qualche modo alienante.
E in molti, come il sottoscritto, vedranno concretizzarsi  la dimostrazione di una verità indiscutibile, ignorata dai sagaci opinionisti: non ci si può nascondere dietro un Avatar. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#eef0ef"><img align="middle" alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/sarka.jpg" /></td>
<td bgcolor="#eef0ef" valign="center" width="170"><strong><span class="product_text">Titolo: </span></strong><span class="product_text">Sarka <br />
				<strong>Autore: </strong><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_forti+claudio-claudio_forti.htm" target="_blank">Forti Claudio</a> <br />
				<strong>Editore: </strong><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-editore_Di+Renzo+Editore-di_renzo_editore.htm" target="_blank">Di Renzo Editore</a> <strong>Collana:</strong> Narrativa <br />
				<strong>Data di Pubblicazione:</strong> 2008 <strong>ISBN: </strong>888323197X <br />
				<strong>ISBN-13: </strong>9788883231971 <strong>Pagine: </strong>184 <br />
				Reparto: Narrativa italiana </span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: small"><span style="font-family: verdana">Sarka &egrave; la storia di un amore che sboccia nel variegato metamondo di internet per arrivare poi a invadere il mondo reale, e come tutti gli scritti nati da una felice intuizione offre una rosa di possibili chiavi di lettura, dalle quali &egrave; inevitabile trarre spunti di riflessione. Quindi ci sar&agrave; chi, tenacemente ancorato alla solida realt&agrave; della routine quotidiana, potr&agrave; trovare conferma del potenziale pericolo insito nel frequentare i cosiddetti mondi virtuali &#8211; in questo caso Second Life, luogo da cui il romanzo prende avvio, pericolo sbandierato e sottolineato da sagaci opinionisti spesso privi della necessaria e diretta esperienza personale. Altri si riconosceranno nella condizione emotiva di Marco, il protagonista della vicenda: un uomo sulla soglia dei cinquant&rsquo;anni, ormai abbandonato dai propri sogni, angosciato dallo scorrere inesorabile del tempo, abituato a tenere il conto degli anni in maniera arzigogolata e simpatica, ma in qualche modo alienante. E in molti, come il sottoscritto, vedranno concretizzarsi la dimostrazione di una verit&agrave; indiscutibile, ignorata dai sagaci opinionisti: non ci si pu&ograve; nascondere dietro un Avatar. Non &eacute; indispensabile visitare Second Life, l&rsquo;universo parallelo per eccellenza: basta l&rsquo;esperienza di una semplice chat per capire molto presto che un doppio virtuale, o anche un semplice nickname, eludendo il presunto scopo di esistere per nascondere la persona reale agli occhi del mondo, favorisce al contrario la possibilit&agrave; di esprimere i sentimenti pi&ugrave; profondi dell&rsquo;essere umano, quali la rabbia, la tristezza e la solitudine, l&rsquo;aspirazione o il sogno di vivere un amore nuovo e totale. In questo caso gioca un ruolo fondamentale l&rsquo;assenza del corpo reale, che pu&ograve; attrarre o respingere, condizionando gi&agrave; dal primo incontro l&rsquo;approccio alla persona. Abbandonando la quotidiana preoccupazione del <em>come appariamo</em> agli occhi degli altri, possiamo serenamente lasciare spazio in prima istanza alla parola, e molto spesso questa diviene espressione naturale e veritiera di un&rsquo;anima che a quel punto pu&ograve; facilmente mostrarsi priva di difese o paraventi, dalla quale &egrave; semplice lasciarsi conquistare. Come viene ben espresso in una frase del romanzo: &ldquo;Si pu&ograve; perdere la testa per un paio di gambe, ma di un&rsquo;anima ci si innamora&rdquo;. Second Life appare fin da subito un posto meraviglioso, dove si nasce gi&agrave; adulti ma caratterizzati dall&rsquo;ingenuit&agrave; dei bambini. Ci sono paesaggi incantevoli, spiagge bianchissime a cornice di un mare stupendo, la musica