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Prima che la baciassi lei si mise in bocca uno di quei cioccolatini ripieni di liquore, con la ciliegina. Mentre le spingevo la lingua dentro lei premette la sua contro il palato, il cioccolatino si ruppe spargendo il contenuto e una supernova mi esplose nel cervello. Avevo sempre pensato che una cosa del genere mi avrebbe schifato, ma non era così. Non con lei.
Tirai fuori la lingua, la baciai lieve sulle labbra guardandola negli occhi. Lei trattenendo un sorriso masticò un paio di volte, frantumando la ciliegina, io le infilai di nuovo la lingua in bocca.
Cercavo ogni singolo pezzetto di cioccolato per premerlo e scioglierlo contro il suo palato, i denti, le gengive. Lei faceva lo stesso con me, e questo andò avanti un pezzo; i movimenti delle lingue accelerarono e si fecero convulsi, come si trattasse di una gara a chi per primo riusciva a fondere l’intero universo nella bocca dell’altro.
Lei mi serrò una mano sulla gola, per farmi intendere che non voleva lasciarmi deglutire. Piccoli frammenti di ciliegia passavano da una bocca all’altra, in una giostra impetuosa.
Un calore intenso si diffuse per tutto il corpo, un’ondata feroce che annullava ogni pensiero. …
Pensavo oggi alla quantità di regole che scrittori più o meno affermati elargiscono a piene mani durante seminari che vengono chiamati workshop. Espressione che trovo abbastanza infelice, anche se non dovrei, perché il mio piccolo inglese non mi consente una traduzione della quale io possa sentirmi sicuro. Però sino a workshop credo di poterci arrivare.
Comunque, leggendo di queste regole, quando capita, mi sento sempre abbastanza infelice. Non credo di riuscire a metterne in pratica alcuna, non perché siano astruse, anche se a volte lo sono, è solo che al cospetto di questi decaloghi mi sento sempre piuttosto ignorante, nel senso che raramente riesco a capire dove si voglia andare a parare.
Lo stesso vale quando mi trovo a dover fronteggiare esempi di stili di scrittura, tipo il minimalismo. Non capisco mai quante parole debbo togliere per essere considerato minimalista, ammesso che io lo voglia.
Se poi ne tolgo troppe e non si capisce più il senso di quello che vorrei esprimere, potrei venir considerato ultraminimalista, o solo stupido.
A pensarci bene, ad oggi non sono più tanto sicuro di rammentare adeguatamente neanche le regole della grammatica. I miei ricordi al riguardo si perdono in tempi lontanissimi, e sono ricordi temo fortemente sfumati.
Non venite poi a parlarmi di sintassi, perché rischierei di perdere l’appetito. Potrebbe persino capitare che la sintassi mi si materializzi davanti per mordermi le chiappe senza che io riesca a riconoscerla.
Io scrivo così, se di scrittura si può parlare, come un cieco che dipinge. …
A voi pochi che ogni tanto venite a trovarmi in questo blog sembrerà di raggiungere un luogo abbandonato, dove le parole si sono fermate e cristallizzate. Ma non è così: in questo periodo, quando scrivo, cerco di portare a termine quel romanzo che da troppo tempo aspetta una conclusione.
E sono così forti e intense le emozioni che in questi giorni lo scrivere mi procura, da indurmi a rompere il silenzio per cacciare fuori un piccolo estratto della storia che occupa le mie giornate. Il viaggio tormentato di due anime più una verso la cattedrale di Santiago de Compostela, attraverso il percorso millenario che ha preso il nome di Cammino di Santiago.
Se avete voglia di leggere questo breve schizzo di parole sulle pareti della mia anima, basta che clicchiate poco più in basso, a destra, dove sta scritto “Leggi tutto”.
Sembra bizzarro, ma ancora cresce l’erba.
E’ vero: ha un colore più freddo, come tutto il resto in questo luogo che sembra privo d’aria, eppure gli steli si ostinano a proiettare la loro punta di lancia verso un cielo alieno.
In questo spazio deserto potrebbe risuonare, senza intenzione o interruzione, il Sutra del loto.
Sono giunto sin qui inconsapevole dei passi e dei segnali che mi hanno guidato. E adesso, che strano, provo un senso di pace assoluta.
Nel silenzio del cielo trova tregua la fretta di andare, l’incessante ricerca di un qualcosa che a guardare bene già possedevo, che era mio ma in un gioco di illusione ho gettato al di fuori di me, per poi perdermi nella caccia ai fantasmi che scivolano silenziosi e inafferrabili sui muri, si mostrano attraverso finestre dagli spessi vetri, si nascondono su cime inaccessibili, nella nebbia, nel pianto.
Voglio restare qui, dove posso raccogliere ogni attimo perso con un singolo respiro, e fare di questo luogo il mio intimo spazio, nell’attesa che quella sfera luminosa si condensi per forza di attrazione, trasformandosi in nuova acqua che riesca a bagnarmi.
Ci sono cose che è difficile spiegare, suggestioni ardue da raccontare: il tessuto di esclusive emozioni. In un percorso spirituale, segnato da pensieri del tutto personali, alcune azioni possono prendere per noi un significato preciso e tuttavia faticoso da condividere. Nel nostro personale Cammino possiamo trovarci a percorrere sentieri solo nostri; sentieri battuti in solitudine, nascosti al mondo per una forma di pudore, o difesa.
E certi gesti si mostrano così infantili ai nostri occhi, da rimanere inespressi.
Si può pensare di svelare ad altri i profondi passaggi della nostra anima, quando ci sentiamo protetti dall’intimità di atmosfere particolari: davanti ad un camino acceso, nella penombra di un bicchiere di vino, oppure su una spiaggia deserta, immersi nel vento fresco, anticipo di una burrasca imminente…