sembra nascere e diffondersi dal cielo di un blu incontaminato. Qui si pu&ograve; fare tutto ci&ograve; che nel mondo reale &egrave; impossibile: schivare la vecchiaia e le malattie, alzarsi leggeri da terra e volare. Parafrasando Pangloss, si potrebbe ben dichiarare di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Ma anche qui ci sono lezioni da imparare: il primo tentativo di volo libero sul mare in apparenza sconfinato termina bruscamente contro una barriera invisibile. Il mare e il cielo, per un Avatar di Second Life, non sono infiniti. E si &egrave; soggetti ai capricci del creatore, che dall&rsquo;alto di una pi&ugrave; ampia volont&agrave; guida a proprio piacere i gesti e le intenzioni della sua creatura. Per poi alla fine, quando &egrave; stanco, richiamarla a s&eacute;, annullandola nel vuoto cosmico di un computer spento. Nella tradizione induista la parola Avatar ha il significato di incarnazione, o assunzione di un corpo fisico da parte di un dio, e ancora di pi&ugrave; questo concetto assume un senso nell&rsquo;universo virtuale con il quale Jozeph, alter-ego di Marco, si trova a fare i conti. Se i personaggi che abitano Second Life avessero facolt&agrave; di pensiero, come lo sviluppo della storia in modo suggestivo suggerisce, non potrebbero che prendere atto di avere la stessa identit&agrave; del loro creatore. Pulsare delle stesse emozioni, innamorarsi della stessa donna. Con in pi&ugrave; il vantaggio di poter stringere tra le braccia e baciare l&rsquo;oggetto del desiderio, scatenando in questo modo l&rsquo;invidia dello stesso creatore &#8211; che pi&ugrave; di un mouse non pu&ograve; stringere &#8211; e realizzando in concreto la famosa frase che dall&rsquo;antica Grecia di Erodoto torna spesso a visitarci in film e romanzi famosi: <em>Gli dei invidiano gli uomini.</em> Un dio pu&ograve; invidiare la propria creatura quando questa &egrave; felice e fortunata, fino al punto di decidere che &egrave; opportuno sostituirsi ad essa. E Sarka, la protagonista femminile del romanzo, possiede un&rsquo;anima cos&igrave; profonda e gentile da indurre Marco a rischiare ogni cosa e scendere a qualsiasi compromesso pur di riuscire a svelare la reale identit&agrave; della persona che si nasconde dietro la maschera virtuale, spingendolo a compiere un viaggio che cambier&agrave; per sempre il suo modo di vedere il mondo. E&rsquo; il risveglio del desiderio di rivivere la magia dei sogni persi nel corso degli anni, che rende Sarka una lettura tanto piacevole, e il susseguirsi dei frequenti colpi di scena, sino al magistrale <em>coup de th&eacute;atre</em> conclusivo, ci porta infine a domandarci quanto noi, esseri che si considerano entit&agrave; concrete ma in fondo provvisori in questo grande gioco della vita, saremmo disposti a rischiare per scoprire il confine tra la realt&agrave; e il sogno, prima che il Creatore ci richiami a s&eacute;.</span></span><span style="font-size: x-small"><span style="font-family: verdana"> </span></span></p>
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		<title>Ethan Hawke &#8211; Mercoledì delle ceneri</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 18:49:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Può capitare a volte la felice condizione che vi troviate tra le mani un libro capace di catturarvi per trascinarvi con sé, ovunque voglia portarvi. Accade con sempre minore frequenza, ma ogni tanto fate la scoperta che questo è un evento possibile. Vi riconciliate con la speranza che la narrativa abbia ancora qualcosa da offrire, basta cercare bene.
Magari in fondo si tratta di una piccola storia, che a raccontarne la trama si rischia di allontanare il potenziale lettore: pochi giorni di vita di una giovane coppia alle prese con problemi più grandi di loro, raccontati attraverso le voci narranti dei due protagonisti che si alternano capitolo per capitolo.
Avete comprato il libro dibattendovi tra la preoccupazione di gettare via il vostro denaro e la curiosità di vedere come se l’è cavata l’autore, che conoscete bene, almeno di faccia. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" class="FCK__ShowTableBorders" width="400">
<tbody>
<tr>
<td align="middle" bgcolor="#eef0ef"><img _fcksavedurl="http://liberolibro.it/wp-content/uploads/ethan.jpg" align="middle" alt="" src="http://graffiati.it/wp-content/uploads/ethan.jpg" /></td>
<td bgcolor="#eef0ef"><strong><font class="testonerobold">Autore: </font></strong><font class="testonerobold"><a _fcksavedurl="http://it.wikipedia.org/wiki/Ethan_Hawke" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ethan_Hawke" target="_blank">Ethan&nbsp;Hawke</a></font><br />
				<font class="titolonerobold"><strong>Titolo: </strong>Mercoled&igrave; delle Ceneri<br />
				<strong>Editore: </strong>Minimum fax<br />
				<strong>Data di pubblicazione: </strong>2009</font><br />
				<strong><font class="testopiccolo">Pagine: </font></strong><font class="testopiccolo">270&nbsp;<br />
				<strong>ISBN</strong>&nbsp;978-88-8776-584-7</font><br />
				<strong>Prezzo:</strong>&nbsp;&euro; 13,50</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" class="FCK__ShowTableBorders" height="20" width="200">
<tbody>
<tr>
<td>&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><br />
	Pu&ograve; capitare a volte la felice condizione che vi troviate tra le mani un libro capace di catturarvi per trascinarvi con s&eacute;, ovunque voglia portarvi. Accade con sempre minore frequenza, ma ogni tanto fate la scoperta che questo &egrave; un evento possibile. Vi riconciliate con la speranza che la narrativa abbia ancora qualcosa da offrire, basta cercare bene.<br />
	Magari in fondo si tratta di una piccola storia, che a raccontarne la trama si rischia di allontanare il potenziale lettore: pochi giorni di vita di una giovane coppia alle prese con problemi pi&ugrave; grandi di loro, raccontati attraverso le voci narranti dei due protagonisti che si alternano capitolo per capitolo.<br />
	Avete comprato il libro dibattendovi tra la preoccupazione di gettare via il vostro denaro e la curiosit&agrave; di vedere come se l&rsquo;&egrave; cavata l&rsquo;autore, che conoscete bene, almeno di faccia.<br />
	E&rsquo; un attore non famosissimo che comunque ha interpretato alcuni film importanti. C&rsquo;&egrave; chi lo considera un sex symbol, e non si pu&ograve; negare che possieda un certo suo fascino. E&rsquo; stato sposato con Uma Thurman, perdindirindina. Possibile che sappia anche scrivere?<br />
	Occorre una forte capacit&agrave; di rassegnazione per ammettere che la natura non ha elargito i propri doni in modo equo, perch&eacute; il tizio che risponde al nome di Ethan Hawke sa anche scrivere. E sa scrivere molto bene.<br />
	Fortuna vuole, a nostra precaria consolazione, che dopo poche pagine si arriva a dimenticare l&rsquo;autore, catturati senza scampo dalla qualit&agrave; della scrittura e dalla potenza narrativa.<br />
	In una piccola storia di due anime che si dibattono nella ricerca molto americana di un qualcosa che metta le cose a posto, si potrebbe quasi dire di un evento riparatore alla vita stessa, ci sono molte altre storie.<br />
	Ci sono le storie dei padri, e ci sono le storie dei figli. E le madri.<br />
	E sul fondo, attraverso piccoli personaggi apparentemente ininfluenti che appaiono e scompaiono nel lampo di un capitolo, c&rsquo;&egrave; la storia che narra la precariet&agrave; della vita, dei sentimenti che vengono continuamente messi in discussione, di quanto sia facile l&rsquo;allontanarsi dagli altri e da noi stessi, deformati come siamo dalle nostre aspirazioni e pulsioni e percezioni.<br />
	Nell&rsquo;alternato flusso di pensieri dei due protagonisti scopriamo l&rsquo;esistenza per come ce la raccontiamo, con tutte le contraddizioni che riusciamo a mettere in campo. Le domande e i problemi privi di risposta o soluzione, se non come semplice interpretazione personale di fatti che sfuggono al nostro controllo.<br />
	E c&rsquo;&egrave; sempre sullo sfondo l&rsquo;attesa di un qualcosa di definitivo e risolutorio che sembra in procinto di avverarsi, una potenzialit&agrave; pronta a realizzarsi, fortemente sentita e auspicata, che in fondo pu&ograve; essere soltanto l&rsquo;espressione di una speranza mal riposta.<br />
	Ci vuole una grande dedizione e passione, oltre a una spiccata capacit&agrave; narrativa, per scrivere una storia cos&igrave; semplice, bella e piena di significato. Chiss&agrave; come ha fatto, il nostro amico Ethan. <br />
	Forse, nel momento in cui poggiava le dita sulla tastiera, si rammentava che il suo bisnonno era lo zio di Tennessee Williams.<br />
	Come se Uma Thurman non bastasse.</span></span></p>
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		<title>Alessandro Baricco &#8211; Emmaus</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 23:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella sua ultima fatica, Emmaus, Baricco usa un linguaggio che sta a metà tra un Pratolini annoiato e una Santacroce in vena di moderazione.
Un ibrido che lascia un retrogusto di insoddisfazione: nasce il desiderio di leggere le immagini dalla grande potenza evocatrice che spesso di lui ci hanno fatto innamorare, oppure di vedere un Baricco che prende il coraggio a quattro mani e sputtana la Santacroce sul suo stesso terreno, che i mezzi in fondo li avrebbe.
Durante la lettura salta agli occhi, immediata, la voglia di stupire, anche legittima in uno scrittore, e alla quale comunque Baricco un po’ ci ha abituato. 
E in effetti ci si può stupire, nel vederlo parlare di cazzi, così avvezzi come siamo a ricordare le immagini di tele dipinte con l’acqua di mare e tazze di tè girate con precisione a cercare il punto dove si sono posate labbra altrui. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="entry clearfloat">
<div style="margin: 0cm 0cm 10pt">
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" width="300">
<tbody>
<tr>
<td valign="top"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><img alt="" height="150" src="http://graffiati.it/wp-content/uploads/emmaus.jpg" width="96" /></span></span></td>
<td>
<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><strong>Titolo:</strong> <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/emmaus-baricco-alessandro-feltrinelli/libro/9788807017988" target="_blank">Emmaus</a><br />
							<strong>Autore:</strong> Baricco Alessandro<br />
							<strong>Editore:</strong> Feltrinelli<br />
							<strong>Data di Pubblicazione:</strong> 2009<br />
							<strong>Collana: </strong>I narratori<br />
							<strong>ISBN: </strong>8807017989<br />
							<strong>ISBN-13:</strong> 9788807017988<br />
							<strong>Pagine: </strong>139<br />
							<strong>Reparto:</strong> Narrativa italiana </span></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table></div>
</div>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><br />
	Nella sua ultima fatica, <i>Emmaus</i>, Baricco usa un linguaggio che sta a met&agrave; tra un Pratolini annoiato e una Santacroce in vena di moderazione.<br />
	Un ibrido che lascia un retrogusto di insoddisfazione: nasce&nbsp;il desiderio&nbsp;di leggere le immagini dalla grande potenza evocatrice che spesso di lui ci hanno fatto innamorare, oppure di vedere un Baricco che prende il coraggio a quattro mani e sputtana la Santacroce sul suo stesso terreno, che i mezzi in fondo li avrebbe.<br />
	Durante la lettura salta agli occhi, immediata, la voglia di stupire, anche legittima in uno scrittore, e alla quale comunque Baricco un po&rsquo; ci ha abituato. <br />
	E in effetti ci si pu&ograve; stupire, nel vederlo parlare di cazzi, cos&igrave; avvezzi come siamo a ricordare le immagini di tele dipinte con l&rsquo;acqua di mare e tazze di t&egrave; girate con precisione a cercare il punto dove si sono posate labbra altrui. <br />
	E anche se siamo in fondo abituati all&rsquo;uso <i>disinvolto</i> che spesso Baricco fa dei segni di interpunzione, la meraviglia di una lineetta che prepotente e frequente si insinua a separare frasi e pensieri, pi&ugrave; che stupore desta alla fine un senso di noia. Verrebbe quasi da dire: Vabb&egrave;, qui ci hai infilato una lineetta perch&eacute; sei Baricco, ma ci stava bene anche una virgola &ndash; e forse ci stava meglio.<br />
	La storia &egrave; di per s&eacute; ininfluente, nel senso che per molti versi ci troviamo di fronte a un <i>gi&agrave; visto</i>, ma risulta alla fine efficace a veicolare quello che nel romanzo rappresenta il messaggio di fondo, gi&agrave; anticipato dal titolo.<br />
	Nel vangelo di Luca si legge di due discepoli che, in cammino verso la piccola citt&agrave; di Emmaus, discutono della resurrezione di Cristo. Si avvicina un uomo che chiede loro di cosa stiano parlando. I due lo invitano a cenare insieme e solo quando lo vedono spezzare il pane si rendono conto di trovarsi &nbsp;in compagnia del Messia e quando lo capiscono, il Messia sparisce. A quel punto si chiedono come abbiano potuto non capire, non riconoscere la presenza.<br />
	E varrebbe la pena di leggere questo libro anche solo per la domanda che pone.<br />
	Nella storia di Emmaus, i personaggi non sanno. Persino lo stesso Ges&ugrave;, all&rsquo;inizio, sembra non sapere di s&eacute; e della sua morte. Cos&igrave; noi, allo stesso modo, viviamo in una sorta di smarrimento, non riconoscendo ci&ograve; che &egrave;, anche se ci sediamo alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul nostro cammino. <br />
	<i>Camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo.<br />
	</i>E quando apprendi questa verit&agrave;, trovandoti costretto ad ammettere che dentro di te l&rsquo;hai sempre saputa, o forse scoperta sempre alla fine, ti chiedi come sia stato possibile vivere senza riconoscere le persone che hanno accompagnato la tua esistenza. Mangiare con loro, parlare, ridere e scherzare, vivere, senza riconoscerle. Non pare possibile, eppure non puoi evitare di sentire la profonda verit&agrave; di queste parole: <i>Conosciamo l&rsquo;avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore</i>.<br />
	Magari ti infastidisce trovare un quasi Pratolini nella descrizione di ambienti, emozioni e dialoghi. Forse potr&agrave; lasciarti insoddisfatto la marginale descrizione di un pene accarezzato sotto un plaid senza finale succulento in stile Santacroce.<br />
	Ma non potrai esimerti da ringraziare con sincerit&agrave; questo scrittore che hai amato e dal quale a volte ti sei sentito tradito: questa volta ha parlato di te, parlando di noi.</span></span></p>
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		<title>Henry Jenkins – Cultura convergente</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 22:42:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quanti ritenevano inevitabile una collisione distruttiva tra vecchi e nuovi media dovranno ricredersi: internet non ucciderà la televisione così come la televisione non ha ucciso il cinema. La rivoluzione alla quale stiamo assistendo è il risultato della diversificazione e modificazione degli strumenti atti a veicolare i contenuti, nonché della loro evoluzione: computer e cellulari non solo si trasformano in televisione, stereo e telecamera, ma facilitano la distribuzione dei prodotti che con quegli stessi dispositivi si possono creare. In questo modo i contenuti della comunicazione possono essere elaborati e adattati a una sempre più vasta e diversificata condivisione.
Si apre così uno scenario di produzione e fruizione culturale del tutto nuovo, molto spesso osteggiato dalle grandi Major e dai Network broadcast, ma col quale è ormai necessario fare i conti. La trasmissione broadcast (da uno a molti) si aspetta dei consumatori passivi, prevedibili e in qualche modo facili all’indottrinamento, pronti a fruire acriticamente i format dell’intrattenimento decisi dall’alto e dall’alto imposti, spettatori immobili e quasi ipnotizzati di fronte alla scatola che trasmette contenuti sui quali è impossibile intervenire. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/convergente.gif" /><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Titolo: <a href="http://www.ibs.it/code/9788850326297/jenkins-henry/cultura-convergente.html">Cultura convergente</a><br />
	</strong><strong>Autore</strong>: Jenkins Henry<br />
	<strong>Prezzo</strong>: &euro; 22,00<br />
	<strong>Dati</strong>: 2007, XLVIII-368 p., ill., brossura<br />
	<strong>Traduttore</strong>: Susca V.; Papacchioli M.; Sala V. B.<br />
	<strong>Editore</strong>: Apogeo (collana Apogeo Saggi)</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p>	<span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">Quanti ritenevano inevitabile una collisione distruttiva tra vecchi e nuovi media dovranno ricredersi: internet non uccider&agrave; la televisione cos&igrave; come la televisione non ha ucciso il cinema. La rivoluzione alla quale stiamo assistendo &egrave; il risultato della diversificazione e modificazione degli strumenti atti a veicolare i contenuti, nonch&eacute; della loro evoluzione: computer e cellulari non solo si trasformano in televisione, stereo e telecamera, ma facilitano la distribuzione dei prodotti che con quegli stessi dispositivi si possono creare. In questo modo i contenuti della comunicazione possono essere elaborati e adattati a una sempre pi&ugrave; vasta e diversificata condivisione.<br />
	Si apre cos&igrave; uno scenario di produzione e fruizione culturale del tutto nuovo, molto spesso osteggiato dalle grandi <em>Major</em> e dai <em>Network broadcast</em>, ma col quale &egrave; ormai necessario fare i conti. La trasmissione broadcast (da uno a molti) si aspetta dei consumatori passivi, prevedibili e in qualche modo facili all&rsquo;indottrinamento, pronti a fruire acriticamente i format dell&rsquo;intrattenimento decisi dall&rsquo;alto e dall&rsquo;alto imposti, spettatori immobili e quasi ipnotizzati di fronte alla scatola che trasmette contenuti sui quali &egrave; impossibile intervenire. Oggi invece per il consumatore diventa possibile l&rsquo;appropriarsi di una canzone, per esempio, e trasformarla utilizzandola come colonna sonora per un video da trasmettere in internet o come file da condividere sul computer. E&rsquo; diventato molto facile interagire con immagini, suoni e informazioni, creando nuovi contenuti o utilizzando i vecchi in contesti nuovi. E&rsquo; la nascita di una cultura popolare, intesa come propriet&agrave; di chi la recepisce, se ne appropria e la reinventa in formule diverse per poi ridistribuirla, una cultura partecipativa, che non risente dell&rsquo;acceso dibattito tra chi sostiene che tutto si riduce ad un &ldquo;copia e incolla&rdquo; e quanti invece affermano che la rielaborazione &egrave; alla base della creativit&agrave;.<br />
	Aspetto non irrilevante di queste modalit&agrave; di fruizione (e produzione) &egrave; la possibilit&agrave; di interagire con persone che coltivano gli stessi interessi, a prescindere dalla collocazione geografica, magari aventi caratteristiche personali di approccio ai media e competenze specifiche, usufruendo quindi di una forma di scambio e confronto e apprendimento reciproco. Si assiste alla formazione di comunit&agrave; eterogenee che hanno come come motivazione comune la passione per un prodotto televisivo o cinematografico, fino ad arrivare alla creazione di veri e propri &ldquo;mondi paralleli&rdquo; caratterizzati da quella che Jenkins definisce <em>intelligenza collettiva distribuita</em>. La fortuna di alcuni reality quali <em>Survivor</em>, versione americana dell&rsquo;isola dei famosi, si deve in gran parte all&rsquo;opera delle comunit&agrave; di <em>fan</em> che alla ricerca di informazioni sul possibile vincitore (<em>Survivor </em>viene registrato per intero prima della messa in onda) ingaggiano un duello con i produttori i quali a loro volta sono ben felici di sfruttare il fenomeno per massimizzare gli ascolti e fidelizzare gli spettatori. Tale atteggiamento aperto verso la condivisione delle informazioni potrebbe rivelare potenzialit&agrave; interessanti, una volta che giungesse ad esprimersi in campi quali la politica o l&rsquo;attivismo sociale, e Jenkins interpreta questo fenomeno come un allenamento al pensare collettivamente, abilit&agrave; che poi consentirebbe peculiari sviluppi alle modalit&agrave; di partecipazione al vivere sociale.<br />
	La formazione di una intelligenza collettiva produce <em>convergenza</em>, ovvero la capacit&agrave; di utilizzare le varie piattaforme di distribuzione dei contenuti per creare veri e propri mondi da esplorare guidati dai personali gusti e usando il mezzo preferito. Operazione non facile: in alcuni tentativi poco felici pu&ograve; semplicemente ridursi al riprodurre gli stessi contenuti in forme diverse, ma in altri casi, ad esempio nella serie <strong>The Matrix</strong>, si sviluppa una narrazione articolata attraverso media del tutto diversi come i fumetti, videogiochi, web e film di animazione, in questo modo ampliando e completando la storia narrata in tre film, nei quali i registi (i fratelli <strong>Wachowski</strong>) inseriscono elementi e indizi che risultano incomprensibili fino a che non giochiamo al <em>video game</em>.<br />
	<strong>The Matrix</strong> &egrave; l&rsquo;intrattenimento per l&rsquo;era dell&rsquo;intelligenza collettiva: seguirne la narrazione <em>transmediale </em>(storia raccontata su diversi media) richiede uno sforzo maggiore di quello che serve per recarsi al cinema: <em>la distinzione tra autori e lettori, produttori e spettatori, creatori e interpreti si confonde per formare un circuito di espressione in cui ogni partecipante &egrave; impegnato a sostenere l&rsquo;attivit&agrave; degli altri</em> (pag.83).<br />
	Le corporazioni dei media stanno pian piano prendendo atto del valore che la partecipazione dei fan aggiunge alle loro produzioni, ma questo non impedisce che, pur parlando di &ldquo;<em>capitale emozionale</em>&ldquo;, riferendosi al coinvolgimento del pubblico, da alcuni questa partecipazione sia vista come un&rsquo;ingerenza e una minaccia. In ballo, naturalmente, c&rsquo;&egrave; il concetto dei diritti d&rsquo;autore.<br />
	Quando una ragazzina americana, <strong>Heather Lawver</strong>, dopo aver letto un libro di <em>Harry Potter</em> decide di mettere online uno spazio web chiamato &ldquo;<em>The daily prophet</em>&rdquo; ( <a href="http://www.dprophet.com/">http://www.dprophet.com/</a>) nel quale si racconta il diario di classe dell&rsquo;immaginaria scuola di Hogwarts, si trova inevitabilmente a scontrarsi con la casa cinematografica <strong>Warner Bros</strong>, detentrice dei diritti. E con lei, molti altri bambini che in tutto il mondo gestiscono, a proprie spese, siti simili.<br />
	La <em>Warner</em> ha giocato le carte che aveva a disposizione: dalle minacce alle azioni legali, con il risultato di assistere ad una levata di scudi globale contro le case cinematografiche tanto ingrate nei confronti dei loro sostenitori. E la <em>Warner</em>, in qualche modo, si &egrave; vista costretta a fare marcia indietro.<br />
	Questa vicenda e le altre simili, che vedono coinvolti gli appassionati, per esempio, di <em>Star trek</em> e <em>Star wars</em>, oltre a mettere in luce quello che si potrebbe ben definire un nuovo genere letterario, la <em>fan fiction</em>, potrebbe verosimilmente portare a un cambiamento nell&rsquo;atteggiamento delle imprese mediatiche verso le comunit&agrave; di fan, a tutto vantaggio dell&rsquo;emergente cultura <em>grassroots</em>, caratterizzata dall&rsquo;utilizzo che i consumatori possono fare, spesso in modo non autorizzato, di un flusso di contenuti mediatici.<br />
	La cultura convergente &egrave; il futuro che sta prendendo forma oggi, un futuro nel quale la partecipazione sar&agrave; vista sempre pi&ugrave; come un diritto politico fondamentale.</span></span></p>
<p style="text-align: justify"><img align="left" alt="" height="110" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/jenkins.jpg" width="75" /><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Note biografiche dell&rsquo;autore:<br />
	</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Henry Jenkins</strong> &egrave; direttore del Comparative Media Studies Program del MIT. Autore e curatore di molti libri sui vari aspetti dei media e della cultura popolare tra cui <em>Fans, Bloggers, and games: Exploring Partecipatory Culture</em>, New York University Press, 2006 e <em>From barbie to Mortal Combact: Gender and Computer Games</em>, MIT Press, 2001, collabora ai mensili <em>Tecnology Review</em> e <em>Computer Games</em>.</span></span></p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij: Memorie dal sottosuolo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 22:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A quel tempo non avevo che ventiquattro anni. E già allora la mia vita era tetra, disordinata e solitaria fino alla selvatichezza. Non frequentavo nessuno, evitavo persino di parlare con la gente e mi rannicchiavo sempre di più nel mio cantuccio. In ufficio, alla cancelleria, cercavo addirittura di non guardare nessuno, e  m’accorgevo benissimo che i miei colleghi non solo mi consideravano un bislacco, ma – avevo sempre anche questa sensazione – parevano quasi osservarmi con una specie di ripugnanza. E mi veniva questo pensiero: ma com’è che nessun altro all’infuori di me ha la sensazione che lo si stia osservando con ripugnanza? Uno dei nostri impiegati aveva una faccia repellente, butteratissima, fin quasi brigantesca. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>F&euml;dor Dostoevskij: Memorie dal sottosuolo<br />
	</strong><em>Pagina 69</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">A quel tempo non avevo che ventiquattro anni. E gi&agrave; allora la mia vita era tetra, disordinata e solitaria fino alla selvatichezza. Non frequentavo nessuno, evitavo persino di parlare con la gente e mi rannicchiavo sempre di pi&ugrave; nel mio cantuccio. In ufficio, alla cancelleria, cercavo addirittura di non guardare nessuno, e&nbsp; m&rsquo;accorgevo benissimo che i miei colleghi non solo mi consideravano un bislacco, ma &ndash; avevo sempre anche questa sensazione &ndash; parevano quasi osservarmi con una specie di ripugnanza. E mi veniva questo pensiero: ma com&rsquo;&egrave; che nessun altro all&rsquo;infuori di me ha la sensazione che lo si stia osservando con ripugnanza? Uno dei nostri impiegati aveva una faccia repellente, butteratissima, fin quasi brigantesca. Se l&rsquo;avessi avuta io una faccia cos&igrave; indecente, credo che non avrei mai nemmeno osato alzar gli occhi su chicchessia. Un altro portava un&rsquo;uniforme talmente logora che bastava passargli accanto, per sentirne il cattivo odore. Eppure nessuno di questi due signori si mostrava mai confuso &ndash; n&eacute; a motivo dell&rsquo;abito, n&eacute; a motivo della faccia, n&eacute; per un qualche altro motivo d&rsquo;ordine morale.&nbsp; N&eacute; l&rsquo;uno n&eacute; l&rsquo;altro si immaginava mai che lo si stesse osservando con ripugnanza; o se anche se l&rsquo;immaginavano, per loro non faceva nessuna differenza &ndash; sempre che non si fosse trattato del signor direttore. Ora m&rsquo;&egrave; perfettamente chiaro che ero io stesso, in conseguenza della mia vanit&agrave; sconfinata &ndash; e dunque anche delle enormi pretese che mi ponevo &ndash; a osservarmi da me con una rabbiosa insoddisfazione, che giungeva per l&rsquo;appunto fino alla ripugnanza; e appunto perci&ograve; nei miei pensieri attribuivo ad ogni altro quel mio modo d&rsquo;osservarmi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1">
<tbody>
<tr>
<td>&nbsp;<img alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/fedor.jpg" /></td>
<td>
<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">Titolo: Memorie dal sottosuolo<br />
					Autore: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%ABdor_Michajlovi%C4%8D_Dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij F&euml;dor</a><br />
					Editore: Mondadori<br />
					Data di Pubblicazione: 2003<br />
					Collana: Oscar classici<br />
					ISBN: 880451602X<br />
					ISBN-13: 9788804516026<br />
					Pagine: 176<br />
					Reparto: Narrativa straniera</span></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>
	&nbsp;</p>
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